Una lettera a tutte le donne

Cara donna … amati

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Non dimenticare mai che tutte, quando si siedono, hanno i rotolini sulla pancia.

Se qualcuno ti dice che sei bella credici. Credici e basta, senza dubbi o paranoie. Ma prima di tutti credici tu. Sempre. Questo non significa che dovrai amare ogni parte del tuo corpo.

Ricorda di andare fiera delle tue smagliature da gravidanza perché là, da qualche parte, ci sarà una donna che spera di averle.

Non cercare un uomo che ti salvi, puoi salvarti da sola ma trova un uomo per il quale tu sia una priorità, quel qualcuno che viene prima di ogni altro. Non accettare mai di essere un’opzione.

Abbi fiducia in te stessa, prova a guardarti con gli occhi di chi ti ama e amati.

 

“Un minuto” di Somin Ahn

“Il tempo è un modo per fare ordine ma la vita è più fantasiosa”

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“Un minuto”, di Somin Ahn è un libro che ho trovato per caso, tra gli scaffali disordinati di una piccola libreria del centro.

E’ bastato un minuto per capire che quel libro meritava di essere portato a casa e sfogliato pagina per pagina, minuto dopo minuto.

Un piccolo libro di parole e disegni, di colori e pura poesia ma anche riflessione. Un libro per bambini ma anche per chi dice di essere grande e non si ferma mai a riflettere su un tempo che diviene sempre più la semplice e fredda scansione di eventi, un sistema di organizzazione di corse, pranzi e cene.

Il Tempo passa indifferente e non indugia sui nostri maldestri tentativi di fare bene, di fare meglio.

Ci fermiamo mai sul quel qui ed ora, di cui tanto parliamo e che riteniamo così improtante?

Questo libro ci porta a riflettere su questo, su quante cose possono accadere in un minuto e volare via se non siamo pronti a coglierne l’essenza, quanto un minuto possa passare lento ed essere un semplice niente, come un minuto passato a guardare la pioggia che cade.

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Questo libro ci aiuta a concentrarci sul presente nella sua parte più piccola: il minuto.

Il libro inizia spiegandoci tecnicamente che cos’è un minuto: “un minuto dura sessanta secondi. In un minuto, la lancetta dei secondi, si muove sessanta volte” , ma pagina dopo pagina le immagini e parole ci portano sempre più vicini alle emozioni legate al tempo: “a volte un minuto è corto. A volte un minuto è lungo”. 

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Il libro ci insegna che il tempo è uno scrigno in cui possiamo trovare momenti magici, ma dobbiamo saperli riconoscere e cogliere.

“A volte un minuto è importante”: un altro treno passerà ma su quel treno potresti incontrare la persona che sarà il tuo migliore amico, ascoltare la storia più bella che tu abbia mai sentito, innamorarti o arrabbiarti, come mai prima d’ora. Potresti vivere il viaggio più noioso che tua abbia mai vissuto o un’emozione unica. Un minuto è importante.

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E allora dobbiamo educarci ed educare al tempo, all’accoglienza di attimi che possono essere così importanti e che, senza dubbio, non torneranno, perchè il tempo scorre solo in avanti e tornare non si può. E’ necessario educarci ed educare all’emozione di ogni passo avanti ma anche all’attimo di ogni errore.

Il libro ci dice che dobbiamo ricordarci del tempo quando tutto sta succendendo. Non prima, non dopo.

“Sono io nato per educare?”: sull’ultimo episodio di maltrattamenti a scuola

“Perchè è proprio così: lo strumento del chirurgo è la mano quello dell’educatore è il cuore”

maestra-300x225Questa mattina mi sono svegliata con una di quelle notizie che non vorrei mai leggere.
Una di quelle storie che non vorrei mai condividere, ma sono storie che incontrano ancora troppo silenzio e troppa superficialità per non essere raccontate.
«Le ha detto, “Luana, ti alzi sempre dal tuo posto” e poi l’ha presa per la treccia dei capelli e l’ha accompagnata fino al suo banco».
Luana è un nome di fantasia di una bimba che ha appena iniziato la prima elementare.
«Era davvero contenta di iniziare la scuola – racconta la mamma – ma adesso ha paura a rientrare in aula».
Credo fortemente nel fatto che esista una predisposizione all’educare.
Ogni educatore deve possedere una preparazione innata imprescindibile che andrà completandosi con la preparazione culturale e che renda idonei e preparati al difficile compito educativo.
Ogni educatore dovrebbe chiedere a stesso: “sono io nato per educare?”
Conosco e credo fortemente nell’esistenza di colleghi educatori che mettono ogni giorno nel loro lavoro la vocazione, l’impegno, l’entusiasmo e, cosa fondamentale, l’equilibrio interiore.
Io stessa svolgo un lavoro a stretto contatto con utenti che non di rado mettono alla prova un equilibrio interiore che deve essere continuamente sostenuto, rinnovato e mai perso.
E’ proprio questa mia esperienza diretta che mi porta a non comprendere e non tollerare fatti come quelli accaduti ed emersi in queste ore, purtroppo solo gli ultimi in ordine di tempo.
Condivido il fatto che le condizioni di lavoro degli educatori in genere a livello burocrtico non siano facili ma anche questo non può giustificare tali comportamenti. Come nemmeno gli sati d’animo personali che devono necessariamente essere tenuti fuori dal contesto educativo e non possono essere giustificazione di comportamenti inadeguati come quelli riportati.
Tutti coloro che sono ostacolati nell’affrontare tali stati ed agiscono con azioni inadeguate al contesto educativo non possono, a mio avviso, svolgere tale ruolo. Anche un singolo episodio non può essere ignorato o giustificato in quento già segno di una fragilità nel controllo del proprio equilibrio professionale, fragilità che si ripercuote inevitabilmente sugli utenti.
Tutto ciò non vuole negare la mia forte credenza nei confronti della formazione e dell’importanza che un lavoro pedagogico a tale livello può assumere.
La formazione permanente può risultare un’ottimo strumento di prevenzione ma, anche in quel caso, è fondamentale che il singolo sia sempre ben predisposto e messo nelle condizioni di condividere i propri stati emotivi, a maggior ragione quelli negativi.
 Pensiamo ad un medico chirurgo, non potrebbe mai svolgere un intervento con un braccio rotto ed ingessato.
Lo stesso vale per l’educatore, esso non potrà mai svolgere il suo intervento se il suo equilibrio interiore non sarà ben saldo e il suo cuore ben predisposto.
Perchè è proprio così: lo strumento del chirurgo è la mano quello dell’educatore è il cuore.

I disabili ai non disabili: 10 cose che i disabili vorrebbero dire ai non disabili

“La disabilità è un’arte. È un modo ingegnoso di vivere” Neil Marcus

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  1. Guarda me non la mia disabilità.
  2. Acettami.
  3. Chiedi a me per sapere qualcosa che mi riguarda, non ad altri.
  4. Non tenere i bambini lontani da me, la mia disabilità non è contagiosa.
  5. Prendimi sul serio, anche se CREDI di avere una marcia in più.
  6. Dammi tempo, ho tempo diversi dai tuoi.
  7. Aiutami, ma non escludermi dalle decisioni.
  8. Gioisci quando riesco senza il tuo aiuto.
  9. Rispetta la mia condizione, potrebbe diventare anche la tua.
  10. Trattami come vorresti essere trattato.

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La persona con disagio psichico. Tra storia e riflessione pedagogica

“Prima eravamo matti, adesso siamo malati, quando saremo considerate persone?”

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Questo inizio potrebbe essere già la conclusione. L’essenza è racchiusa in queste poche parole sopra scritte. Quando saremo considerate persone?

Troppo poco ancora la pedagogia si occupa di questo, di queste persone, prima matti, poi malati. Troppo poco ancora la pedagogia sta puntando il dito e lottando perché dal folle, dal matto, dal malato emerga la persona.

Ho conosciuto queste persone, con loro ho passato un anno, tra i muri scrostati del Centro Diurno di Salute Mentale.

Fissare negli occhi la follia è come guardare nella profondità del mare.

Tra le mura di quel vecchio palazzo nel centro della città ho incontrato le storie delle persone che lo abitavano. Racconti, i loro, fatti di frasi a volte difficili, frasi che hai bisogno di rileggere più volte prima di poterle capire davvero. Vite che sembravano portarsi dietro una parte di quella storia che ha accomunato molte persone. “Nelle molteplici espressioni di questi visi rosicchiati dal dolore, io riconosco la bellezza”.

“Una volta all’anno si prendeva uno scarcassone di nave ormai in disarmo e ci si cariavano sopra tutti i dementi, i folli, gli strambi, insomma tutti gli sballati che non ce la facevano a stare in riga con le regole e le leggi della società. La nave, senza pilota né timone veniva trascinata al largo e lasciata andare alla deriva. E tutto finiva li”.  Erano le Nave dei Folli.

La segregazione dei matti nasce nel Rinascimento. L’idea che i matti dovessero essere rinchiusi in luoghi speciali si diffuse nel ‘600, quando sorsero luoghi nei quali venivano rinchiusi coloro definiti “individui asociali“: oziosi, prostitute, vagabondi. Venne inoltre descritto un profilo del possibile Matto che doveva essere rinchiuso in manicomio.

“Cercarono i matti, li selezionarono e li etichettarono, poi li radunarono tutti in un recinto appositamente costudito: il Manicomio”.

E’ il medico Philippe Pinel, nel 1792, a definire una svolta nella costituzione dei manicomi. Aprì le celle di Salpetriere e decise che questo luogo non doveva più essere una prigione ma un ospedale. Pinel trattiene nell’Ospedale quelli che riconosce come “malati di mente”.

Nell’800 sorgono diversi manicomi, numerosi sono i cosiddetti “Ospedali dei pazzi”.

Le immagini e i racconti che risalgono a quest’epoca in merito al trattamento delle persone in questi luoghi sono scene di orrore. “Per la contenzione dei malati furiosi il metodo usato è la catena al collo. La camicia di forza, a detta dei custodi, è troppo fragile”.

Agli inizi dell’800 un indagine compiuta nei manicomi europei rivela che qui non vi erano i cosiddetti matti o “pazzerelli” ma anche persone sorde, mute o cieche o bambini con malformazioni fisiche.

“Nel Manicomio i pavimenti erano umidi, in pietra, con un breve canale che conduceva a un buco dove veniva fatto scolare lo sporco. Alle finestre le inferiate, non c’era riscaldamento. I letti erano in ferro, per lo più erano cassoni di legno con paglia per dormire. Inoltre c’erano gabbie per gli isterici. Distesi su poca paglia o su vecchi stracci, le mani e i piedi incatenati”.

In Italia una legge del 1904 diceva chiaramente che il Matto doveva essere curato e custodito.

Nel 1909 in un decreto successivo vengono previste due cause per le quali la persona può lasciare il Manicomio: “dimissione per guarigione clinica” e “dimissione in esperimento”. Il primo caso risultò poco applicabile in quanto vi era scarsa attenzione nei confronti dei singoli casi, con l’aggiunta della cultura emarginante che riguardava il problema della follia e anche la scarsa responsabilità assunta dai medici per definire l’avvenuta guarigione. Nel secondo caso un parente doveva assumersi la responsabilità della persona dimessa. Anche questo secondo punto riscontrò poco successo, molti erano gli orfani o gli abbandonati. “Non verificandosi le elencate condizioni previste dalla legge il paziente rimane in manicomio; se così non fosse non si giustificherebbero i ricoveri a vita di quaranta-cinquanta anni”.

“La città dei matti era come una cittadella fortificata dove regnava incontrastata la Signora Follia. Spesso si trovava un po’ fuori mano rispetto alla città dei “sani”. Il Manicomio doveva quindi essere per forza di cose autosufficiente, doveva bastare a se stesso e non poteva avere interferenze esterne. Nella gente comune il manicomio generava indifferenza, al massimo compassione. I matti venivano umiliati, non solo dal mistero della loro malattia ma anche dai trattamenti a loro riservati da medici e infermieri, senza alcun senso di umanità”.

Nel 1938 il medico Ugo Cerletti mette a punto l’elettroshock. Si sottoponevano le persone a scariche elettriche prima molto lievi e progressivamente di maggiore intensità. L’elettroshock venne introdotto in tutti i Manicomi.

La terapia dell’elettroshock, usata senza le dovute attenzioni, diviene il simbolo della violenza psichiatrica e l’emblema del controllo mentale.

Studi successivi dimostrarono che l’elettroshock produceva gravi danni, apatia, incapacità di apprendimento, perdita di creatività ecc…

Arriva poi la contenzione chimica, le pasticche e con questa si diffonde ““la cura del sonno”; una camicia di forza “chimica” che rendeva mansueto il paziente agitato e violento. La contenzione però era identica: nel pensiero, nei sentimenti, nelle idee”.

Sono le idee di Basaglia che portano, nel 1978, all’approvazione della legge 180 che conduce alla chiusura degli Ospedali Psichiatrici.

Vengono costituiti Centri di Igiene Mentale e piccole comunità assistite in apposite case-alloggio.

La persona con disagio psichico necessita di cure, come ogni persona in condizione di fragilità, ma soprattutto, come ogni persona, necessita di un rapporto umano. La persona deve essere considerata come soggetto e non come oggetto di cura.

“La follia, ovviamente, non è svanita con la chiusura dei manicomi. Si è decido di uccidere il manicomio, per dare vita al malato”.

In questo la pedagogia ha una grande responsabilità, non per dare vita al malato, come scrisse Vittorino Andreoli, ma per dare vita alla persona. E’ necessario che dalla follia emerga la persona, che il medico si sieda davanti alla persona e veda prima questa e solo poi la malattia.

E’ questo il compito della pedagogia, tenere il dito puntato sulla persona, perché questa non svanisca ancora sotto le ceneri di definizioni trascritte in cartelle cliniche che nulla sanno della persona, che nulla dicono di essa, schede nelle quali la persona viene annullata.

Forse la follia vera non è stata l’idea di creare il Manicomio, quanto la follia della razionalità della società moderna che ha rinchiuso le persone sofferenti, cercando di gestire e organizzare i loro bisogni come se, per ogni Matto, questi bisogni fossero identici per tutti, da soddisfare nello stesso modo. I Matti non erano persone e quindi divennero facilmente numeri; le cartelle cliniche furono le uniche depositarie di ciò che restava delle loro vite.

Lavorare con il disagio psichico significa compiere un percorso dalle mille sfaccettature e dalle molte fermate, un viaggio dis-organizzato nella dimensione dell’incontro. Significa compiere un viaggio nella sorprendente ricchezza di umanità di chi è considerato “diverso” mettendo in comunicazione mondi, vite, facce, espressioni e sensazioni nella speranza che nessuno possa più essere considerato “diverso” ma semplicemente considerato per ciò che è.

“La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia”.


Riferimenti bibliografici: Simone Cristicchi, “Centro di Igiene Mentale. Un cantastorie tra i matti”,  Mondadori Editore, 2007, Milano

Tutti al mare

“Senza occhiali molte persone sarebbero disabili. Le barrire sono il buio ma se esse vengono abbattute io potrò vedere ancora”.

Essere disabili è facile, basta vederci poco e non portare gli occhiali. Ma ecco che due lenti fanno scomparire questa disabilità.

Così è per le barriere. Se sono su una sedia a rotelle perché non posso camminare una barriera sarà il mio buio ma se essa viene abbattuta io potrò vedere ancora.

Quella di oggi è una storia di accessibilità, non di barriere e di rinunce ma un’opportunità, un’occasione di vacanza, di scoperta, di vita.

19Oggi vi parlo di un luogo in cui le barriere non esistono, un luogo nel quale ci sono occhiali per tutti ed è possibile trascorrere una vacanza spensierata, con la famiglia, in coppia o con un gruppo di amici, un luogo dove la disabilità può scomparire.

Oggi vi parlo di Hulpdienst  un team di persone speciali che offrono la possibilità di trascorrere una vacanza in un contesto integrato un villaggio vacanze nel cuore della Costa Azzurra, un soggiorno in case mobili completamente attrezzate ed equipaggiate per accogliere ospiti che presentano anche disabilità gravi.

17Spesso le famiglie per sollevarsi dal gravo dell’assistenza di un caro disabile cercano soluzioni di vacanza in contesti diversi, situazioni che però non sempre sono accolte con piacere. Per questo il servizio Hulpdienst offre oltre che strutture equipaggiate e predisposte nell’intero villaggio, bar, ristoranti, bagni pubblici ecc… anche un’assistenza di cura della persona, assistenza medico-infermieristica, trasposto negli ospedali più vicini per eventuali cure di routine necessarie. Questo permette alla persona disabile e a coloro che la assistono di trascorrere una vacanza in totale spensieratezza e relax.

15Hulpdienst non presta attenzione alla persona solo dal punto di vista assistenziale, il team organizza anche  giri in barca, giornate in spiaggia con la possibilità di utilizzo ausili adeguati per la spiaggia oltre che a gite giornaliere in piccolo gruppo con il pulmino della compagnia. Non mancano i momenti di festa e condivisione con gli altri ospiti.


Immagini  http://www.hd-cote-d-azur.com/fr/photos1.html#129

Poi c’è il nostro lavoro: noi siamo educatori

“La pietra angolare è l’impegno. E’ l’impegno inequivocabile di un individuo con un altro che promuove un cambiamento positivo” Torey Hayden

180d10423f2009a3d38886a450b76860Ci sono lavori che finiscono allo scoccare di una certa ora.

Lavori che portano sempre in giro, senza orari ma con tante mete.

Ci sono tanti lavori diversi, importanti e faticosi. Poi c’è il nostro lavoro: noi siamo educatori.

Il nostro non è un vero e proprio lavoro ma più un modo di essere. Chi educa non fa l’educatore ma è un educatore.

Siamo così, come salvadanai pronti ad accogliere gli ostacoli e far si che questi siano come monete preziose per arrivare ad avere la cosa più bella, la serenità del vivere.

Come educatori non siamo speciali ma siamo unici ed è proprio questa la prima cosa che dobbiamo trasmettere: la bellezza dell’unicità di ognuno.

Sbagliamo e sbaglieremo ancora, perchè siamo umani ma sicuri del fatto che c’è tempo per imparare.

Le nostre gionate non saranno sempre luminose e senza intoppi, non sempre avremo la sensazione di essere sulla dritta via e allora sarà il momento di cercare e ricercare e scoprire che la strada asfaltata non è sempre l’unica possibile da percorrere.

Per questo ci dobbiamo credere.

Per questo serve impegno e determinazione, anche quando la strada è diffcile e noiosa.

Le paure non ci devono rendere pigri e solitari.

Ci dobbiamo credere.

Noi siamo educatori.