Per una storia della pedagogia. L’età moderna e la scoperta dell’infanzia

“Tutto è in continuo fluire e non consente a nessuna cosa di prendervi un aspetto costante”  Rousseau

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E’ solo nel Novecento che avviene il definitivo superamento della visione del bambino come “piccolo uomo” e si assiste al profondo mutamento di atteggiamento nei confronti dei piccoli. Si sviluppa un “sentimento dell’infanzia” caratterizzato da amorevolezza, tenerezza, cure e tutela.  Il “piccolo uomo” cessa di essere un “non-valore” ed assume il volto dell’innocenza.

E’ l’800 ha rappresentare la cerniera tra due età della storia dell’infanzia.

In particolare a mutare, nell’età moderna, è il rapporto genitori-figli: il genitore  si proietta maggiormente sul figlio e stabilisce con esso un rapporto più diretto ed esclusivo fatto di maggiori cure ed attenzioni.

La trasformazione non è però così immediata e lineare, come spesso viene descritta, la realtà dell’infanzia, in questi secoli, è ancora complessa ed articolata.

Vi è un’infanzia aristocratico-borghese, caratterizzata dalla cura e dall’amore, ma anche dalla sorveglianza e dalle punizioni dei genitori e degli educatori, privata delle sue più profonde pulsioni, un’infanzia in catene dorate.

Vi è poi l’infanzia dei figli del popolo, sempre più legato al sistema di fabbrica. Qui vige ancora il principio del lavoro e dell0 sfruttamento, della sotto-alimentazione e delle malattie endemiche, con alti tassi di mortalità e di abbandono.

Si passa quindi da una infanzia adultizzata ad una che si definisce a seconda della classe sociale. L’ideologia dell’amore coabita con la pratica della violenza. La disciplina è centrale quanto le cure, se non di più.

E’ in questo quadro che la pedagogia si diffonde, si appropria del bambino lo ridefinisce e si articola la crescita della conoscenza del bambino, delle sue caratteristiche psicologiche, dei suoi bisogni e della sua specificità cognitiva. E’ un percorso questo che va da Rousseau a Piaget, attraverso una idealizzazione progressiva, che mette a nudo il valore-in-sè dell’infanzia e il suo ruolo centrale nella vita dell’uomo.

Il grande lavoro della cultura moderna è però un lavoro di tipo teorico, connotato da un obiettivo idealizzante. Prende vita una sorta di mito dell’infanzia che prende il mosto, nel periodo romantico, del mito del buon selvaggio.

In questi anni l’infanzia viene sottoposta a modelli e regimi che esprimono la volontà di governarla. Un percorso questo saturo di ambiguità anche se è in questi anni che si assiste al riscatto dell’infanzia dalla sua condizione di silenzio ed emarginazione.

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