I giorni della merla. Una storia da raccontare ai più piccoli

“Se son freddi, la primavera sarà bella, se son caldi la primavera arriverà tardi”

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Il tempo per i più piccoli è qualcosa di  astratto e difficile da cogliere ma insegnare loro ad orientarsi nel tempo è un obiettivo educativo fondamentale. Questo implica l’insegnare loro anche alcune peculiarità che caratterizzano alcuni dei suoi momenti. Le storie, ancora una volta, ci sono di aiuto.

Secondo la tradizione gli ultimi tre giorni di gennaio sono i più freddi dell’anno e prendono il nome di giorni della merla. Questo nome deriva da una leggenda che può essere raccontata anche ai più piccoli.

Molto tempo fa i merli avevano le piume bianche come il latte. Un anno ci fu un inverno molto rigido. La neve con il suo mantello bianco, aveva ricoperto le strade, i giardini e la città di Milano. In questa cittadina viveva una famiglia di merli: papà merlo, mamma merla e tre piccoli e teneri merli nati da poco. La neve era tanta e aveva seppellito le briciole di pane. Un giorno papà merlo infreddolito disse alla famiglia: “Miei cari, fa tanto freddo, rischiamo di morire se non troveremo un riparo e del cibo. Ma ho un’idea! sposteremo il nido vicino a quel camino, così starete al caldo, intanto io volerò alla ricerca di cibo”. Papà merlo spostò il nido su di un palazzo vicino e partì. Passarono tre giorni e quando papà merlo fece ritorno trovò la sua famiglia dove l’aveva lasciata. Fu una bella sorpresa quando scoprì che erano diventati neri come la notte a causa del fumo uscito dal camino. Stentò a riconoscerli. Sfamò la sua famiglia e la salvò dal gelo dell’inverno.

Da quel giorno i merli nascono con le piume nere e per ricordare questo avvenimento, gli ultimi tre giorni di gennaio sono chiamati “I tre giorni della merla”. Questa leggenda spiega anche l’origine delle piume nere dei merli.

“Sono io nato per educare?”: sull’ultimo episodio di maltrattamenti a scuola

“Perchè è proprio così: lo strumento del chirurgo è la mano quello dell’educatore è il cuore”

maestra-300x225Questa mattina mi sono svegliata con una di quelle notizie che non vorrei mai leggere.
Una di quelle storie che non vorrei mai condividere, ma sono storie che incontrano ancora troppo silenzio e troppa superficialità per non essere raccontate.
«Le ha detto, “Luana, ti alzi sempre dal tuo posto” e poi l’ha presa per la treccia dei capelli e l’ha accompagnata fino al suo banco».
Luana è un nome di fantasia di una bimba che ha appena iniziato la prima elementare.
«Era davvero contenta di iniziare la scuola – racconta la mamma – ma adesso ha paura a rientrare in aula».
Credo fortemente nel fatto che esista una predisposizione all’educare.
Ogni educatore deve possedere una preparazione innata imprescindibile che andrà completandosi con la preparazione culturale e che renda idonei e preparati al difficile compito educativo.
Ogni educatore dovrebbe chiedere a stesso: “sono io nato per educare?”
Conosco e credo fortemente nell’esistenza di colleghi educatori che mettono ogni giorno nel loro lavoro la vocazione, l’impegno, l’entusiasmo e, cosa fondamentale, l’equilibrio interiore.
Io stessa svolgo un lavoro a stretto contatto con utenti che non di rado mettono alla prova un equilibrio interiore che deve essere continuamente sostenuto, rinnovato e mai perso.
E’ proprio questa mia esperienza diretta che mi porta a non comprendere e non tollerare fatti come quelli accaduti ed emersi in queste ore, purtroppo solo gli ultimi in ordine di tempo.
Condivido il fatto che le condizioni di lavoro degli educatori in genere a livello burocrtico non siano facili ma anche questo non può giustificare tali comportamenti. Come nemmeno gli sati d’animo personali che devono necessariamente essere tenuti fuori dal contesto educativo e non possono essere giustificazione di comportamenti inadeguati come quelli riportati.
Tutti coloro che sono ostacolati nell’affrontare tali stati ed agiscono con azioni inadeguate al contesto educativo non possono, a mio avviso, svolgere tale ruolo. Anche un singolo episodio non può essere ignorato o giustificato in quento già segno di una fragilità nel controllo del proprio equilibrio professionale, fragilità che si ripercuote inevitabilmente sugli utenti.
Tutto ciò non vuole negare la mia forte credenza nei confronti della formazione e dell’importanza che un lavoro pedagogico a tale livello può assumere.
La formazione permanente può risultare un’ottimo strumento di prevenzione ma, anche in quel caso, è fondamentale che il singolo sia sempre ben predisposto e messo nelle condizioni di condividere i propri stati emotivi, a maggior ragione quelli negativi.
 Pensiamo ad un medico chirurgo, non potrebbe mai svolgere un intervento con un braccio rotto ed ingessato.
Lo stesso vale per l’educatore, esso non potrà mai svolgere il suo intervento se il suo equilibrio interiore non sarà ben saldo e il suo cuore ben predisposto.
Perchè è proprio così: lo strumento del chirurgo è la mano quello dell’educatore è il cuore.

Educare nel bosco: quando l’educazione incontra la natura

“In questo piccolo pezzo di mondo non è vietato sporcarsi, non è vietato salire sugli alberi, non è vietato urlare di gioia o saltare nelle pozzanghere, non è vietato ridere a crepapelle”

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“Un cantiere dove sperimentare il senso di libertà”

Nel bosco i bambini si muovono tra gli alberi, inventano dal nulla, giocano con i materiali naturali, imparano l’uno dall’altro in un ambiente ricco di stimoli, senza tempi e modalità imposti.

Sono gli anni ’50 quando l’educatrice Ella Flautau apre, in Danimarca, la prima scuola dell’infanzia nel bosco.

Nella sua vita quotidiana come madre, Ella, era solita trascorrere molto tempo a giocare con i suoi quattro bambini nel bosco dietro casa. Questa abitudine suscitò l’interesse e la curiosità di altri genitori.

Da qui nacque spontaneamente la prima esperienza di educazione nel bosco. Ella, in collaborazione con altri genitori, fondò quella che prese il nome di Skovbørnehave, Scuola Materna nel Bosco.

Fu questa un’esperienza pionieristica che portò alla nascita di una innovativa corrente pedagogica.

Da qui nel corso degli anni si svilupparono diverse esperienze di asili nel bosco, in Germania, in Svizzera e in anni recenti anche in Italia.

La natura produce sempre sensazioni positive nei bambini, sensazioni dipinte nei sorrisi dei loro volti quando possono sporcarsi le mani nella terra, saltare in una pozzanghera o osservare da vicino qualche abitante del bosco.

Dalle esperienze degli asili nel bosco possono essere tratti spunti per l’elaborazione di progetti educativi da svolgere con classi di tutte le età, progetti che permettano di sperimentare l’emozione unica data dal vivere a stretto contatto con la natura, sperimentarla per poterla conoscerla al meglio e saperla rispettare.

E’ necessaria una riflessione pedagogica che ripensi le pratiche nei servizi educativi e scolastici.

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“Il diritto all’ozio, il diritto a sporcarsi, il diritto agli odori, il diritto al dialogo, il diritto all’uso delle mani, il diritto ad un buon inizio, il diritto alla strada, il diritto al selvaggio, il diritto al silenzio, il diritto alle sfumature”

Oggigiorno poter osservare la natura con i suoi mutamenti e le sue meraviglie è cosa rara. L’educazione è spesso chiusa tra le quattro mura della scuola e della casa. Le stagioni che mutano passano spesso inosservate dalle finestre che affacciano su grandi città, colme di palazzi e giocare in luoghi aperti e sicuri è un qualcosa che si è completamente dimenticato.

E’ necessario quindi pensare ad un’educazione che si avvicini maggiormente alla natura e che permetta ai piccoli di scoprire le proprie origini. Un’educazione nella quale gli stimoli siano forniti direttamente dal luogo, non pensato e progettato nei dettagli dall’educatore ma che sia esso stesso un educatore. Luoghi che possano stimolare la fantasia, la creatività e l’iniziativa. Luoghi nei quali i piccoli possano creare mondi nuovi ed immaginari, inventare giochi e costruire giocattoli con gli oggetti che la natura mette loro a disposizione.

Il bambino che avrà l’opportunità di entrare in contatto la natura imparerà a conoscere i propri limiti e pertanto sperimenterà soluzioni sempre nuove per poterli superare in modo efficace.

La possibilità di giocare liberamente nella natura permette di sviluppare una perfetta armonia tra corpo e mente.

I bambini a contatto con la natura hanno la posibilità di essere pienamente bambini, liberi dai vincoli e dalle regole della città.

Sono i bambini che saltano in una pozzangghera, che si arrampicano su un albero, che raccolgono rami e costruiscono capanne il sogno di quella parte della pedagogia che faccia della scuola non l’industria dell’obbligo, ma un cantiere dove sperimentare il senso di libertà.

A te bambina speciale

“L’educazione è cosa di cuore” Giovanni Bosco

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Oggi ho guardato gli alberi del parco giochi e mi sono accorta che si sono riempiti di foglie. La prima volta che ti ho presa per mano e ti ho portata in quel parco gli alberi erano spogli. Era l’inizio dell’autunno. Era l’inizio della mia nuova vita. Era l’inizio di questo pezzettino di strada che abbiamo percorso insieme.

La prima volta che ti ho vista venivi verso di me camminando per un corridoio, hai subito accettato di prendere la mia mano tesa verso di te e li, in quell’istante, abbiamo iniziato il nostro piccolo viaggio.

Tu, sotto quegli occhialetti, due occhi grandi e dolci come il miele. Tu, con quelle tue strane frasi, che in pochi comprendono. Tu, colorata e saltellante. Tu, bambina speciale. Tu, mi hai riempito il cuore, ogni giorno di più.

E’ solo credendo fermamente nel fatto che il cuore debba essere davanti ad ogni rapporto in senso educativo che sono andata avanti giorno dopo giorno, che sono tornata da te anche dopo che il giorno prima era stato così difficile da farmi pensare di non essere adatta a questo compito. E’ si, cara bambina speciale, alcuni giorni mi hai distrutta come se avessi combattuto mille battaglie, inconsapevole che ne stavo combattendo una ma davvero importante: stavo costruendo con te un rapporto vero e profondo.

Oggi quando ti sei appoggiata a me e cercavi la mia mano che ti accarezzava il viso il cuore mi si è stretto nel petto e per la prima volta ho pensato che il nostro tempo insieme sta per finire. E allora ci siamo messe a correre, legate l’una all’altra, come a volerlo rincorrere e riprendere questo tempo.

Abbiamo corso bambina speciale contro un mondo che, a volte, non ti comprenderà, che ti guarderà stranito ma tu non dovrai mai smettere di correre incontro a lui, a questo mondo a volte ingiusto ma così bello che meriti di vivere tutto, sino in fondo, con la tua risata che spacca il cuore di gioia e i tuoi occhi pieni d’amore.

Per te quel cuore di perline per dirti buona vita piccola bambina speciale.

Con affetto.

La tua maestra

“Bruchi e farfalle”

“Bisogna allenare l’occhio a non vedere il bruco ma la farfalla che verrà”.

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“Le farfalle non si allevano.

Se si vuole vederle volare in giardino bisogna piantare fiori, creare cioè le condizioni favorevoli.

Non si può integrare una persona disabile in modo diretto, magari con un atto amministrativo: bisogna crerare le condizioni affichè il disabile, i suoi compagni, il controllere del bus, la commessa del negozio si sentano parte di una stessa solidarietà.

Piantate fiori, aspettate le farfalle e poi godete dei loro movimenti e della loro libertà.

Sulle nostre scrivanie compaiono bruchi, mai farfalle.

Bisogna allenare l’occhio a non vedere il bruco ma la farfalla che verrà.

Ogni tanto la diagnosi, l’osservazione, la misurazione limita al bruco e impedisce di vedere la farfalla. Il bambino capisce se lo vedi come bruco o come farfalla e si comporta di conseguenza. 

Formare un educatore vuol dire allenarlo a veder farfalle”.

di Mauro Martinoni

Se sei lì solo per insegnare gli studenti non imparano niente

Gli studenti non aprono, se prima non bussi. Enrico Galiano

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Non ne azzeccano una, se non si sentono liberi di sbagliare. Non ti danno niente, niente più dei compiti fatti e delle paginette studiate a memoria, se vedono che tu fai lo stesso.

Se non ci metti niente di più del sederti lì e fare quanto basta. Non si accendono, se ti vedono spento.Non fanno domande, se tu hai smesso di fartene.Non leggono, se davanti gli metti solo dei libri. Non aprono, se prima non bussi. Non diventano grandi, se li tratti come bambini.

Perché quello che dici vale, sì; quello che fai vale, sì: ma soprattutto vale quello che sei.

Ecco perché non imparano niente, se te lo leggono in faccia, che sei lì solo per insegnare.

di Enrico Galiano

Fare scuola anche fuori dalle aule: l’outdoor education

Sono i bambini che saltano in una pozzangghera il sogno della nuova pedagogia che faccia della nostra scuola un cantiere dove sperimentare il senso di libertà.

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Negli anni ’60 Don Milani, nella sua scuola di Barbiana, era solito tenere  le sue lezioni fuori dall’edificio scolastico. Fu lo stesso Don Milani a volere una piscina antistante la scuola, nella quale i ragazzi avrebbero potuto imparare a nuotare, nonostante vivessero in un paese di montana. Frequanti nella scuola di Barbiana erano le lezioni sotto ad un albero,  le passeggiate nel bosco e le ore dedicate alla costruzione di oggetti.

La burcratizzazione della scuola, nel 2000, costringe a documentare ogni piccolo incidente del bambino (dalle sbucciature del ginocchio, alla casuale epistassi, alla caduta dovuta a uno spintone del compagno), questo ha reso i dirigenti scolastici dei tristi esecutori o interpreti della legge privi di un sogno pedagogico. L’iper protezione è tanto amorevole quanto dannosa: teniamo i bambini al sicuro, agli arresti domiciliari o scolastici; nessun attrito, nessuna possibilità di inciampare, di capire che la realtà è affascinante da conoscere perché è anche difficile, ruvida, a volte ostile. Forse dobbiamo iniziare a fare meno test con i nostri bambini, a cancellare dal dizionario le parole somministrare, verificare, interrogare per usare i verbi correre, lanciare, saltare.

Le nostre scuole vanno ripensate, ristrutturate mettendo al centro il bambino: vanno rimodellati gli spazi, i giardini; dev’essere rottamata l’idea di un solo intervallo di dieci minuti su otto ore di scuola; dobbiamo creare momenti in cui i nostri ragazzi possano entrare e uscire dall’aula senza dover fare come in carcere “la domandina”. La scuola deve diventare come una casa, un luogo accogliente.

E’ questa l’immagine della Outdoor education, un’educazione fuori dall’aula, un’educazione che avviene all’aria aperta, in nome di una formazione esperienziale e di una educazione ambientale.

Alcuni degli obiettivi di una simile educazione sono:

  • imparare a superare le avversità
  • promozione di sviluppo personale e sociale
  • sviluppo di un rapporto più profondo con la natura ed il mondo circostante in generale
  • migliorare le capcità di problem solving
  • favorire la cooperazione tra compagni.

Sono i bambini che saltano in una pozzangghera il sogno della nuova pedagogia che faccia della nostra scuola non l’industria dell’obbligo, ma un cantiere dove sperimentare il senso di libertà.

Cit. ilfattoquotidiano.it