Alzate sempre la mano, dite la vostra

“Siamo ancora così certi che quello che accade fuori dai nostri confini possa tranquillamente non interessarci? Il più grande errore dei nostri tempi: pensare al Male con la emme maiuscola e ritenere che tutte le sue propaggini siano esternazioni di pochissimo conto. Il Male si muove di sottecchi e, in men che non si dica, riesce a estendersi a macchia d’olio, contando sulle connivenze, sull’indifferenza, sul silenzio”.

12241451_10208044338775345_5866542881508475758_nVi scrivo in un sabato mattina che, per quanto poco ho dormito, potrebbe essere un venerdì notte. La città è avvolta nelle brume, tutto è ovattato e silenzioso. Sono ancora in pigiama, non ho voglia di fare nulla. Mi aggiro per casa, tentando di trovare un’occupazione fittizia che mi allontani dai pensieri. L’immagine della paura negli occhi, il corpo immobilizzato dallo sconforto più profondo per quello che è stato, per quello che sarà.

Sono triste. Soppeso le parole che sto scrivendo, penso che forse non arriverò alla fine di questo articolo.

Sono stata educata alla libertà. Ho avuto due genitori che hanno lavorato sul valore del mio volo, sulle velleità – anche le più strampalate – del mio cammino di costruzione. Ancora prima di essere donna, italiana, cattolica, io sono stata cresciuta come persona.
Sono nata “persona” e la dorata cerchia delle mie frequentazioni mi vede tale.
Voi siete persone. Non numeri, non uomini o donne, non follower o hater. Per me, voi siete vite in cerca di una direzione.

Peché ve lo scrivo?
Perché, rispetto a ieri sera, a tutto il Male, a tutto il patimento provato, sento crescere in me un pulsante fastidio per questo estremo attacco alla mia, alla nostra libertà.
L’offesa più grande che ci possa venire mossa. Il più grande abominio.
Farci avere paura di andare a un concerto, costringerci a temere tutto, spingerci a diffidare dello straniero. Renderci feroci come fiere in gabbia, farci sbranare gli uni con gli altri, spingerci a pensare che alla violenza si risponda sempre e comunque con la violenza.

Non mi addentrerò in questioni che non so analizzare. Io voglio parlarvi di me, di noi, di quanto il fatto di ieri sera a Parigi debba accendere la nostra coscienza e influenzare le nostre future azioni.

Ho poco tempo in questa vita e non voglio avere paura.
Con tutto il rispetto del caso, non voglio stare con Belen o con Selvaggia, non voglio indignarmi perché Gianni ha un social media manager e non l’ha mai dichiarato. Non voglio un banner che dichiari che sono francese e tantomeno desidero questionare con chi stima che il mio strazio di ieri sia viziato nella forma, perché non tiene conto del dolore di tanti altri morti.

Il dolore è una madre, che sostiene anche i corpi dei figli che non ha partorito.
Il senso profondo della libertà risiede nel nostro instancabile viaggio nelle cose del mondo, con la fiducia per i doni che il Destino vorrà concederci, con il coraggio di accettare, per quanto generosi e ben disposti, che qualcosa ci verrà sempre tolto.
Non voglio avere paura e vorrei che non l’aveste nemmeno voi, perché insieme potremmo essere un gruppo che, invece di nascondersi dietro la rassicurante certezza di un hashtag da mostrare in una qualunque bacheca dei mille social, scende per strada, nella vita vera. Nelle piccole azioni, nelle sfumature che, orami lo sappiamo, possono fare la differenza.

Hannah Arendt diceva che il Male è estremo ma che, dietro alla sua voce sguaiata e alta, si nasconde sempre una banalissima assenza di spessore e di contenuto. Questo ci dovrebbe rasserenare, perché, nonostante tutto, la forza del Pensiero, la sua incrollabile ricerca di risposte, di spiegazioni e ragionamento, continueranno a essere approcci vincenti.
Con il tempo, però, specie dopo la mia vita virtuale, ho iniziato a temere che, a furia di ritenere che il Male sia banale, si tenda in un certo senso a ridurlo a un fatto di poco conto, specie se non arriva a intaccare la nostra vita.

La nostra vita, il nostro orto, il nostro spazio vitale. Siamo ancora così certi che quello che accade fuori dai nostri confini possa tranquillamente non interessarci?

Credo che risieda qui, il più grande errore dei nostri tempi: pensare al Male con la emme maiuscola e ritenere che tutte le sue propaggini siano esternazioni di pochissimo conto.
Sbagliato.
Proprio perché ha come unica alleata la Banalità, il Male si muove di sottecchi e, in men che non si dica, riesce a estendersi a macchia d’olio, contando sulle connivenze, sull’indifferenza, sul silenzio.

Tirate fuori la vostra voglia di partecipazione. Alzate sempre la mano, dite la vostra. Fatelo con educazione e fermezza. Ascoltate, chiedetevi se sia giusto intervenire, chiedetevi sempre se una vostra azione possa ferire qualcuno. Prendete posizione contro chi urla, fatelo parlando a bassa voce. Redarguite chi è pronto a lapidare, chi usa il velo dell’anonimato per sfogare rabbia e frustrazione.
Ho visto cadute di stile foraggiate da valanghe di like, ho letto commenti di una tale violenza da far accapponare la pelle, mi sono trova di fronte a dettagliate disamine sulle scelte altrui, le stesse di cui si conosce solo il risultato finale.

Voi starete di certo pensando che io sia drammaticamente uscita dall’argomento con cui ho iniziato il mio discorso, e forse è vero, ma il Male cresce nei posti in cui si ritiene che nulla possa venire fatto, luoghi in cui l’umanità ha lasciato il posto alla furia, in cui la violenza diventa un gioco di gruppo che si disinteressa totalmente delle conseguenze, che ripudia pudore ed empatia.

Rompete gli hashtag e iniziate a stare dalla parte del maggior numero possibile di persone. Fatelo nel quotidiano, impegnandovi e cercando sempre di capire.
Di meno ma meglio. Di meno ma veramente.

Non cambierà nulla e di certo non sarà questo a risolvere la drammatica questione internazionale ma, forse, una volta tantoinizieremo a capire quanto il modo faccia la differenza, quanto l’unione faccia davvero la forza.
Non la violenza, la forza.


Zelda was a writer

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