Per una pedagogia della fantasia

“La fantasia è un posto dove ci piove dentro” Italo Calvino

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“Penso ad una possibile pedagogia dell’immaginazione che abitui a controllare la propria visione interiore senza soffocarla e senza d’altra parte lasciarla cadere in un confuso, labile fantasticare, ma permettendo che le immagini si cristallizzino in una forma ben definita, memorabile, autosufficiente. Si tratta di una pedagogia che si può esercitare su se stessi, con metodi inventati volta per volta e risultati imprevedibili” (1).

Una pedagogia dell’immaginazione, della fantasia, dinnanazi a quell’oggi che

bombarda di immagini che non ci permettono di dinsinguere l’esperinza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televizione. La memoria è ricoperata da strati di frantumi d’immagini come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo” (2).

Così Calvino parla nelle sue Lezioni Americane, ci dice che “la fantasia è un posto dove ci piove dentro” ma oggi l’immaginazione è anche un luogo minacciato dalla molteplicità di immagini preconfezionate che riparano la fantasia da quella pioggia che è il suo motore. Sarà allora possibile fantasticare “nel Duemila, in una crescente inflazione d’immagini prefabbricate?” (3).

Fantasticare è qualcosa di imprescindibile per il bambino che, proprio attraverso la fantasia, esplora le possibilità della realtà. Ogni bambino deve poter possedere una valigia fantastica colma di strumenti che gli permetteranno di comprendere il mondo ed esplorarlo. La fantasia è un mondo di potenzialità che devono avere la possibilità di svilupparsi ed emergere. Ecco allora la necessità di una pedagogia della fantasia, una pedagogia che crei le condizioni perchè la fantasia possa esprimersi, non essere insegnata, perchè la fantasia non si insegna, ma che sbocci e che sia “un pozzo senza fondo” (4). 

“L’esperienza della mia prima formazione è già quella d’un figlio della civiltà delle immagini. Il mio mondo immaginario è stato influenzato per prima cosa dalle immagini del Corriere dei piccoli, allora il più diffuso settimanale italiano per bambini. Io che non sapevo leggere potevo fare benissimo a meno delle parole, perchè mi bastavano le figure. Mi raccontavo mentalmente le storie interpretando le scene in diversi modi, producendo delle varianti, fondevo i singoli episodi in una storia più ampia, scoprivo e isolavo e collegavo delle costanti in ogni serie, contaminavo una serie con l’altra, immaginavo nuove serie in cui personaggi secondari diventavano protagonisti. Quando imparai a leggere comunque io preferivo ignorare le righe scritte e continuare nella mia occupazione favorita di fantasticare dentro le figure e nella loro successione” (5).

Ecco allora gli strumenti dei quali la pedagogia deve servirsi per essere una pedagogia della fantasia: le immagini, nelle quali la fantasia trova i suoi punti di partenza, immagini di libri, giornali, immagini osservate al parco o mentre si va a scuola, “un’osservazione diretta del mondo reale” (6), una passeggiata, magari raccontando una storia fantastica. Occorre “riciclare le immagini in un nuovo contesto che ne cambi il significato”, occorre far si che la fantasia non sia mai arrestata o impedita, le immagini prefabbricate non devono mai superare le possibilità fantastiche. E poi le fiabe, quelle storie raccontate da mamma e papà, magari prima della nanna, o raccontate dai nonni, storie nelle quali possono essere gli stessi bambini a inventarne il finale. Fantasticare è anche inventare una nuova parola, costruire un castello di sabbia immaginandone i suoi abitanti. Educare alla fantasia significa permettere al bambino di annoiarsi di tanto in tanto: la noia lo porterà ad inventarsi qualcosa che sarà nuovo ed unico.

“La fantasia è un mondo di potenzialità che rappresentano lo spettacolo variopinto del mondo in una superficie sempre uguale e sempre diversa, come le dune spinte dal vento del deserto” (7).


Citazioni da: Italo Calvino, “Lezioni americane. Sei proposte per il nuovo millennio”, Mondadori, 2012.

Immagine: http://zeldawasawriter.com

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