La narrazione di sè: raccontare e raccontarsi. Per una pedagogia narrativa.

“Ogni vita è un enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”. Italo calvino

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Ognuno di noi ha una storia, che inizia ancor prima del nostro venire al mondo, una storia che inizia nella pancia della mamma. E’ da qui, da questo inizio di qualcuno e non di qualcosa, come diceva Sant’Agostino, che inizia il nostro racconto. La madre è la prima a raccontare di noi e anche negli anni successivi l’immagine che il bambino ha di se stesso e il modo in cui lo racconta al mondo passa attraverso i suoi occhi.

La narrazione di sé, il cosiddetto racconto autobiografico è fondamentale da un punto di vista educativo. Conoscere la storia di vita di un soggetto, ottenuta attraverso racconti non solo del singolo ma anche di altri significati, permette di progettare interventi maggiormente personalizzati e inoltre le autobiografie rispondono ad un bisogno di autodeterminazione.

Demetrio scriveva che “per sturare una ferita, per colmare un vuoto, per non dimenticare, per riorientarsi e per prendere coraggio” è necessario raccontarsi.

L’educazione è  relazione tra persone che scambiano esperienze attraverso la narrazione e l’ascolto reciproco. L’educazione si compone di quella relazione che permette di aprire nuovi punti di vista e riflessioni.

Il bisogno di raccontar-si, il bisogno di narrare è qualcosa di arcaico: sin dalla notte dei tempi l’uomo ha cercato nella con-divisione del suo racconto una sottrazione di peso, una sorta di leggerezza del vivere. Narrare rappresenta l’unico modo che l’essere umano possiede per far conoscere un accaduto o la propria storia.

Secondo Bruner il pensiero umano è essenzialmente di due tipi: logico-scientifico e narrativo. Quest’ultimo, presente sin dalla primissima infanzia, si occupa del particolare, delle intenzioni e delle azioni dell’uomo, delle vicissitudini e dei risultati. Il suo intento è quello di situare l’esperienza nel tempo e nello spazio.

Perché l’altro si racconti è necessario che si creino le giuste condizioni perché ciò avvenga e colui che ascolta, deve rispondere al racconto in modo empatico, gestendo le proprie emozioni, mostrando vicinanza all’atro e non dimenticando che noi abbiamo una mente e gli altri hanno una mente.

L’identità della persona è in continua trasformazione e la narrazione è sì una riflessione sul passato ma deve essere soprattutto uno strumento per la costruzione del futuro, che permette di immaginare alternative.

Come da qualsiasi narrazione, sia essa un libro, un racconto, nuovo o antico, dalla narrazione di sé si impara. Ogni qualvolta raccontiamo qualcosa di noi, lo doniamo all’altro e esso ne riceverà un insegnamento, giusto o sbagliato, e noi, dal canto nostro, avremmo imparato qualcosa di nuovo.

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