A te bambina speciale

“L’educazione è cosa di cuore” Giovanni Bosco

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Oggi ho guardato gli alberi del parco giochi e mi sono accorta che si sono riempiti di foglie. La prima volta che ti ho presa per mano e ti ho portata in quel parco gli alberi erano spogli. Era l’inizio dell’autunno. Era l’inizio della mia nuova vita. Era l’inizio di questo pezzettino di strada che abbiamo percorso insieme.

La prima volta che ti ho vista venivi verso di me camminando per un corridoio, hai subito accettato di prendere la mia mano tesa verso di te e li, in quell’istante, abbiamo iniziato il nostro piccolo viaggio.

Tu, sotto quegli occhialetti, due occhi grandi e dolci come il miele. Tu, con quelle tue strane frasi, che in pochi comprendono. Tu, colorata e saltellante. Tu, bambina speciale. Tu, mi hai riempito il cuore, ogni giorno di più.

E’ solo credendo fermamente nel fatto che il cuore debba essere davanti ad ogni rapporto in senso educativo che sono andata avanti giorno dopo giorno, che sono tornata da te anche dopo che il giorno prima era stato così difficile da farmi pensare di non essere adatta a questo compito. E’ si, cara bambina speciale, alcuni giorni mi hai distrutta come se avessi combattuto mille battaglie, inconsapevole che ne stavo combattendo una ma davvero importante: stavo costruendo con te un rapporto vero e profondo.

Oggi quando ti sei appoggiata a me e cercavi la mia mano che ti accarezzava il viso il cuore mi si è stretto nel petto e per la prima volta ho pensato che il nostro tempo insieme sta per finire. E allora ci siamo messe a correre, legate l’una all’altra, come a volerlo rincorrere e riprendere questo tempo.

Abbiamo corso bambina speciale contro un mondo che, a volte, non ti comprenderà, che ti guarderà stranito ma tu non dovrai mai smettere di correre incontro a lui, a questo mondo a volte ingiusto ma così bello che meriti di vivere tutto, sino in fondo, con la tua risata che spacca il cuore di gioia e i tuoi occhi pieni d’amore.

Per te quel cuore di perline per dirti buona vita piccola bambina speciale.

Con affetto.

La tua maestra

“Bruchi e farfalle”

“Bisogna allenare l’occhio a non vedere il bruco ma la farfalla che verrà”.

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“Le farfalle non si allevano.

Se si vuole vederle volare in giardino bisogna piantare fiori, creare cioè le condizioni favorevoli.

Non si può integrare una persona disabile in modo diretto, magari con un atto amministrativo: bisogna crerare le condizioni affichè il disabile, i suoi compagni, il controllere del bus, la commessa del negozio si sentano parte di una stessa solidarietà.

Piantate fiori, aspettate le farfalle e poi godete dei loro movimenti e della loro libertà.

Sulle nostre scrivanie compaiono bruchi, mai farfalle.

Bisogna allenare l’occhio a non vedere il bruco ma la farfalla che verrà.

Ogni tanto la diagnosi, l’osservazione, la misurazione limita al bruco e impedisce di vedere la farfalla. Il bambino capisce se lo vedi come bruco o come farfalla e si comporta di conseguenza. 

Formare un educatore vuol dire allenarlo a veder farfalle”.

di Mauro Martinoni

“Non appena ho cominciato ad amarmi”

“Anche le stelle collidono e dal loro scontro nascono nuovi mondi. Oggi io la chiamo vita”. C. Chaplin

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Non appena ho cominciato ad amarmi ho trovato che le emozioni che mi facevano soffrire come l’angoscia sono solo sintomi di comportamenti che vanno contro la mia propria verità. Oggi, io so che questa è “autenticità”.

Non appena ho cominciato ad amarmi ho capito quanto può offendere forzare i nostri desideri su un’altra persona, anche quando non è il giusto momento e quando la persona non è pronta, e anche quando quella persona sono io. Oggi lo chiamo “rispetto”.

Non appena ho cominciato ad amarmi ho smesso di desiderare una vita differente, ed ho potuto vedere che tutto quanto mi circondava mi invitava a crescere. Oggi la chiamo “maturità”.

Non appena ho cominciato ad amarmi ho capito che ad ogni circostanza sono nel posto giusto al momento giusto, e che tutto succede nel momento esatto; in questo modo posso rimanere calmo. Oggi la chiamo “fiducia in sé stessi”.

Non appena ho cominciato ad amarmi ho smesso di sprecare il mio tempo, ho smesso di progettare grosse imprese. Oggi faccio solo ciò che mi porta gioia e felicità, solo ciò che amo fare e le faccio a modo mio e con i miei tempi. Oggi la chiamo “semplicità”.

Non appena ho cominciato ad amarmi mi sono liberato di tutto ciò che non è buono per la mia salute: cibo, persone, cose, situazioni e tutto ciò che mi porta giù e lontano dal mio Sé. Questa attitudine dapprima la chiamavo un sano egoismo. Oggi la chiamo “amore per sé stessi”.

Non appena ho cominciato ad amarmi ho smesso di provare ad essere sempre corretto, e da allora sbaglio di meno. Oggi ho scoperto che questa è “modestia”.

Non appena ho cominciato ad amarmi ho rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi per il futuro. Adesso vivo solo per il presente, qualsiasi cosa succeda. Oggi vivo giorno per giorno, e la chiamo “realizzazione”.

Non appena ho cominciato ad amarmi ho riconosciuto che la mia mente può disturbarmi fino a farmi stare male. Da quando l’ho connessa al mio cuore, la mia mente è diventata mia alleata. Oggi la chiamo “saggezza del cuore”.

Non abbiamo più bisogno di aver paura delle discussioni, dei confronti o di ogni altro tipo di problemi con noi stessi o con gli altri. Anche le stelle collidono e dal loro scontro nascono nuovi mondi. Oggi io la chiamo “vita”.

C. Chaplin

 

Poi c’è il nostro lavoro: noi siamo educatori

“La pietra angolare è l’impegno. E’ l’impegno inequivocabile di un individuo con un altro che promuove un cambiamento positivo” Torey Hayden

180d10423f2009a3d38886a450b76860Ci sono lavori che finiscono allo scoccare di una certa ora.

Lavori che portano sempre in giro, senza orari ma con tante mete.

Ci sono tanti lavori diversi, importanti e faticosi. Poi c’è il nostro lavoro: noi siamo educatori.

Il nostro non è un vero e proprio lavoro ma più un modo di essere. Chi educa non fa l’educatore ma è un educatore.

Siamo così, come salvadanai pronti ad accogliere gli ostacoli e far si che questi siano come monete preziose per arrivare ad avere la cosa più bella, la serenità del vivere.

Come educatori non siamo speciali ma siamo unici ed è proprio questa la prima cosa che dobbiamo trasmettere: la bellezza dell’unicità di ognuno.

Sbagliamo e sbaglieremo ancora, perchè siamo umani ma sicuri del fatto che c’è tempo per imparare.

Le nostre gionate non saranno sempre luminose e senza intoppi, non sempre avremo la sensazione di essere sulla dritta via e allora sarà il momento di cercare e ricercare e scoprire che la strada asfaltata non è sempre l’unica possibile da percorrere.

Per questo ci dobbiamo credere.

Per questo serve impegno e determinazione, anche quando la strada è diffcile e noiosa.

Le paure non ci devono rendere pigri e solitari.

Ci dobbiamo credere.

Noi siamo educatori.

Le cinque lezioni del Piccolo Principe

“Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”

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Dobbiamo riconnetterci alla nostra creatività di bambini.

“Ma chiunque, fosse uomo o donna, mi rispondeva “È un cappello”. Allora non parlavo di boa, di foreste primitive, di stelle. Mi abbassavo al suo livello. Gli parlavo di bridge, di golf, di politica e di cravatte. E lui era tutto soddisfatto di aver incontrato un uomo tanto sensibile” – Il narratore.

Per stare bene con noi stessi non dobbiamo essere troppo seri.

“Le amministro. Le conto e le riconto. È difficile, ma io sono un uomo serio” – L’uomo d’affari.

Dedicare del tempo a se stessi è il segreto della felicità.

“Ebbene, ora che fa un giro al minuto, non ho più un secondo di riposo. Accendo e spengo una volta al minuto!” – Il Lampionaio.

Bisogna avere il coraggio di lanciarsi verso nuove scoperte.

“Non è il geografo che va a fare il conto delle città, dei fiumi, delle montagne, dei mari, degli oceani e dei deserti. Il geografo è troppo importante per andarsene in giro. Non lascia mai il suo ufficio” – Il geografo.

È sempre meglio scegliere con il cuore.

“Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi” – La volpe.

Un anno passato in un soffio

“L’educazione è cosa di cuore”

torta_anno_1Un anno fa oggi pubblicavo il mio primo articolo , parlava di cambiamento, del bisogno di riprogettarsi, di cambiare secondo gli eventi, di quel fenomeno chiamato resilienza, che altro non è che la capacità di utilizzare le proprie risorse, la capacità di non mollare ma andare avanti sempre, il reinventarsi ogni giorno.

Un anno fa oggi ero seduta ad un banco in un’aula universitaria, ascoltavo una lezione noiosa con un elenco di date in mano che usavo per contare quante ore restavano alla fine di quel corso. Tra quei banchi ho pensato e scritto il mio primo articolo, il primo soffio di pedagogia. Tra quei banchi ho scritto di cambiamento,  inconsapevole del fatto che il mio cambiamento era li, ad un passo.

Oggi, un anno dopo, quell’elenco che serviva per il conto alla rovescia di noiose lezioni non c’è più. Il blocco degli appunti ha lasciato il posto a raccoglitori pieni di progetti e nomi di bambini fantastici e speciali; speciali non per le loro peculiarità, patologiche o meno, ma soprattutto, semplicemente, per il fatto di essere bambini.

Oggi, un anno fa, non avrei mai pensato di ritrovarmi ad alzarmi ogni mattina all’alba felice di entrare in un’aula, fingere di bere un caffè preparato per caso da quella bambina con gli occhi neri o rincorrere quel bambino con le lentiggini solo perché lui si regali un sorriso.

Un cambiamento questo che ha messo in dubbio molto di quello che avevo scritto, che ha fatto emergere la sensazione di pochezza di molte parole scritte in precedenza ma che mi ha portato a riflettere di più, a selezionare ciò che merita di essere battuto e pubblicato e ciò che è meglio lasciar correre perché riempire pagine vuote con semplici segni neri non ha alcun senso. Ciò che ha senso, per me è cercare e ricercare, raccontare, il reale o il teorico ma che sia pieno di significato.

Uno schermo bianco che sta imparando a parlare, giorno dopo giorno, errore dopo errore e pensiero dopo pensiero.

Incosciente,  appassionata, sedotta, irrimediabilmente continuerò a far tintinnare questi tasti  che, quando emanano un rumore crescente, ti stanno dicendo che ciò che stai scrivendo ti ha rapita e allora, si, pubblica.

I nonni lasciano le loro tracce nell’anima dei nipoti

“Capelli bianchi, occhi che brillano al sole, il calore di mani segnate dal tempo che donano amore”

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I nonni sono persone uniche, intime ed indimenticabili. Simbolo di un’unione generazionale, donano sguardi di complicità, concedono quei momenti di gioco permissivo e comprensivo, in nome di quell’amore smisurato.

Un nonno è colui che sa piantare radici nel cuore dei nipoti. Un nonno è colui che lascia impronte emotive incancellabili, impronte lasciate da quei segreti condividi, dai piccoli dettagli, dall’amore incondizionato.

I nonni hanno un dottorato in amore.

Sono educatori d’eccezione per ogni piccolo uomo che si appresta a crescere. Le loro storie fatte di tradizioni e passato affascinano i bambini che vengono così portati un mondi sconosciuti. Racconti di un passato vissuto, come storie nelle quali sono gli stessi nonni i protagonisti, storie colme di bellezza ed insegnamenti.

Essere nonni e fare i nonni non è un beneficio solo per i piccoli ma anche per i nonni stessi. Un riscatto spesso di quel tempo che gli impegni hanno tolto ai figli e che ora possono dedicare ai loro nipotini, una riscoperta del mondo attraverso la meraviglia, l’innocenza e l’amore incondizionato.

I giorni in compagnia di un nonno sono un privilegio per ogni nipote, piccolo o grande.

Luogo comune è che i nonni viziano i piccoli ma quando un nonno non c’è i nipoti sentono la mancanza non dei cioccolatini ma di quello che essi rappresentano.

Le cure dei nonni riflettono un amore che forma i bambini, che li protegge in modo unico, non sempre comprensibile e descrivibile.

I nonni sono coloro che lasciano segni incancellabili nelle anime dei loro nipoti.

Se sei lì solo per insegnare gli studenti non imparano niente

Gli studenti non aprono, se prima non bussi. Enrico Galiano

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Non ne azzeccano una, se non si sentono liberi di sbagliare. Non ti danno niente, niente più dei compiti fatti e delle paginette studiate a memoria, se vedono che tu fai lo stesso.

Se non ci metti niente di più del sederti lì e fare quanto basta. Non si accendono, se ti vedono spento.Non fanno domande, se tu hai smesso di fartene.Non leggono, se davanti gli metti solo dei libri. Non aprono, se prima non bussi. Non diventano grandi, se li tratti come bambini.

Perché quello che dici vale, sì; quello che fai vale, sì: ma soprattutto vale quello che sei.

Ecco perché non imparano niente, se te lo leggono in faccia, che sei lì solo per insegnare.

di Enrico Galiano

“Il pentolino di Antonio”: disabilità e resilienza

“I bambini non sono problemi da analizzare ma persone da accompagnare”. Marco Ius

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Qualche giorno fa girovagando per gli scaffali della biblioteca della scuola ho incontrato Antonio e il suo pentolino.

“Il pentolino di Antonio” è un libretto illustrato in modo semplice che racconta qualcosa di vero e grande: la disabilità e la possibilità di conviverci in modo costruttivo e non distruttivo. Il-pentolino-Antonino-2-

Antonino è un bambino che per qualche ragione trascina sempre dietro di sé un pentolino rosso. Antonio è un bambino pieno di qualità ma tutti vedono sempre e soltanto l’imbarazzante pentolino che si porta dietro. Non comprendono che Antonino deve sforzarsi molto per fare le cose che per tutti gli altri bambini sono semplici. Talvolta, in preda alla frustrazione, si arrabbia e reagisce piangendo o aggredendo gli altri e viene sgridato. Per questo Antonino vorrebbe sbarazzarsi del suo pentolino. Ma non può: “il pentolino è lì e non c’è niente da fare”. Decide allora di usarlo per nascondersi agli altri e diventare invisibile, pensando che così le cose saranno più semplici. Ma così, poco a poco, la gente lo dimentica. Un giorno Antonio incontra una persona speciale, Marcgherita, che gli fa vedere come anche lei si porti dietro il suo pentolino. È soltanto un po’ più piccolo. Questa persona riuscirà a far ritrovare al bambino la voglia di tirar fuori la testa dal pentolino e gli insegnerà a conviverci serenamente.
La storia di Antonio è la storia di tanti bambini, di tante persone, se non la storia di tutti. Ma esistono pentolini piccoli e leggeri, facili da nascondere e portare in giro e pentolini un po’ più ingombranti, che comprono quello che siamo prevalendo, divendo loro i protagonisti indiscussi.
Margherita è la metafora della persona che ogni bambino e il suo pentolino meritano di incontrare. Una prima persona che veda prima Antonio e poi il suo pentolino. Una persona speciale che aiuti a trovare il modo di rendere ogni pentolino meno ingobrante, qualcuno che costruisca uno zaino in cui mettere il pentolino rosso per far si che questo non sia più così ingombrante.

Un “ti voglio bene” non è mai di troppo

12039576_1620562181543502_8587745075339620250_nQuando siamo stati bambini, quasi tutti abbiamo svolto un tema intitolato “Il giorno più felice della mia vita”. Nei collegi religiosi il successo era assicurato se raccontavi la tua prima comunione. Altri preferivano ricordare il regalo più grande e più costoso che avavano ricevuto per Natale, il viaggio in un paese lontano, la visita al parco dei divertimenti.

Col passare degli anni cambia la nostra prospettiva: gli oggetti si defirmano, e le persone raggiungono allora una statura insospettata. Il sorriso di nostra madre, l’abbraccio di nostro padre, la mano di un amico, una parola di conforto, gratitudine o perdono… Fai uno sforzo di memoria, amico lettore. Quali sono stati i giorni più più felici della tua infanzia?

Dovevo avere 6 o 7 anni quando, correndo al buio per la casa, andai a sbattere contro una porta di vetro che normalmente era sempre aperta. Rimase frantumata ai miei piedi. Mi presi uno spavento da morire, e mi feci un piccolo taglio sulla fronte. Ma non sentivo alcun dolore; la paura del castigo mi paralizzava. Mio padre arrivò correndo, mi tirò fuori dai vetri rotti, mi curò la ferita, mi guardò dall’alto in basso. Ma non mi rimproverò. All’inizio tremavo, aspettando da un momento all’altro delle grida tremende. Poi pensai che si era dimenticato di rimproverarmi, e feci finta di niente. Ma alla fine lo stupore e la curiosità ebbero la meglio e, ancora piangendo, gli chiesi: “non sei arrabbiato perchè ho rotto la porta?”, “no” rispose, “la porta non è importante”, l’unica cosa importante è che tu non ti sia fatto male”.

Adesso comprendo come tutti noi genitori diamo più valore ai notri figli che a qualsiasi altra cosa al mondo. Ma glielo diciamo raramente. Sono molto grato a mio padre per avermelo detto.


Dal libro “Besame Mucho. Come crescere i tuoi figli con amore” di Carlos Gonzàlez Immagine Roberta Terracchio Illustratrice