“Sono io nato per educare?”: sull’ultimo episodio di maltrattamenti a scuola

“Perchè è proprio così: lo strumento del chirurgo è la mano quello dell’educatore è il cuore”

maestra-300x225Questa mattina mi sono svegliata con una di quelle notizie che non vorrei mai leggere.
Una di quelle storie che non vorrei mai condividere, ma sono storie che incontrano ancora troppo silenzio e troppa superficialità per non essere raccontate.
«Le ha detto, “Luana, ti alzi sempre dal tuo posto” e poi l’ha presa per la treccia dei capelli e l’ha accompagnata fino al suo banco».
Luana è un nome di fantasia di una bimba che ha appena iniziato la prima elementare.
«Era davvero contenta di iniziare la scuola – racconta la mamma – ma adesso ha paura a rientrare in aula».
Credo fortemente nel fatto che esista una predisposizione all’educare.
Ogni educatore deve possedere una preparazione innata imprescindibile che andrà completandosi con la preparazione culturale e che renda idonei e preparati al difficile compito educativo.
Ogni educatore dovrebbe chiedere a stesso: “sono io nato per educare?”
Conosco e credo fortemente nell’esistenza di colleghi educatori che mettono ogni giorno nel loro lavoro la vocazione, l’impegno, l’entusiasmo e, cosa fondamentale, l’equilibrio interiore.
Io stessa svolgo un lavoro a stretto contatto con utenti che non di rado mettono alla prova un equilibrio interiore che deve essere continuamente sostenuto, rinnovato e mai perso.
E’ proprio questa mia esperienza diretta che mi porta a non comprendere e non tollerare fatti come quelli accaduti ed emersi in queste ore, purtroppo solo gli ultimi in ordine di tempo.
Condivido il fatto che le condizioni di lavoro degli educatori in genere a livello burocrtico non siano facili ma anche questo non può giustificare tali comportamenti. Come nemmeno gli sati d’animo personali che devono necessariamente essere tenuti fuori dal contesto educativo e non possono essere giustificazione di comportamenti inadeguati come quelli riportati.
Tutti coloro che sono ostacolati nell’affrontare tali stati ed agiscono con azioni inadeguate al contesto educativo non possono, a mio avviso, svolgere tale ruolo. Anche un singolo episodio non può essere ignorato o giustificato in quento già segno di una fragilità nel controllo del proprio equilibrio professionale, fragilità che si ripercuote inevitabilmente sugli utenti.
Tutto ciò non vuole negare la mia forte credenza nei confronti della formazione e dell’importanza che un lavoro pedagogico a tale livello può assumere.
La formazione permanente può risultare un’ottimo strumento di prevenzione ma, anche in quel caso, è fondamentale che il singolo sia sempre ben predisposto e messo nelle condizioni di condividere i propri stati emotivi, a maggior ragione quelli negativi.
 Pensiamo ad un medico chirurgo, non potrebbe mai svolgere un intervento con un braccio rotto ed ingessato.
Lo stesso vale per l’educatore, esso non potrà mai svolgere il suo intervento se il suo equilibrio interiore non sarà ben saldo e il suo cuore ben predisposto.
Perchè è proprio così: lo strumento del chirurgo è la mano quello dell’educatore è il cuore.

I nonni lasciano le loro tracce nell’anima dei nipoti

“Capelli bianchi, occhi che brillano al sole, il calore di mani segnate dal tempo che donano amore”

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I nonni sono persone uniche, intime ed indimenticabili. Simbolo di un’unione generazionale, donano sguardi di complicità, concedono quei momenti di gioco permissivo e comprensivo, in nome di quell’amore smisurato.

Un nonno è colui che sa piantare radici nel cuore dei nipoti. Un nonno è colui che lascia impronte emotive incancellabili, impronte lasciate da quei segreti condividi, dai piccoli dettagli, dall’amore incondizionato.

I nonni hanno un dottorato in amore.

Sono educatori d’eccezione per ogni piccolo uomo che si appresta a crescere. Le loro storie fatte di tradizioni e passato affascinano i bambini che vengono così portati un mondi sconosciuti. Racconti di un passato vissuto, come storie nelle quali sono gli stessi nonni i protagonisti, storie colme di bellezza ed insegnamenti.

Essere nonni e fare i nonni non è un beneficio solo per i piccoli ma anche per i nonni stessi. Un riscatto spesso di quel tempo che gli impegni hanno tolto ai figli e che ora possono dedicare ai loro nipotini, una riscoperta del mondo attraverso la meraviglia, l’innocenza e l’amore incondizionato.

I giorni in compagnia di un nonno sono un privilegio per ogni nipote, piccolo o grande.

Luogo comune è che i nonni viziano i piccoli ma quando un nonno non c’è i nipoti sentono la mancanza non dei cioccolatini ma di quello che essi rappresentano.

Le cure dei nonni riflettono un amore che forma i bambini, che li protegge in modo unico, non sempre comprensibile e descrivibile.

I nonni sono coloro che lasciano segni incancellabili nelle anime dei loro nipoti.

Mamma rallenta! Il tempo della cura

“…non resterò piccolo a lungo”

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“Rallenta mamma, ora non serve pulire. Rallennta mamma, fatti una tazza di tea. Rallenta mamma, vieni a trascorrere del tempo con me. Rallenta mamma, mettiti gli stivali per uscire, la giacca di pile per una passeggiata e sorridi, chiacchera. Rallenta mamma, sei sempre molto nervosa, fammi sedere sulle tue ginocchia e stai un po’ con me. Rallenta mamma, è divertente fare una torta. Rallenta mamma, conosco bene il tuo lavoro, ma qualche volta è bello se ti fermi. Siediti con me mamma, ascolta le mie giornate, trascorri dolci momenti con me. Non resterò piccolo a lungo“.

Dedicato a tutte le mamme che pensano di non fare abbastanza.

Ricordate care mamme che la cura è il modo in cui si abita il mondo. In tutto ciò che fate potete esercitare una sorta di cura nei confronti dei vostri piccoli, non dimenticate mai di farlo, non dimenticate mai che cura non significa risposta a bisogni primari ma significa, prima di tutto, tempo. Il filosofo Heidegger diceva che il tempo della cura non è un tempo fisico. Potremmo dire quindi banalmente, ma non troppo, che quello che conta è anche la qualità del tempo. Potremmo dire quindi che si potrebbe meglio parlare di relazione educativa, dove il termine educativo permette di non dimenticare il valore primario della persona.

Aver cura significa infatti creare le condizioni, significa tessere relazioni significative, perchè la cura ha sempre luogo in una relazione nella quale colui di cui mi prendo cura è messo al centro.

Pensiamo sempre la cura richieda tempo, ed è vero, ma se questo, nel caso delle famiglie è poco, occorre creare situazioni e momenti nei quali questo tempo sia valorizzato, momenti nel quali sia la qualità a prevalere sulla quantità.

Quello di cui hanno bisogni i nosri bambini è un tempo per loro in quanto persone, in quanto figli, non un tempo per le cose.

I genitori possono giungere a questo attraverso un percorso condiviso, attravero un confronto con i dubbi, le paure e le insicurezze che possono nascere dalle routine e dai troppi impegni.

E’ necessario quindi rallentare, fermarsi e cercare un tempo nelle piccole cose.

 

 

Tre consigli per mamma e papà

“I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta” Il piccolo principe

mommy-and-daddy-with-son-300x199Perchè un bambino cresca sereno è necessario che prima di tutto lo siano l’ambiente e le persone che lo circondano.

E’ utile pertanto che anche mamma e papà si prendano degli spazi per ricaricarsi, trascorrendo del tempo svolgendo le attività che più gli piacciono. Oltre che, imprescindibilmente, dedicando del tempo alla coppia.

In secondo luogo è necessario che i genitori risolvano i loro eventuali conflitti verso se stessi e gli altri. Spesso quando un genitore fatica a lasciarsi andare con il proprio bambino la motivazione è da rintracciarsi a livello personale. Ciò che ogni genitore dovrebbe fare è ritrovare il suo bambino interiore, nascosto in ognuno di noi, perdonarlo e non dimenticarlo mai.

In ultimo è fondamentale che i genitori non si sostituiscano mai al loro piccolo, che non decidano per lui, solo per impedirgli di sbagliare. Ogni bambino imparerà così a convivere con le conseguenze delle scelte che fa: impedirgli di sbagliare impedirebbe tale apprendimento. Tutto sotto l’occhio attento del genitore.

“Facciamo che io sono….”, ovvero il gioco di ruolo

“non importa quanta dignita’ tu abbia. se un bambino ti passa una tazzina vuota tu devi bere”.

“Benchè ci fossero nella scuola a disposizione dei bambini dei giocattoli veramente splendidi nessun bimbo se ne curava. I bambini si interessavano un momento, ma poi si allontanavano. Allora capii che il giuco era forse qualche cosa di inferiore per la vita del bambino e che egli vi ricorreva in mancanza di meglio, ma v’era qualcora di più elevato che nell’animo del bambino prevaleva senza dubbio su tutte le cose futili. Perchè ogni minuto che trascorre è prezioso per lui, rappresentando un passaggio da un grado inferiore ad uno superiore”. (da “Il segreto dell’Infanzia” M. Montessori)

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Ad un tratto vedremo il nostro bambino dietro di  noi come un ombra. Un bimbo impara per imitazione ed il gioco di ruolo è uno dei giochi preferiti dei bambini a partire dai 3 anni circa.

Il gioco di ruolo si presenta in forme svariate che evolvono in corrispondenza dei cambiamenti del bambino. Tra i giochi di ruolo preferiti di ogni bambino quello di imitare la propria mamma o papà, ma anche l’immedesimazione in ruoli professionali come la maestra, il pompiere, il poliziotto, tutte figure che si contraddistinguono per marcate carattersitiche, che il bambino conosce e riconosce.

Il gioco di ruolo propietta dritto dritto nel mondo ma non manca, nei giochi dei piccoli, anche l’immedesimazione in una delle storie conosciute in una favola o in un film o in personaggi del tutto immaginari.

Mettersi nei panni di mamma e papà è però uno dei giochi di ruolo più classici. Spesso i genitori danno troppa poca importanza a questo gioco; ciò è un errore. Il gioco di ruolo permette di esprimere quel che si è e quel che si vorrebbe essere. Per il piccolo imitare i grandi è una necessità che, se assecondata in modi e tempi adeguati, gli permette di sperimentare e sperimentarsi, prendere coscienza di sè e costruire così la sua personalità. Impedire questa necessaria sperimentazione svilupperà sensazioni di inadeguatezza che, potrebbero, ripercuotersi sull’intero arco della sua vita, sviluppando, in età adulta, una poca voglia di mettersi in gioco.

Il gioco di ruolo è un ottimo strumento per l’apprendimento di alcune abilità ma anche di alcune regole, come ad esempio l’ordine. Se vogliamo che impari l’ordine ciò non avverà mai se diciamo al piccolo: “metti in ordine i tuoi giocattoli mentre io pulisco casa”. Perchè il piccolo impari l’irdine è necessario ritagliarsi del tempo, andare con lui nella sua stanza ed inventare un gioco, come può essere quello del pirata che deve ripulire il suo vascello.

Non abbiate troppe aspettative in tal senso o troppe pretese. I bambini imparano attraverso ciò che fanno e se sbagliano, ridiamoci sopra. Noi adulti dobbiamo essere consapevoli del fatto che la crescita è sperimentazione e la sperimentazione passa inevitabilmente dall’errore.

Arriverà il momento in cui lui vorrà anche apparecchiare la tavola con noi. E allora, se la brocca dell’acqua di vetro o il coltello sono troppo pericolosi, facciamogli mettere a tavola i tovaglioli o i cucchiai o mettiamo l’acqua in una bottiglia di plastica, e se un po’ di acqua di rovescerà inevitabilmente sul pavimento, non solleviamo il piccolo dal suo compito, si sentirà punito; apprezziamo lo sforzo e incoraggiamolo a chiedere aiuto quando penda di non farcela, facendogli comprendere che noi siamo li per lui. Gli insegneremo così anche a riconoscere i suoi limiti. Questo gli servirà per il suo futuro.

Una volta che il bambino si sentirà sicuro nello svolgimento di un compito cercherà, inevitabilmente, compiti nuovi da svolgere, nuove occasioni per mettersi in gioco. Ad un certo punto quindi non ne vorrà più sapere di apparecchiare la tavola: è il momento di intraprendere una nuova avventura.

Ecco allora cosa i genitori e gli educatori tutti devono fare perchè il momento del gioco di ruolo sia una vera e propria occasione di crescita per il piccolo.

L’adulto deve cercare di entrare (in punta di piedi) nel mondo del bambino, chiedendogli cosa lui voglia fare: si sentirà ascoltato.

Il gioco deve essere pianificato dal bambino. Il compito dell’adulto è quello di aiutarlo ad esprimersi e a far emergere anche le emozioni più nascoste.

“La mamma fa così…”. Il piccolo lo sa benissimo ed è proprio per questo che spesso agisce in un modo diverso. E’ così che il piccolo ci comunica che lui è una persona e gli altri sono altre persone. La sua personalità sta crescendo.

Se c’è un fratellino o un altro bambino l’adulto deve evitare i paragoni, prendendone uno ad esempio. Ogni bambino è unico con i suoi talenti e le sue debolezze.

Se un bimbo è stato bravo gratifichiamolo. Se sbaglia evitiamo i rimproveri. Forse gli manca solo qualche informazione. Il bambino sa quando sbaglia e ciò di cui ha bisogno è di sentirsi dire che è amato alla follia.

A tutte le donne

“Quando si scrive delle donne, bisogna intingere la penna nell’arcobaleno”. Denis Diderot

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Perciò, ecco la mia raccomandazione a tutte le donne:

Abbandonatevi, mangiate le cose più buone, baciate chi amate, abbracciate, innamoratevi. E ancora, rilassatevi, viaggiate, saltate e andate a dormire tardi, alzatevi presto, correte, volate, cantate e fatevi belle. Mettetevi comode, ammirate i paesaggi e lasciatevi spettinare dalla vita.

Il peggio che potrà succedervi è che, sorridendo di fronte allo specchio, dovrete pettinarvi di nuovo.


da “Il Cappellaio Matto”

Una valigia magica per essere nonni felice

“I nonni donano emozioni senza tempo”

preparare-la-valigia-530x300Ieri un altro incontro con i nonni. Un incontro tutto pedagogico durante il quale abbiamo ripreso le fila dell’incontro precedente: “Diventare nonni. Essere nonni”. Abbiamo aperto insieme la “valigia magica”, quella che ogni nonno dovrebbe possedere. Un contenitore di strumenti per essere nonni felici e crescere nipoti felici. Una “valigia magica” per arricchire l’insostituibile rapporto tra nonni e nipoti.

Otto sono le cose che abbiamo trovato dentro questa valigia:

Primo fra tutto, una tazza. Metafora di quel contenitore nel quale sono contenute tutte quelle cose che i nonni devono tenere per sé. La tazza è metafora di quello spazio che i nonni devono lasciare alla completa gestione dei loro figli neo-genitori. La tazza è quel non detto necessario che lascia lo spazio di possibili errori ai propri figli, errori che si riveleranno, però, i più grandi maestri.

Un secondo elemento che troviamo nella valigia è una bottiglia di vino. Un’altra metafora: quella del tempo che ogni nonno deve dedicare a se stesso, alla coppia, all’amicizia, alle proprie passioni. La bottiglia di vino ci permette di non dimenticare che la famiglia dei nonni è un nucleo famigliare a parte, che deve possedere momenti propri, diversi e separati da quelli del nucleo famigliare di figli e nipoti.

C’è poi la musica. Il bambino riconosce la madre, che lo ha portato in grembo, sembra bisogno di alcunché, ma ciò che permette al bambino di riconoscere il padre è la sua voce. I suoni permettono al piccolo di riconoscere le persone e gli ambienti. Se nella casa dei nonni vi sarà una musica il bambino la riconoscerà e percepirà quell’ambiente come proprio e famigliare. La musica è anche metafora dei suoni, che ogni casa possiede. Ogni casa ha i suoi rumori che la differenziano da tutte le altre.

Le favole. Non possono mancare mai, ne nella valigia dei nonni ne in quella di mamma e papà. Le favole sviluppano la fantasia, evocano paure ed emozioni, aiutano a risolvere i problemi e li prevengono. Le favole regalano momenti magici e la magia non può non essere presente nella vita di un bambino. La favola è la voce, il racconto, il sogno, la magia, è l’attesa di un mondo fantastico.

Il rapporto tra nonni e nipoti è un rapporto così speciale, profondo, che deve essere necessariamente coltivato e mantenuto, un rapporto fatto di tanti piccoli momenti che non possono correre il rischio di essere dimenticati. Ecco che nella “valigia magica” i nonni devono custodire una macchina fotografica, devono scattare foto e tempestarci i muri di casa. Il piccolo ritroverà così momenti belli di lui con i nonni ad ogni angolo, si sentirà importante agli occhi dei nonni e non dimenticherà, mai. Come le immagini anche i pensieri e le parole devono tempestare i muri e quindi non possono mancare foglietti sui quali appuntare e condividere pensieri, parole ed emozioni.

E poi ancora nella “valigia magica” fogli, matite colorare e dei DVD di fiabe. Fogli bianchi, senza ne righe ne quadretti, che permettono al piccolo di esprimersi in totale libertà. Il foglio bianco siamo noi, un noi che si sta costruendo. Il disegno è un momento importante che aiuta il piccolo ad esprimersi e se non capiamo cosa il bambino ha rappresentato proviamo a chiedergli: “Me lo racconti?” . Il bambino inizierà a raccontar-si e ciò sarà utile anche per lo sviluppo delle abilità linguistiche. Ad accompagnare i fogli le matite colorate. Meglio queste rispetto ai pennarelli. Le matite sviluppano capacità di manualità fine e permettono di sperimentare il tratto, fine, grosso, più o meno calcato. Le matite regalano e sono la dimostrazione del fatto che, nel mondo e nella vita, esistono delle sfumature.

In ultimo un DVD di fiabe. Nuove o classiche, sono l’occasione per trascorrere con i nipotini momenti di coccole, magari sul divano, sotto ad una copertina. I DVD non devono fungere da baby-sitter, il piccolo non deve essere lasciato solo davanti alla televisione mentre la nonna o il nonno fanno le loro cose.

Essere nonni è qualcosa di bellissimo, un rapporto delicato, che mette dinnanzi a numerose situazioni sempre nuove che crescono e mutano e che, per questo, possono solo ricevere vantaggi dalla possibilità di un confronto con altri nonni e con esperti dell’educazione.

Il nostro incontro è terminato con alcune parole chiave, parole che possono essere trasformate in strumenti fondamentali, da utilizzare nel rapporto nonni-figli:

“RINFORZI POSITIVI”: i genitori devono continuare ad essere un appoggio ed un sostegno per i propri figli, chiamati a svolgere il loro compito genitoriale. Per questo gli incoraggiamenti ed il sostegno sono imprescindibili.

AIUTI CONCRETI”: I nonni nutrono la mamma, un nutrimento che passa attraverso la loro presenza e collaborazione nella crescita del piccolo.


Per “Gli incontri di Chicco” Incontro A cura del Dott. Michele Filanti in Collaborazione con Polispecialistica Lariana

“Il mio amore fragile. Storia di Francesco”

“Per certi viaggi non si parte mai quando si parte. si parte prima. a volte molto prima”.

“Il mio amore fragile. Storia di Francesco” è un libro speciale. Scritto a più mani, una filosofica, l’altra teatrale ed una materna, quella di Catia Cariboni. Un diario materno il suo, la storia di un amore fragile, quello per Francesco, il bambino di cristallo.

copHo avuto il piacere di incontrare ed ascoltare Catia qualche mese e la sua storia, quella del piccolo Francesco e quella di Gabriele, la voce paterna, è una storia che tocca il cuore. Un testo sul significato del venire al mondo e dell’essere genitori. Non si intende qui esprimere giudizi in merito alle scelte espresse ma semplicemente far conoscere la storia di qualcuno, Francesco, di una madre, Catia, di un padre, Gabriele e di una famiglia. Un’occasione per riflettere.

“La storia del piccolo Francesco può parlare veramente a tutti: a chi è genitore e a chi è figlio, a quanti praticano l’arte medica e a coloro che vogliono trovare un tempo per pensare a quell’evento così semplice e spontaneo, eppure così carico di significati e di valori che è il venire al mondo”.

Catia, durante un’ecografia di routine, scopre che il suo piccolo Francesco è affetto da una patologia rarissima, l’osteogenesi imperfetta, una fragilità ossea che procurava a Francesco numerose fratture delle ossa, anche allo stadio fetale. Le possibilità che i medici danno alla sopravvivenza di Francesco sono scarse e parlano di lui a genitori come un “nano da circo”.

Catia e Gabriele dicono No, e quello è il loro Si a Francesco.

Esami più approfonditi confermano la diagnosi e i medici spiegarono ai futuri genitori che il piccolo Francesco avrebbe avuto anche un grave deficit mentale.

Secondo i medici la vita di Francesco non sarebbe stata degna di essere vissuta, Francesco sarebbe stato “condannato alla vita” ma “un’altra via non sarebbe stata percorribile per noi”.

Francesco nasce il 30 giugno, durante un temporale estivo, il suo primo vestitino, cucito apposta per lui era pronto.

“Francesco voleva nascere. A un tratto ecco finalmente un Francesco: lavato ed avvolto in un lenzuolo. Questi i primi attimi della vita postnatale di Francesco”.

Il compito a cui sono chiamati ora Catia e Gabriele è quello di essere genitori. Lo sconforto di vedere le fratture di Francesco, il pensiero del suo dolore, le difficoltà nel prenderlo in braccio, fargli il bagnetto, coccolarlo; fare con lui e per lui le cose più semplici.

Una storia di amore puro, quello di due genitori per il proprio figlio, l’affronto di una malattia rara, di un superamento di giudizi superficiali. Scelte difficili ed emozioni indimenticabili.

Una storia per riflettere. Una storia da condividere o criticare. Una storia che, nonostante i giudizi ed i pregiudizi, regala un’emozione profonda.


Catia Cariboni, Gaetano Oliva, Adriano Pessina, Il mio amore fragile. Storia di Francesco, XY.IT Editore, 2011

Emozioni che feriscono

“L’anima e il cuore sono qualcosa da maneggiare con cura”

Adolescenti-tristi2-300x225Ogni uomo ed ogni donna crescendo vivono nel tentativo di sviluppare quelle armi che impediscono agli eventi ed alle emozioni negative di trasformarsi in ferite.

Il bambino non possiede ancora questi strumenti ed è sensibile a ferite che derivano da emozioni dolorose e di sofferenza. Non sempre gli adulti ricordano che, dal punto di vista emotivo, il bambino è fragile e può non essere in grado di sopportare certe situazioni che provocano in lui  sconcerto, ansia e paura del futuro. Emozioni che risultano destabilizzanti per il piccolo.

Solitudine, rifiuto, l’umiliazione, il tradimento e l’ingiustizia sono emozioni che un bambino può non sopportare. Esperienze negative che, se reiterate, possono influire sull’autostima del piccolo riducendola o inibendola e produrre molti altri stati emotivi negativi.

La solitudine e l’abbandono sono emozioni che il piccolo sperimenta quando sente gli adulti di riferimento emotivamente distanti da lui, quando questi non dedicano ad esso tempo a sufficienza, quando, non condividono le esperienze, non vivono momenti di gioco e svago, non sono accoglienti nei confronti delle confidenze, non dimostrano reciprocità affettiva. Non di rado bambini che vivono emozioni di solitudine e sentimenti di abbandono mettono in atto comportamenti atti ad attirare l’attenzione dell’adulto.

Mortificazioni ed umiliazioni, che nascono dalla trasformazione di un difetto, che può essere anche minimo, in un cruccio. Il bambino che avvertirà la mortificazione non riuscirà, se non aiutato, a trovare soluzione al suo errore e continuerà ad evitare il compito con un “non sono capace”.

Il tradimento. Tra le più grandi emozioni dolorose che l’uomo conosce per il bambino è qualcosa che difficilmente è sopportabile e che si trasforma, nel caso di tradimenti profondi, in vere e proprie insicurezze emotive. Come genitori è necessario non fare mai promesse che non si possono mantenere, positive o negative, non violate mai un segreto confessato da un bambino. Il genitore credibile è quello che sa dire anche qualche “No” ma sa dire anche “Si”, nel bene e nel male.

Le emozioni che un bambino non può sopportare corrispondo a quei dolori dai quali il piccolo non riesce a liberarsi.

Compito del genitore è non essere mai superficiale, sia nelle parole che nei gesti, trovare sempre parentesi di tempo da dedicare al piccolo in modo esclusivo, attimi di coccole, abbracci e affetto sconsiderato. Perchè, per ogni ferita, l’amore è la medicina più potente.

“La prima volta che sono nata”. Il viaggio alla scoperta della vita

“La prima volta che ho aperto gli occhi, li ho subito richiusi. Ho pianto. Poi delle mani mi hanno sollevata al cielo e mi hanno posata tra due montagne di latte. Ho smesso di piangere e ho aperto gli occhi per la seconda volta nella mia vita. Ho visto la luce più dolce del mondo: erano gli occhi di mia madre”. 

la-prima-volta-che-sono-nata-vincent-cuvellier-charles-dutertre-sinnos_h_partbSi nasce, si cresce e crescendo si scopre. Quella della vita è la scoperta più emozionante, una scoperta che passa attraverso tante prime volte.

“La prima volta che sono nata” è un libro che, pagina dopo pagina, permette di ricordare piccoli momenti che hanno fatto parte della vita di ognuno di noi. Raccontato con parole semplici che fanno emozionare o ri-emozionare. Ogni pagina è una prima volta, descritta ed illustrata con tratti semplici ma ben definiti.

“La prima volta che mi hanno fatto una coccola, impossibile sapere chi sia stato. Mamma mi stringeva contro il suo petto, papà stava chinato su di me. Ricordo soltanto che mi piaceva molto e che avrei voluto continuasse a lungo. Ho avuto fortuna, è continuato a lungo”.

Nina è la protagonista della storia e attraverso i suoi occhi si ripercorrono le tappe di vita di ognuno. Un libro per bambini che parla a gran voce agli adulti, a quei grandi che, spesso, non si fermano a ri-pensare e ad emozionarsi.

“La prima volta che sono andata in bicicletta senza rotelle, sono andata anche senza occhi, senza mani, e senza papà”.

Tante parole ed immagini che non si fermano alla fanciullezza di Nina ma che regalano anche l’emozione del suo diventare donna e mamma.

“La prima volta che ti ho vista, eri tu che tenevi gli occhi chiusi ed io ero il mare”. 

Un libro che leggerete tutto d’un fiato perché ad ogni pagina sentirete l’emozione e la voglia di rivivere cose passate o scoprire tutto ciò che ancora la vita può riservarci e regalarci, per la prima volta.


Vincent Cuvellier , Charles Dutertre, La prima volta che sono nata” , Ed. Sinnos