I quattro principi della saggezza indiana

“Il caso non esiste. Nessuna goccia di pioggia cade mai nel posto sbagliato”.

40064_137905402915910_100000893536799_187079_5568679_nIeri stavo scrivendo la mia tesi di laurea, in particolare scrivevo della pedagogia dell’invecchiamento come pedagogia della saggezza… quando una cara amica e collega mi ha inviato questo messaggio.

In India si crede che esistono quattro leggi della spiritualità:

1. “Chiunque sia colui che incontri, è quello giusto”. Nessuno entra nella nostra vita per puro caso. Tutti coloro che ci circondano, tutti coloro con i quali interagiamo, rappresentano qualcosa, ci insegnano qualcosa e ci aiutano a migliorare.

2. “Qualsiasi cosa sia successa, è l’unica che poteva succedere”. Nulla, nulla di ciò che abbiamo vissuto poteva essere diverso, nemmeno il dettaglio meno importante. Ciò che è successo è l’unica cosa che poteva e doveva succedere perché potessimo apprendere la lezione per andare avanti nella vita. Ogni singola situazione della nostra vita è assolutamente perfetta, anche quando sfida la nostra comprensione.

3. “Ogni volta che qualcosa inizia, è il momento giusto”. Tutto inizia esattamente nel momento giusto, né prima né dopo. Quando siamo pronti per qualcosa di nuovo nella nostra vita, ciò è là, pronto per iniziare.

4. “Ciò che è finito, è finito”. Quando qualcosa nella nostra vita finisce può solo essere di aiuto per la nostra evoluzione ma, per quanto arricchiti dall’esperienza recente, il passato lo dobbiamo lasciar andare e proseguire in avanti il nostro cammino.

Arriva un momento nella vita che in cui ti allontani da tutto il dramma, dalle persone che lo creano e ti circondi di gente che ti fa ridere. Dimentichi il male e ti concentri sul bene. La vita è troppo corta per non essere altro che felice. Cadere è parte della vita, mettersi in piedi di nuovo è vivere.

I Ragazzi Felici di Summerhill

“I bambini non hanno bisogno di insegnamenti, ma di amore e comprensione. Per essere naturalmente buoni hanno bisogno di sentirsi approvati e liberi”. Alexander Neill

summerhill_newAlexander Neill, pedagogista scozzese, ha fermamente sostenuto che per crescere un bambino felice, e prepararlo a essere un adulto sano, il metodo da adottare è quello della libertà. Neill, dopo anni di insegnamento in scuole di stato, istituì, nel 1921, la Scuola di Summerhill. Destinata a bambini  tra i 5 e i 16 anni, la scuola di Summerhill rappresentò un’occasione educativa rivoluzionaria, oltre che un esempio di reinserimento nella società di ragazzi disadattati.

Il metodo della scuola suscitò, nonostante il successo, anche numerose critiche ma ancora oggi, a tanti anni dalla conclusione dell’esperienza di Neill, non si può non attribuirgli il merito di aver alimentato in molti l’aspirazione a educare in modo libero, suggerendo nuovi significati alle parole amore, approvazione e libertà.

Summerhill vuole essere la dimostrazione che il vero principio dell’educazione non ha bisogno di ricorrere alla paura e alla costrizione.

Neill nasce da una famiglia di maestri elementari, ultimo di tre figli, la sua infanzia fu difficile e poco serena a causa dell’atmosfera familiare conformista e severa. La sua famiglia lo ignora a causa delle sue difficoltà nell’apprendimento scolastico. Ottenuta la qualifica di maestro, si iscrisse all’Università e si laurea in letteratura inglese. Sarà l’incontro con Homer Lane, nel 1919, pedagogo statunitense, a segnare il pensiero pedagogico di Neill. Da Lane, Neill apprese la pedagogia della libertà.

Neill è convinto del fatto che nel bambino esiste un’energia interiore positiva che neEscuela sostiene e ne orienta lo sviluppo verso una personalità spontanea, creativa, equilibrata e felice e che qualsiasi intervento punitivo e repressivo provoca nel bambino l’insorgere di sentimenti come paura e odio, che distruggono il naturale processo di sviluppo in senso positivo della personalità del bambino. Inoltre secondo Neill non esistono bambini difficili, ma solo cattivi genitori e cattivi maestri. L’infelicità dell’infanzia è un prodotto degli interventi errati dell’adulto. Neill era convinto del fatto che spesso un bambino è “difficile” perché in famiglia è stato educato con la paura, le restrizioni e i ricatti. Gli obiettivi dell’educazione sono principalmente l’autoregolazione e l’autodisciplina, la felicità e la libertà,  il principio educativo fondamentale deve rimanere quello dell’assoluto rispetto degli interessi e dei bisogni del soggetto.

Secondo Neill dare libertà vuol dire permettere al bambino di vivere la sua vita, significa fare ciò che piace purché questo non limiti la libertà degli altri. Da questo conseguono autodisciplina ed autoregolazione.

A Summerhill vi era una libertà assoluta, assoluto rispetto dei bisogni, dei desideri e della vita espressiva e sessuale; Neill, avvicinatosi al pensiero di Freud era favorevole alla libera espressione della sessualità infantile, considerata condizione necessaria per lo sviluppo della personalità. Anche per quanto concerne lo sviluppo dell’autoregolazione Neill riprese il pensiero di Freud, in particolare l’analisi sistematica della mente umana, suddivisa in Io, Es e  Suer-io.

Nella scuola di Summerhill veniva imposto un orario delle lezioni valido solo per gli insegnanti, i bambini potevano infatti scegliere quale delle lezioni seguire e in quale momento seguirle.

L’esperienza compiuta da Neill ed i suoi collaboratori è l’applicazione della convinzione che la scuola dovrebbe essere fatta su misura per il bambino, piuttosto che il contrario. A Summerhill i ragazzi non temono l’autorità, vivono rispettandosi a vicenda e hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri. Principio basilare era la parità nei rapporti adulto-bambino. Per Neill il successo è la capacità di lavorare con gioia e di vivere positivamente.

Si potrebbe perciò dire che Summerhill ha voluto essere una scuola che mirava ad educare prima che ad istruire. La scuola rispecchiava la convinzione che i bambini dovrebbero progredire al proprio ritmo, piuttosto che dover perseguire obiettivi standard per una determinata età.

summerhillNon esistevano classi tradizionali ma i bambini venivano suddivisi, secondo le loro capacità, in gruppi. Oltre a gestire il proprio tempo, gli studenti potevano partecipare alla comunità di autogoverno della scuola, all’interno delle riunioni scolastiche, che si svolgevano tre volte la settimana e durante le quali gli allievi e il personale scolastico prendevano decisioni che riguardavano la loro vita giorno per giorno, discutevano i problemi e votavano le leggi scolastiche. Le riunioni servivano anche a risolvere conflitti.

Summerhill ricevette numerose critiche positive, come quelle di Bruno Bettelheim secondo cui Neill è una persona profondamente umana, un educatore capace, non è, né vuole essere, un filosofo o un esperto di psicoanalisi. Secondo Bettelheim a Summerhill la maggioranza dei bambini è cresciuta in una atmosfera vittoriana e a cinque anni, l’età minima per entrare a Summerhill, i bambini hanno strutturato un Super-io abbastanza forte da “prevenire gli eccessi”. Ma ci furono anche le critiche negative: Summerhill venne definita come “la scuola del fai quel che ti pare” o come una semplice ripresa del pensiero di Rousseau. I critici si chiesero come possono i bambini imparare ad agire in modo ordinato e disciplinato se vengono abituati a fare ciò che più piace loro?

Summerhill è la più vecchia scuola impostata su criteri pedagogici liberali conosciuta. L’esperienza di Summerhill in Inghilterra continua ancora oggi.

UN’EMOZIONE PER CRESCERE

“Insegnate la vita. Noi impariamo dai modelli. Non impariamo una cosa perché ci viene detta. Impariamo guardando, osservando, provando una cosa. E’ così che impariamo. E’ un processo di scoperta voluta”. Leo Buscaglia

MiroLe emozioni sono un tesoro, da coltivare fin da bambini. I bambini, anche molto piccoli, sperimentano il mondo attraverso le emozioni, la loro vita  è colorata da un arcobaleno di emozioni. Ci sono emozioni belle, come la felicità ed emozioni brutte, come la rabbia, la tristezza o la gelosia. Gestire gli stati emozionali, che inevitabilmente si susseguono veloci, per i bambini è difficile, temono il buio e cercano la rassicurazione nell’abbraccio di mamma e papà, soffrono la gelosia nei confronti del fratellino, si spaventano quando qualcuno urla. Tutte le emozioni sono preziose e devono essere ascoltate sino in fondo. E’ questo un esercizio che si impara da piccoli, a partire dall’esempio di mamma e papà. Il rapporto che noi grandi abbiamo con le emozioni dipende in gran parte da come si sono comportate le persone che si sono prese cura di noi nell’infanzia. È dalla culla che impariamo come la tristezza o la gioia producono delle reazioni.
Studi dimostrano che nei primi tre anni di vita ognuno di noi sperimenta tutte le emozioni che rincontrerà nell’arco della sua esistenza e che dare un nome a questi segnali fisiologici, indipendenti dalla nostra volontà, ha effetti positivi anche sul sistema nervoso.  Prendersi cura delle emozioni significa prima di tutto non soffocarle e crescere senza temerle. Le emozioni sono come gli strumenti di bordo di un aereo: quanto meglio li so leggere, tanto meglio posso guidare.
Alla luce di ciò l’allenamento emotivo è fondamentale. I bambini devono essere guidati nel dare un nome alle emozioni che stanno provando, guidati nel non soffocarle. Attraverso il contatto emotivo il bambino si sentirà compreso e acquisirà, passo dopo passo, le parole giuste per definire, anche in futuro, i suoi stati d’animo. Chiudere la bocca alle emozioni è un grosso errore, pertanto i genitori devono essere degli “allenatori emotivi“; se il nostro bambino è triste perché un compagno lo ha fatto arrabbiare ascoltiamo bene cosa ha da dirci e possiamo poi rispondere: “anch’io ci rimarrei male se i miei amici si comportassero così”, “capisco che tu sia triste”. E di fronte a un figlio che un’esplosione di felicità è un errore credere che nei bambini questa emozione sia scontata. Quando accade è quindi importante che mamma e papà partecipino alla gioia, un’emozione che va coltivata e non solo nell’infanzia.

L’amore ferito

11659217_416380118553548_953989612111170027_nParlare d’amore è complesso, è qualcosa di cosi intimo e profondo, qualcosa che non conosce vera definizione. L’amore si prova, non si dice. Le parole non possono dire l’amore, come non possono dire il dolore. Due antipodi che possono correre l’uno cosi vicino all’alto.

Ad una prima riflessione a nessuno verrebbe in mente di parlare d’amore se si parla di violenza. Ma in uno stupro c’è un amore profondo che in un secondo, come un vaso di cristallo che colpito cade a terra, si frantuma in mille pezzi. Il rumore è assordante, cupo, pungente, come le schegge di quel cristallo. E’ l’amore per se stessi, l’amore per la vita e per tutto ciò che in essa è contenuto. Quell’amore improvvisamente diviene profondo senso di colpa e inadeguatezza.

Le ferite che si curano in pronto soccorso sembrano non esistere. E’ l’anima ad essere ferita. Il dolore è provocato da qualcosa di invisibile. Senza luogo e senza tempo.

Intorno a questo dolore il mondo continua a girare e con lui addosso si deve uscire di casa ancora, prendere l’autobus, andare a scuola o al lavoro. Superare quel senso di ingiustificata vergogna che si prova.
Passano i giorni, le settimane, i mesi e gli anni e le ferite divengono cicatrici. E’ intorno a queste profonde e invisibili cicatrici che, non torna la normalità, ma se ne costruisce una nuova. Niente sarà più come prima di quella notte, di quella mattina o pomeriggio, d’estate o d’inverno. Niente sarà più come prima di quel momento. Ma questa stessa vita che ferisce, distrugge, è quella che ama e ri-costruisce.

Scrivo questo post oggi, senza riferimento alcuno, senza storia alcuna perché,  purtroppo, gli amori feriti sono tanti, troppi. Troppi ancora sono i silenzi ma troppe sono anche le voci inopportune che spesso si alzano.
Queste righe sono un semplice pensiero, un attimo dedicato a questi amori feriti, a queste donne, grandi donne che tornano ad amare, prima di tutto loro stesse, donne che alzano la teste e tornano a guardarsi allo specchio.

Davanti a fenomeni tali non si può tacere e non lo si deve fare ma troppo spesso nei racconti dei fatti ci si dimentica che dietro a quella storia c’è prima di tutto una persona con una ferita profonda, un chi che dovrà ri-costruirsi e per farlo dovrà usare tutta la forza possibile, anche quella che essa stessa non avrebbe mai pensato di avere.

Le vittime sono spesso presentate come donne deboli. Pochi ancora dedicano righe che raccontano il coraggio di donne che gridano e si rialzano.  Donne che hanno il coraggio di tornare a vedersi le bellissime donne che sono, non deboli, non vittime ma donne del coraggio, della voglia di vivere, che nulla è riuscito a portare via e che ri-credono che il domani e dopo sono più importanti ancora.

E’ anche questo che si dovrebbe  raccontare, non i particolari di lividi e botte, tutti sappiamo cosa significa violenza. Ciò che si dovrebbe mostrare sono donne che vengono ascoltate, aiutate e che, grazie a questo, si rialzano ed escono di casa a testa altra. Quello che si deve mostrare è il sostegno che fa la differenza. Ciò che si dove mostrare sono Donne che si riappropriano del loro corpo, donne che così, gridano in silenzio ad altre donne che la forza per dire no e ricominciare esiste!


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Alberto Manzi: storia di un maestro

“Impariamo a imparare. intelligenti si diventa”  A. MANZI

603713_973284326026893_2906511820787159488_nAlberto Manzi nasce a Roma nel 1924, figlio di un tranviere e di una casalinga, studia all’istituto nautico ma si diploma anche all’istituto magistrale. Padre di quattro figlie, è conosciuto come il maestro Manzi colui che, negli anni ’60, con il suo programma televisivo “Non è mai troppo tardi” insegnò a leggere e scrivere a milioni di italiani analfabeti che, grazie alle sue lezioni, arrivarono a conseguire la licenza elementare.

Laureato in Biologia prima e in Filosofia e Pedagogia poi, affiancherà il direttore della Scuola sperimentale del Magistero di Roma, Luigi Volpicelli. Manterrà questo incarico solo per un anno preferendo l’insegnamento elementare.

Tra il 1946 e il 1947 Manzi vive la sua prima esperienza come educatore presso il carcere minorile di Roma “Aristide Gabelli”. Insegna a circa 90 ragazzi tra i 9 e i 17 anni e con essi Manzi darà vita al primo giornale di un carcere minorile.

Nel 1955 si reca per la prima volta in Sudafrica e scopre la condizione dei contadini analfabeti e sfruttati , poveri e privi di diritti. Tutti gli anni, per vent’anni, ritornerà in queste terre per fare scuola.

Fu il direttore della scuola in cui Manzi insegnava a spingerlo, nel 1960, a fare il provino per la trasmissione RAI “Non è mai troppo tardi”. La trasmissione sarà trasmessa per otto anni. A Manzi non stava a cuore solo l’alfabetizzazione delle masse: “non insegnavo a leggere e scrivere ma invogliavo la gente a leggere e scrivere. Manzi faceva riflettere su ciò che insegnava e sosteneva che “se la didattica nn tocca la vita diventa sterile”.  

“Il giorno del provino ci avevano dato una lezione già scritta sulla lettera O. Chiesi: posso fare come mi pare a me o devo recitare? chi ha scritto questa lezione non capisce niente… strappai il copione, chiesi dei grandi fogli di carta, li attaccai al muro e iniziai a disegnare. …Se voglio tenerli svegli devo fare qualcosa per mantenere l’attenzione l’unica cosa è disegnare; meglio qualcosa di incomprensibile all’inizio e che si capisca solo dopo, così per far si che la curiosità facesse si che la persona seguisse sino alla fine. Così iniziò questa avventura”.

Il programma è considerato uno dei più importanti esperimenti di educazione degli adulti, conosciuto e citato nella letteratura pedagogica internazionale, nello stile di conduzione e nel linguaggio didattico.

“Io comunque provavo con i miei ragazzi”: la sperimentazione, la ricerca e le verifiche continue sono fondamentali per Manzi., che non ha mai voluto che si parlasse di suo modello o metodo, ma di metodologia sempre aperta, dinamica, in continua evoluzione.

Manzi curò anche alcune collane di volumi di sussidiari per tutte le classi di scuola elementare che avevano come elemento fondamentale la domanda, per stimolare, provocare, divertire e quindi far crescere la capacità di elaborare concetti e sviluppare l’intelligenza, perché “intelligenti si diventa”.

“I ragazzi non leggono o leggono troppo poco. E nella scuola generalmente si insegna la tecnica del leggere, ma non si dà il gusto del leggere. Il libro deve essere qualcosa di piacevole, dove si può non solo leggere, ma colorare, trasformare e fare, inventare e riflettere. Il libro si trasforma così in qualcosa di personale, perciò vivo”.

“Le ho provate tutte per cercare di trasformare questa scuola, nel rispetto del bambino, perché questo è il punto fondamentale”

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Nel giugno del 1975 il maestro si rifiutò di classificare gli alunni perché “classificare significa impedire un armonioso sviluppo intellettivo … significa impedire un apprendimento cosciente”. La mancata compilazione dei giudizi condusse il maestro a due sospensioni negli anni da parte del Ministro.

Escluso il periodo in cui condusse il programma RAI, Manzi fu sempre un insegnante elementare, sino al 1985. La classe era per Manzi come un laboratorio in cui si formano concetti. La sua didattica è fortemente ancorata al rapporto fra esperienza concreta, pensiero e linguaggio. L’imposizione secondo Manzi non forma un concetto e il maestro deve sporcarsi le mani ed entrare nel terreno dell’altro. I principi che guidano l’attività didattica di Manzi sono: l’alimentare continuamente la curiosità che deve spingere i bambini a voler sapere sempre di più e il dialogo e la discussione, più che la lezione.

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La narrazione di sè: raccontare e raccontarsi. Per una pedagogia narrativa.

“Ogni vita è un enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”. Italo calvino

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Ognuno di noi ha una storia, che inizia ancor prima del nostro venire al mondo, una storia che inizia nella pancia della mamma. E’ da qui, da questo inizio di qualcuno e non di qualcosa, come diceva Sant’Agostino, che inizia il nostro racconto. La madre è la prima a raccontare di noi e anche negli anni successivi l’immagine che il bambino ha di se stesso e il modo in cui lo racconta al mondo passa attraverso i suoi occhi.

La narrazione di sé, il cosiddetto racconto autobiografico è fondamentale da un punto di vista educativo. Conoscere la storia di vita di un soggetto, ottenuta attraverso racconti non solo del singolo ma anche di altri significati, permette di progettare interventi maggiormente personalizzati e inoltre le autobiografie rispondono ad un bisogno di autodeterminazione.

Demetrio scriveva che “per sturare una ferita, per colmare un vuoto, per non dimenticare, per riorientarsi e per prendere coraggio” è necessario raccontarsi.

L’educazione è  relazione tra persone che scambiano esperienze attraverso la narrazione e l’ascolto reciproco. L’educazione si compone di quella relazione che permette di aprire nuovi punti di vista e riflessioni.

Il bisogno di raccontar-si, il bisogno di narrare è qualcosa di arcaico: sin dalla notte dei tempi l’uomo ha cercato nella con-divisione del suo racconto una sottrazione di peso, una sorta di leggerezza del vivere. Narrare rappresenta l’unico modo che l’essere umano possiede per far conoscere un accaduto o la propria storia.

Secondo Bruner il pensiero umano è essenzialmente di due tipi: logico-scientifico e narrativo. Quest’ultimo, presente sin dalla primissima infanzia, si occupa del particolare, delle intenzioni e delle azioni dell’uomo, delle vicissitudini e dei risultati. Il suo intento è quello di situare l’esperienza nel tempo e nello spazio.

Perché l’altro si racconti è necessario che si creino le giuste condizioni perché ciò avvenga e colui che ascolta, deve rispondere al racconto in modo empatico, gestendo le proprie emozioni, mostrando vicinanza all’atro e non dimenticando che noi abbiamo una mente e gli altri hanno una mente.

L’identità della persona è in continua trasformazione e la narrazione è sì una riflessione sul passato ma deve essere soprattutto uno strumento per la costruzione del futuro, che permette di immaginare alternative.

Come da qualsiasi narrazione, sia essa un libro, un racconto, nuovo o antico, dalla narrazione di sé si impara. Ogni qualvolta raccontiamo qualcosa di noi, lo doniamo all’altro e esso ne riceverà un insegnamento, giusto o sbagliato, e noi, dal canto nostro, avremmo imparato qualcosa di nuovo.

Il mondo delle favole, un mondo non solo per bambini

“Se ho queste paure non valgo nulla”, disse il riccio;
“Tutti abbiamo paura”, rispose la ranocchia, “l’importante è che impariamo a ragionarci”.

libro-che-fa-beneOgnuno di noi da bambino ha sognato ascoltando una favola ma spesso ci si dimentica di quella bellezza, di quei sogni fatti ad occhi aperti.
Gli adulti spesso non riconoscono alle favole l’importanza che meritano, pensano che queste siano utili solo ai piccoli, le leggono ai loro bambini ma sovente non si fermano a riflettere sui messaggi che contengono; e poi, non appena i piccoli crescono, i libri di fiabe vengono portate in soffitta, quasi non considerati degni di essere tenuti in mostra in una libreria.
I messaggi contenuti in molte favole sono preziose perle di saggezza, è questo che l’adulto deve cogliere e non dimenticare, perle che possono aiutare bambini ed adulti a crescere trovando il significato e le giuste motivazioni nel vivere quotidiano.
Le fiabe per i bambini sono essenziali e svolgono un’importante azione: i personaggi e le loro vicende possono diventare il sottile “filo di Arianna” che accompagna  nella comprensione di ciò che accade intorno a loro e dentro di loro. Le favole sono per i piccoli un importante strumento di crescita emotiva, cognitiva, linguistica e sociale.
Per l’adulto la favola è altrettanto importante, nelle storie si possono ritrovare personaggi che trovano soluzione a difficoltà che, anche se spesso espresse in modo metaforico, sono quelle che ognuno può rincontrare nel corso della sua vita.
La fiaba apre, con incanto infantile, gli occhi di chi la vita ha disincantato mostrando come  la vita stessa sia in realtà più semplice di quanto non la si percepisca. Le favole mostrano una grande verità: noi possediamo tutti gli strumenti utili per affrontare la nostra vita, in particolare quando, inevitabilmente, essa ci presenta le sue difficoltà, perché crescere è un compito che richiede impegno e tante risorse…e la crescita non è un’esclusiva del bambino ma dell’uomo.

Cura ed empatia attraverso la favola di Schopenhauer

“perché la verità è che raramente una risposta può migliorare le cose”.

TYP-463667-4793710-empatiaIn una fredda giornata d’inverno un gruppo di porcospini si rifugia in una grotta, si stringono l’un l’altro, per proteggersi dal freddo ma, ben presto, sentono il dolore provocato dalle loro spine che li costringe ad allontanarsi. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li porta di nuovo ad avvicinarsi si pungono di nuovo. Ripetono più volte questi tentativi, avanti e indietro, vicini e lontani, tra due mali, finché non trovano quella moderata distanza reciproca che rappresenta la migliore posizione, quella giusta distanza che consente loro di scaldarsi e nello stesso tempo di non farsi del male reciprocamente.

Ecco l’empatia, quella giusta distanza che permette di starsi vicino senza farsi male, la vicinanza che permette di sostenersi reciprocamente ma che lascia lo spazio necessario a ciascuno per crescere. Non esiste pianta che cresce se troppo vicino ad un altra: la quercia e il cipresso non crescono l’una all’ombra dell’altro, scriveva un vecchio filosofo, ma perché la pianta cresca sono necessarie le cure, che colmano, in modo impercettibile, le distanze.

La cura, dal latino coera è ciò che scalda il cuore, è quell’azione che passa attraverso le mani, fatta di sguardi attenti e non giudicanti, orecchie tese che ascoltano e non solo odono.

La cura necessita dell’empatia, quello strumento che ogni  madre ed ogni padre, ogni insegnante, educatore, medico, operatore deve possedere e custodire nella sua cassetta degli attrezzi. La cura ha bisogno dello spazio, necessita di quei tempi e di quelle libertà individuali che permettono di esplorare il mondo e conoscerlo attraverso i propri occhi, toccarlo con le proprie mani, sentirlo con le proprie emozioni ma senza mai sentirsi soli.

Lo specchio distorto: il corpo e l’accettazione di sé

“NON T’ACCORGI, DIAVOLO CHE SEI, CHE TU SEI BELLA COME UN ANGELO?” G.LEOPARDI

imagesH2YR56BWVidi per la prima volta un’immagine simile su un libro del liceo. Avevo sedici, forse diciassette anni. Pesavo 86 kg.

La mia è la storia di una bambina cicciottella, un’adolescente sovrappeso, una giovane donna “pesoforma“.  Il mio peso non forma non è mai stato un problema per me e mi era sempre parso non esserlo nemmeno per gli altri. Mi sbagliavo. Me ne resi conto solo con 30 kg in meno.

A 23 anni, quasi per uno strano gioco del destino, iniziai a perdere alcuni dei miei chili di troppo, per mia fortuna la strada per perdere tutti quei chili di troppo fu breve e non particolarmente difficile. Salutai l’inverno di quell’anno con i miei 86 kg e alla fine dell’estate il mio peso era di 58 kg. Incontravo persone che mi conoscevano sin da bambina e stentavano a riconoscermi. Io mi riconoscevo benissimo. Non vedovo in me niente di così tanto diverso. Per me io ero sempre io. Mi guardavo allo specchio e non riuscivo proprio a vedere quell’immagine di me a cui gli altri regalavano tanti complimenti. Non riconoscevo i miei pantaloni nell’armadio e nei negozi, si, chiedevo non più la taglia 50 ma una 48, non credevo di poter entrare in quella taglia 42 che le commesse mi mettevano davanti. I centimetri in meno sul puto vita cambiarono il modo in cui le persone si rivolgevano a me, non ero più la giovane cicciottella che faceva simpatia ma una giovane donna pesoforma. Quanto piace questa parola, quanto ricorre tra le pagine di riviste tutte figlie di photoshop. A me non interessava il pesoforma, non mi interessavano gli sguardi così interessati e le domande stupide e persistenti che chiedevano quale dieta avessi seguito. Ciò che mi interessava era tornare a riconoscermi, vedere non il riflesso distorto del mio corpo ma riconoscermi in questo nuovo corpo. Per la prima volta, all’improvviso, capii davvero il senso di quell’immagine vista anni prima, quell’immagine che mi ritornò alla mente e nella quale mi riconobbi.

Sono passati sei anni da quell’estate e ora si, mi riconosco, ora l’immagine che vedo riflessa nello specchio mi appartiene. Non condanno quei primi sguardi sbigottiti ma quei comportamenti così compiaciuti si, quelli vorrei non averli visti e vorrei che nessuno li dovesse vedere. Sono quelli i comportamenti che spingono milioni di giovani donne e uomini a fare di tutto per rientrare in jeans taglia 40, per apparire così come gli altri vogliono. Sono quelli comportamenti che fanno si che non accettiamo il nostro corpo e che non seguiamo diete intese come “una variare le cose“, per mantenerci in salute, ma  solo per ottenere risultati che rispondono a canoni che ci vogliono tutti pesoforma.

E’ necessario diffondere un’educazione alimentare ma anche un’educazione che lavori sulle differenze individuali, sull’accettazione e sull’auto-accettazione. Il cosiddetto ideale del sé, cioè quello che inconsciamente vorremmo essere, influenza la capacità di percepire la nostra persona nella realtà. L’ideale di sé si nutre dapprima dello sguardo dei genitori e se la realtà familiare ha permesso vissuti sufficientemente buoni può maturare un sé tollerante, che aiuta a convivere serenamente con le imperfezioni.

Non dobbiamo avere paura di ciò che gli altri pensano di noi, la maggior parte di loro combatte la nostra stessa battaglia: accettarsi così come si è, il primo passo verso ogni genere di miglioramento. Il nostro corpo è il biglietto da visita nel rapporto con gli altri, il corpo diventa facilmente bersaglio di frustrazioni e insoddisfazioni derivanti dal conflitto tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere: spesso si diventa troppo esigenti e si finisce per disprezzarlo. Ciò che non dobbiamo mai dimenticare è che ognuno di noi non è solo il suo corpo,  ma è molto altro, alto che deve essere riconosciuto, mostrato e condiviso.

Ricaricare le pile del Cuore

“sarà primavera finché le fronde degli alberi faranno da tetto ai nostri sorrisi”

10003361_939042689451057_7135102355752817297_n“La pedagogia è ben connessa alla realtà, pone lo sguardo sulla vita concreta, sul qui ed ora”.

Sarà che il clima in questi ultimi giorni si è fatto mite, il gelsomino sul mio balcone sprigiona un profumo rinquorante e mentre scrivo dalla finestra entrano le risate felici dei bambini che giocano in un prato colmo di margherite fiorite.

Penso a quanto piccoli e grandi siano travolti dalle tendenze di oggi a passare ore ed ore davanti a schermi di computer, cellulari o TV, a rincorrere un tempo fantasma, strappato dai mille impegni, penso a quanto, grandi e piccini, abbiano il bisogno di vivere il mondo semplicemente, vivere dei niente meravigliosamente significativi. Sprofondare in un manto erboso, con un libro sopra la testa che ripara dal sole, dopo un pic nic, rincorrere una palla, uscire al mattino e respirare, per un attimo, la fresca brezza e concedersi il tempo di un caffè, di un semplice ciao ed un sorriso.

Ognuno di noi dovrebbe concedersi attimi e come genitori dovremmo costruire, per i nostri bambini, occasioni in cui il sole sia il carica batterie, visitare luoghi dai quali andare via non provochi tristezza perché il cuore è pieno di gioia. Attimi semplici ma vissuti in modo autentico, la colazione del mattino che sia un rito,  una predisposizione al sorriso per l’intera giornata, registrare immagini, come fossero fotogrammi, e raccontarle, condividerle. Incontrare mani con vene in rilievo e ascoltare occhi sporcati dalla vita.

Vivere un tempo, il nostro tempo, significa anche imparare, imparare dall’esperienza. Il mondo che ci circonda è il libro più bello, il motore di ricerca più completo. L’uomo impara facendo e il bambino soprattutto. Pensate sia possibile imparare a giocare a tennis leggendo un libro, guardando gli altri o sentendo qualcuno che ne parla?

Ciò che basterebbe fare è alzare, per un secondo, gli occhi dalle routine, guardare il cielo azzurro o regalare un sorriso alle nuvole e imparare a sfruttare quei momenti semplici, quei luoghi famigliari e farli rivivere in modo speciale, con fantasia e leggerezza, aggiungere curiosita’ ai propri punti di riferimento, cambiare idea, trovare nuove certezze, essere soddisfatti dei tentativi, del cammino, piu’ che della meta.