Alberto Manzi: storia di un maestro

“Impariamo a imparare. intelligenti si diventa”  A. MANZI

603713_973284326026893_2906511820787159488_nAlberto Manzi nasce a Roma nel 1924, figlio di un tranviere e di una casalinga, studia all’istituto nautico ma si diploma anche all’istituto magistrale. Padre di quattro figlie, è conosciuto come il maestro Manzi colui che, negli anni ’60, con il suo programma televisivo “Non è mai troppo tardi” insegnò a leggere e scrivere a milioni di italiani analfabeti che, grazie alle sue lezioni, arrivarono a conseguire la licenza elementare.

Laureato in Biologia prima e in Filosofia e Pedagogia poi, affiancherà il direttore della Scuola sperimentale del Magistero di Roma, Luigi Volpicelli. Manterrà questo incarico solo per un anno preferendo l’insegnamento elementare.

Tra il 1946 e il 1947 Manzi vive la sua prima esperienza come educatore presso il carcere minorile di Roma “Aristide Gabelli”. Insegna a circa 90 ragazzi tra i 9 e i 17 anni e con essi Manzi darà vita al primo giornale di un carcere minorile.

Nel 1955 si reca per la prima volta in Sudafrica e scopre la condizione dei contadini analfabeti e sfruttati , poveri e privi di diritti. Tutti gli anni, per vent’anni, ritornerà in queste terre per fare scuola.

Fu il direttore della scuola in cui Manzi insegnava a spingerlo, nel 1960, a fare il provino per la trasmissione RAI “Non è mai troppo tardi”. La trasmissione sarà trasmessa per otto anni. A Manzi non stava a cuore solo l’alfabetizzazione delle masse: “non insegnavo a leggere e scrivere ma invogliavo la gente a leggere e scrivere. Manzi faceva riflettere su ciò che insegnava e sosteneva che “se la didattica nn tocca la vita diventa sterile”.  

“Il giorno del provino ci avevano dato una lezione già scritta sulla lettera O. Chiesi: posso fare come mi pare a me o devo recitare? chi ha scritto questa lezione non capisce niente… strappai il copione, chiesi dei grandi fogli di carta, li attaccai al muro e iniziai a disegnare. …Se voglio tenerli svegli devo fare qualcosa per mantenere l’attenzione l’unica cosa è disegnare; meglio qualcosa di incomprensibile all’inizio e che si capisca solo dopo, così per far si che la curiosità facesse si che la persona seguisse sino alla fine. Così iniziò questa avventura”.

Il programma è considerato uno dei più importanti esperimenti di educazione degli adulti, conosciuto e citato nella letteratura pedagogica internazionale, nello stile di conduzione e nel linguaggio didattico.

“Io comunque provavo con i miei ragazzi”: la sperimentazione, la ricerca e le verifiche continue sono fondamentali per Manzi., che non ha mai voluto che si parlasse di suo modello o metodo, ma di metodologia sempre aperta, dinamica, in continua evoluzione.

Manzi curò anche alcune collane di volumi di sussidiari per tutte le classi di scuola elementare che avevano come elemento fondamentale la domanda, per stimolare, provocare, divertire e quindi far crescere la capacità di elaborare concetti e sviluppare l’intelligenza, perché “intelligenti si diventa”.

“I ragazzi non leggono o leggono troppo poco. E nella scuola generalmente si insegna la tecnica del leggere, ma non si dà il gusto del leggere. Il libro deve essere qualcosa di piacevole, dove si può non solo leggere, ma colorare, trasformare e fare, inventare e riflettere. Il libro si trasforma così in qualcosa di personale, perciò vivo”.

“Le ho provate tutte per cercare di trasformare questa scuola, nel rispetto del bambino, perché questo è il punto fondamentale”

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Nel giugno del 1975 il maestro si rifiutò di classificare gli alunni perché “classificare significa impedire un armonioso sviluppo intellettivo … significa impedire un apprendimento cosciente”. La mancata compilazione dei giudizi condusse il maestro a due sospensioni negli anni da parte del Ministro.

Escluso il periodo in cui condusse il programma RAI, Manzi fu sempre un insegnante elementare, sino al 1985. La classe era per Manzi come un laboratorio in cui si formano concetti. La sua didattica è fortemente ancorata al rapporto fra esperienza concreta, pensiero e linguaggio. L’imposizione secondo Manzi non forma un concetto e il maestro deve sporcarsi le mani ed entrare nel terreno dell’altro. I principi che guidano l’attività didattica di Manzi sono: l’alimentare continuamente la curiosità che deve spingere i bambini a voler sapere sempre di più e il dialogo e la discussione, più che la lezione.

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