L’arte del dialogo e dell’ascolto

“Chiunque dovrebbe assistere in silenzio a una conversazione tra bambini, per scoprire che condividono una invidiabile apertura mentale. Cosi, se chiedeste loro, di cosa stanno parlando troverebbero normale rispondere ‘di elefanti e conigli’ “.

506758515Fino a circa due anni i bambini non si mostrano particolarmente interessati a comunicare tra loro. Nell’asilo nido i bambini preferiscono parlarsi con la mimica e gesti. Solo a partire dai tre anni i piccoli iniziano effettivamente a comunicare reciprocamente.

Spesso si cerca di identificarsi con il bambino e per comunicare con lui si usano termini propri del pinguaggio infantile, si dice ad esempio ‘dammi la manina’ anziche’ ‘dammi la mano’. Alla lunga questo atteggiamento rende piu’ difficile per il bambino impossessarsi delle parole corrette. E’ bene quindi che gli adulti utilizzino un linguaggio preciso. E’ necessario che i grandi utilizzino aggettivi che espimono giudizi ed emozioni: bello, brutto, allegro, triste, armonioso, affascinante… Il bambino sara’ cosi incoraggiato ad arricchire il linguaggio, a impadronirsi dei sinonimi, a inventare paragoni, a scoprire nuove immagini.

Se il bambino, al termine della giornata, non vuole raccontarsi e’ necessario rovesciare la prospettiva: se volete aprire un dialogo e’ necessario parlare di se stessi, dei propri pensieri, di gioie e dispiaceri e della propria giornata.

E’ utile dedicare al dialogo uno spazio durante la giornata, dieci minuti dedicati al piccolo, senza TV, pentole sui fornelli o interruzioni continue. Non e’ necessario trovare argomenti precisi ma di raccontare qualcosa che e’ accaduto e stare ad ascoltare i commenti del bambino che, pian piano, si aprira’ a sua volta.

Ascoltare il piccolo significa, oltre che ascoltare le sue parole, prestare attenzione ai suoi sentimenti e alle sue emozioni.

Diventare nonni. Essere nonni.

“La famiglia è il luogo dell’amore come dono gratuito e disinteressato”

grandparents_2327487bOgni nonno prima di essere tale è stato un genitore. Ogni nonno ed ogni nonna, seppur ognuno in modo diverso, è stato figlio e nipote.

Come genitori abbiamo il dovere di lasciar andare i nostri figli e permettere loro, ora, di essere genitori, non uguali a noi, ma a modo loro. I figli devono essere lasciati liberi di essere loro stessi, con tutti gli errori possibili che essi possono commettere: la storia ci insegna che sono stati gli errori a condurre alle più grandi scoperte.

I nonni non devono essere rivali dei propri figli ma loro alleati. Fondamentale è che nonni e neo-genitori comunichino al fine di garantire tutto il bene possibile ai loro piccoli. I nonni non sono babysitter e hanno tutto il diritto, nella loro casa, nel tempo in cui si occupano dei loro nipotini, di fissare delle regole proprie, ma sempre nel rispetto di quello che i genitori hanno deciso. E’ necessario trovare degli equilibri, a garanzia dell’amore, della felicità e della crescita dei bambini.

Essere nonni non significa rivivere il proprio essere genitori. L’amore di un nonno è qualcosa che va al di là, è un amore diverso e profondo, fatto di complicità, è gioia pura, è lo “stare veramente bene”.

I nonni non devono dimenticare che la loro famiglia è un nucleo famigliare separato da quello dei propri figli ed essi hanno il diritto ad avere le loro vite, indipendenti da quelle di figli e nipoti. I nonni hanno diritto ai loro spazi.

Nonni e genitori devono essere consapevoli del fatto che vivono in due spazi distinti, che hanno ruoli distinti e che, quindi, anche le regole sono diverse. Ma è fondamentale che nonni e genitori fissino poche regole che devono essere rispettate, regole che è necessario condividere prima, attraverso un dialogo diretto ma rispettoso per entrambe le parti. Si costruisce così una base educativa di condivisione.

L’esperienza dell’età di un nonno non autorizza a giudicare ciò che il neo-genitore decide. E’ necessaria complicità e non conflitto e la complicità si costruisce, giorno dopo giorno.

I nonni sono una risorsa, il loro spazio è uno spazio sano, uno spazio d’amore sconsiderato.


Per  Gli incontri di Chicco”  Incontro A cura del Dott. Michele Filanti In Collaborazione con Polispecialistica Lariana

Per una pedagogia della famiglia

“Per produrre parole bisogna regalarsi un tempo per ascoltare”

fam2La consulenza pedagogica alla famiglia abbraccia molteplici interventi. Tutto nella famiglia può essere ricondotto ad una grande esperienza di educazione di sé e degli altri.

Il punto vendita Chicco Village di Como, in collaborazione con Polispecialistica Lariana, organizza periodicamente incontri rivolti alle famiglie su differenti temi inerenti l’educazione e la cura dei piccoli. Gli incontri sono tenuti tutti da due pedagogisti, la Dott.ssa Katia Biundo e il Dott. Michele Filanti. 

Seguirò gli incontri e li racconterò con articoli dedicati ai temi trattati.

Credo fortemente al bisogno delle famiglie di spazi di condivisione e confronto, la necessità di luoghi non giudicanti che rispondano ai dubbi e alle paure che l’educazione apre inevitabilmente.

Per una consulenza pedagogica sono necessarie poche idee, ma chiare. Nonostante la grande varietà di situazioni, differenti gradi di consapevolezza, esistono alcune bussole che orientano la famiglia e che è compito del pedagogista fornire, in modo semplice e generale.

Il pedagogista è colui che può condurre ad educare se stessi e i propri figli allo stupore, alla ricerca, al guardare in alto e all’inseguire i propri sogni.


GLI INCONTRI in Collaborazione con Polispecialistica Lariana

26 settembre 2015 “Diventare Nonni. Essere nonni” Incontro A cura del Dott. Michele Filanti

17 ottobre 2015 “Una valigia magica per essere nonni felici” Incontro A cura del Dott. Michele Filanti

7 novembre 2015 “Mamme e papà. Ansie e paure” Incontro A Cura della Dott.ssa Katia Biundo

Educare alla Felicità

“Se vi sentite felici, ditelo alla gente. Ridete! Piangete! Bisogna toccarci, stringerci, sorriderci, pensare l’uno all’altro, e curarci gli uni degli altri: siamo liberi di fare tutto ciò”. Leo buscaglia

bimba-che-rideIn molti Paesi del mondo la felicità sta diventando una materia di studio.

La felicità è quello stato caratterizzato da emozioni e sensazioni del corpo e della mente che procurano benessere e gioia in un momento più o meno lungo della nostra vita. La felicità, dal punto di vista psicologico, può essere il raggiungimento di un desiderio, la soddisfazione di vederlo realizzato o la soluzione di un problema che provoca gioia. La felicità può essere considerata come il provare ciò che esiste di bello nella vita. La felicità è un’emozione soggettiva, non casuale,  è una capacità individuale da scoprire. Non è un inseguimento dei sogni futuri, ma al contrario è il cercare di godere di quello che si possiede nel presente.

Epicuro, in una Lettera sulla felicità a Meneceo, lo ravvisava sul fatto che non c’è età per conoscere la felicità: non si è mai né vecchi né giovani per occuparsi del benessere dell’anima.

Epicuro parlando di felicità ne individua tre categorie, la prima è quella dei piaceri naturali e necessari, tra questi l’amicizia, la libertà, l’amore e le cure.

Studi nel campo delle neuroscienze e della psicologia positiva hanno evidenziato che un approccio positivo alla vita ha un impatto determinante sul benessere, la soddisfazione e la felicità dell’individuo. Inoltre è stato dimostrato che la positività non è una dote innata ma può essere insegnata e che quindi anche la felicità è un’abitudine che si può imparare da piccoli. Educare alla felicità è quindi possibile ed è un percorso di vitale importanza se applicato sin dalla nascita e dalla tenerissima infanzia, ovvero quando il cervello è nella sua massima fase di plasticità.

Educare alla felicità significa insegnare ai nostri bambini a divenire adulti solidi, forti, in grado di affrontare e superare le avversità della vita.

Prima di tutto è necessario che sia l’adulto stesso il primo ad imparare ad essere felici, a prendersi i suoi meriti quando gli spettano e gli insuccessi quando avvengono.

Spesso gli adulti pensano che un bambino è felice solo perché è un bambino. Ma spesso nella sua mente si affollano sensazioni che non sa come definire e che pensa siano sbagliate: la paura di un insuccesso, la paura che i genitori gli neghino l’affetto, la paura di smarrirsi, la rabbia e la frustrazione.

L’esempio è uno dei modi di insegnare più potenti e allora, noi siamo felici? Sorridiamo? Come esternalizziamo la nostra felicità?

Per educare i piccoli alla felicità è quindi necessario:

  • Sorridere: il sorriso è il primo mezzo per esprimere la felicità;
  • Diamo ai bambini piccoli compiti da compiere ed elogiamoli, nonostante i risultati perfetti;
  • Complicità: un bambino che sente di poter confidare i suoi sentimenti, le sue emozioni, successi e insuccessi, sarà un bambino felice;
  • La felicità non risiede in un bel voto o in un’ottima prestazione sportiva ma nei rapporti positivi con gli altri;
  • Lasciamo i piccoli liberi di sperimentare: non diciamo “fai così…” mentre stanno giocando. Giocando i bambini misurano se stessi. Lasciamoli liberi di farlo senza apostrofarli;
  • Raccontiamo le favole e non sostituiamo i libri con tablet, smartphone e tv;
  • Coccole, baci e abbracci;
  • A tutto c’è un rimedio: insegniamo ai nostri figli che un brutto momento non durerà per sempre, che un brutto voto non è un’etichetta.

Le cose che insegnerò al mio bambino/a

“una carezza, un sorriso, un segreto. mi rende felice il tentativo, non la riuscita. il cammino, non la meta”

12002931_1021426224546036_8240214653406189205_nAmati. Avrai i tuoi difetti, fisici, caratteriali, ma non dimenticare mai che sei unico/a ed inimitabile. In molti ti vorranno diverso/a ma tu sii sempre te stesso/a, solo così potrai essere davvero felice.

Non cercare di farti amare a tutti i costi da chi non ti ama.

Sii forte, ma non troppo. Concediti un momento in cui piangere, essere fragile, cadere. Solo così imparerai a rialzarti e non dimenticare mai che ogni dolore rende più forti.

Il giudizio di una madre è importante ma anche le madri possono sbagliare e la vita non è mia ma tua e non è me che dovrai rendere felice. Se il cuore andrà in una direzione diversa dal mio consiglio, seguilo; ricorda: il cuore non mente mai piccolo/a mio/a.

Anche se a volte gli altri ti possono sembrare così lontani da te, non dimenticare che il mondo è strano e le vie percorribili spesso incomprensibili. Ascolta le storie, non giudicare, osserva e pensa che un giorno quello/a giudicato/a potresti essere tu.

Se vuoi una cosa lotta per ottenerla, ma senza ferire mai nessuno. Indossa scarpe pesanti, mai per schiacciare qualcuno ma solo per essere più saldo/a nel tuo viaggio in questo mondo.

E non dimenticare mai: ovunque andrai, qualsiasi cosa diventerai, la tua famiglia sarà il tuo porto sicuro.

“Mamme e Papà un po’ così un po’ cosà”

“Raccontare una storia è un modo intelligente per far riflettere”.

Un libro che apre una finestra sulla realtà della famiglia, un libro che fa sorridere, magari corrucciare la fronte o grattare la testa o anche commuovere, che lascia spazio anche all’immaginazione, alle soluzioni creative, all’idea che una mamma ed un papà hanno sempre qualcosa da dare ai loro bambini. Una raccolta di storie che ci danno la possibilità di pensare in modo nuovo e diverso alle mamme e ai papà, un po’ così e un po’ cosà, come a volte siamo noi adulti.

“Sei storie, sei fotografie scattate a sorpresa. Mentre la mamma di Giorgio misura i giorni e il papà di Nicoletta fa l’altalena con il sonno. Istantanee di genitori in controluce, che svestono il mantello di supereroi per indossare a volte tenerezza, spesso fragilità, talvolta il buio. Storie di bambini per pensare all’unicità di ogni mamma e ogni papà”.

“La signora Ofelia e Giorgio oggi, dopo la scuola, vanno al parco. Oggi è un giorno pari e non ci sono dubbi all’orizzonte”.

Le storie di questo libro ci fanno riflettere sulle difficoltà dei genitori, di alcuni in particolare, sul loro modo particolare di vivere la genitorialità che deve essere qualche volta capito, accettato e amato anche dai figli. Modi di essere genitori o di non esserlo, che è facile criticare, stigmatizzare, valutare negativamente, prima di averli realmente compresi.

“Leggere queste storie di mamme e papà un po’ speciali, un po’ normali, un po’ al limite, significa cercare di capire, ma con leggerezza e con uno sguardo tenero, non giudicante, comportamenti che feriscono, pur senza intenzione, atteggiamenti che confondono, mentre vorrebbero trasmettere amore e presenza”.

Un libro per i grandi: per mamme, papà, maestre o chiunque voglia uscire dal mondo nel quale siamo immersi e fermarsi un istante per capire che un bambino ha bisogno essere visto, protetto, ascoltato, capito, accettato, abbracciato e sostenuto. Un libro per chiunque voglia capire qualcosa in più anche di se stesso perché ognuno di noi potrebbe riconoscersi in uno dei protagonisti di queste brevi storie.

“Se sei una persona che ama i bambini potresti iniziare ad amare un po’ di più anche i loro genitori e le loro speciali caratteristiche. Imparare a vedere il lato originale o, almeno non esagerare nel sottolineare le mancanze. Non è per niente facile, bisogna sapersi perdonare l’imperfezione”.


Andrea Prandin, Laura Papetti, “Mamme e papà un po’ così un po’ cosà”, Ed. Coccole e Coccole, 2006

Per scoprire il mondo con le scarpe dell’altro: il museo dell’empatia di Londra

“L’empatia è una scelta vulnerabile perché per entrare in contatto con te devo entrare in contatto con qualcosa dentro di me”.

11899851_1605254153032642_6317745783088250648_nSchopenhauer l’empatia la racconta così, con una semplice favola.

In una fredda giornata d’inverno un gruppo di porcospini si rifugia in una grotta, si stringono l’un l’altro, per proteggersi dal freddo ma, ben presto, sentono il dolore provocato dalle loro spine che li costringe ad allontanarsi. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li porta di nuovo ad avvicinarsi si pungono di nuovo. Ripetono più volte questi tentativi, avanti e indietro, vicini e lontani, tra due mali, finché non trovano quella moderata distanza reciproca che rappresenta la migliore posizione, quella giusta distanza che consente loro di scaldarsi e nello stesso tempo di non farsi del male reciprocamente.

Il 4 settembre è stato inaugurato a Londra l’Empathy Museum, il primo museo sull’empatia. All’interno di una rassegna dedicata al mondo dell’arte, della cultura e del sociale si è aperta un’istallazione dal nome “A mile in my shoes”, “Un miglio nelle mie scarpe”. Il museo offre ai visitatori la possibilità di prendere in prestito le scarpe di un’altra persona e con queste ai piedi, durante una passeggiata lungo il Tamigi, si ascolterà la storia di chi è solito portarle. Si avrà quindi la possibilità di vedere il mondo con l’occhio dell’altro.

La mostra partirà da Londra e sarà itinerante, toccando le principali citta del mondo. On-line sarà presente una biblioteca digitale nella quale trovare libri e film atti a stimolare questa particolare capacità empatica.


Sito ufficiale: http://empathymuseum.com/

Buone Vacanze … e un compito speciale

“Ballate. senza vergogna. sognate la vostra vita. l’estate mette sobbuglio. Trovate scintille di bellezza in tutte le cose”. Cesare Catà

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Cesare Catà è professore di un liceo delle Scienze Umane di Fermo e i compiti per le vacanze estive che il professore ha assegnato ai suoi studenti sono un vero insegnamento di vita, non solo per gli sudenti stessi ma per tutti noi.

“Al mattino, qualche volta, andate a camminare sulla riva del mare in totale solitudine: guardate come vi si riflette il sole e, pensando alle cose che più amate nella vita, sentitevi felici. Cercate di usare tutti i nuovi termini imparati insieme quest’anno: più cose potete dire, più cose potete pensare; e più cose potete pensare, più siete liberi. Leggete, quanto più potete. Ma non perché dovete. Leggete perché l’estate vi ispira avventure e sogni, e leggendo vi sentite simili a rondini in volo. Leggete perché è la migliore forma di rivolta che avete. Evitate tutte le cose, le situazioni e le persone che vi rendono negativi o vuoti: cercate situazioni stimolanti e la compagnia di amici che vi arricchiscono, vi comprendono e vi apprezzano per quello che siete. Se vi sentite tristi o spaventati, non vi preoccupate: l’estate, come tutte le cose meravigliose, mette in subbuglio l’anima. Provate a scrivere un diario per raccontare il vostro stato. Ballate. Senza vergogna. In pista sotto cassa, o in camera vostra. L’estate è una danza, ed è sciocco non farne parte. Almeno una volta, andate a vedere l’alba. Restate in silenzio e respirate. Chiudete gli occhi, grati. Fate molto sport. Se trovate una persona che vi incanta, diteglielo con tutte la sincerità e la grazia di cui siete capaci. Non importa se lui/lei capirà o meno. Se non lo farà, lui/lei non era il vostro destino; altrimenti, l’estate 2015 sarà la volta dorata sotto cui camminare insieme. Riguardate gli appunti delle nostre lezioni: per ogni autore e ogni concetto fatevi domande e rapportatele a quello che vi succede. Siate allegri come il sole, indomabili come il mare. Non dite parolacce, e siate sempre educatissimi e gentili. Guardate film dai dialoghi struggenti (possibilmente in lingua inglese) per migliorare la vostra competenza linguistica e la vostra capacità di sognare. Non lasciate che il film finisca con i titoli di coda. Rivivetelo mentre vivete la vostra estate. Nella luce sfavillante o nelle notti calde, sognate come dovrà e potrà essere la vostra vita: nell’estate cercate la forza per non arrendervi mai, e fate di tutto per perseguire quel sogno. Fate i bravi”.

Per una pedagogia della fantasia

“La fantasia è un posto dove ci piove dentro” Italo Calvino

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“Penso ad una possibile pedagogia dell’immaginazione che abitui a controllare la propria visione interiore senza soffocarla e senza d’altra parte lasciarla cadere in un confuso, labile fantasticare, ma permettendo che le immagini si cristallizzino in una forma ben definita, memorabile, autosufficiente. Si tratta di una pedagogia che si può esercitare su se stessi, con metodi inventati volta per volta e risultati imprevedibili” (1).

Una pedagogia dell’immaginazione, della fantasia, dinnanazi a quell’oggi che

bombarda di immagini che non ci permettono di dinsinguere l’esperinza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televizione. La memoria è ricoperata da strati di frantumi d’immagini come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo” (2).

Così Calvino parla nelle sue Lezioni Americane, ci dice che “la fantasia è un posto dove ci piove dentro” ma oggi l’immaginazione è anche un luogo minacciato dalla molteplicità di immagini preconfezionate che riparano la fantasia da quella pioggia che è il suo motore. Sarà allora possibile fantasticare “nel Duemila, in una crescente inflazione d’immagini prefabbricate?” (3).

Fantasticare è qualcosa di imprescindibile per il bambino che, proprio attraverso la fantasia, esplora le possibilità della realtà. Ogni bambino deve poter possedere una valigia fantastica colma di strumenti che gli permetteranno di comprendere il mondo ed esplorarlo. La fantasia è un mondo di potenzialità che devono avere la possibilità di svilupparsi ed emergere. Ecco allora la necessità di una pedagogia della fantasia, una pedagogia che crei le condizioni perchè la fantasia possa esprimersi, non essere insegnata, perchè la fantasia non si insegna, ma che sbocci e che sia “un pozzo senza fondo” (4). 

“L’esperienza della mia prima formazione è già quella d’un figlio della civiltà delle immagini. Il mio mondo immaginario è stato influenzato per prima cosa dalle immagini del Corriere dei piccoli, allora il più diffuso settimanale italiano per bambini. Io che non sapevo leggere potevo fare benissimo a meno delle parole, perchè mi bastavano le figure. Mi raccontavo mentalmente le storie interpretando le scene in diversi modi, producendo delle varianti, fondevo i singoli episodi in una storia più ampia, scoprivo e isolavo e collegavo delle costanti in ogni serie, contaminavo una serie con l’altra, immaginavo nuove serie in cui personaggi secondari diventavano protagonisti. Quando imparai a leggere comunque io preferivo ignorare le righe scritte e continuare nella mia occupazione favorita di fantasticare dentro le figure e nella loro successione” (5).

Ecco allora gli strumenti dei quali la pedagogia deve servirsi per essere una pedagogia della fantasia: le immagini, nelle quali la fantasia trova i suoi punti di partenza, immagini di libri, giornali, immagini osservate al parco o mentre si va a scuola, “un’osservazione diretta del mondo reale” (6), una passeggiata, magari raccontando una storia fantastica. Occorre “riciclare le immagini in un nuovo contesto che ne cambi il significato”, occorre far si che la fantasia non sia mai arrestata o impedita, le immagini prefabbricate non devono mai superare le possibilità fantastiche. E poi le fiabe, quelle storie raccontate da mamma e papà, magari prima della nanna, o raccontate dai nonni, storie nelle quali possono essere gli stessi bambini a inventarne il finale. Fantasticare è anche inventare una nuova parola, costruire un castello di sabbia immaginandone i suoi abitanti. Educare alla fantasia significa permettere al bambino di annoiarsi di tanto in tanto: la noia lo porterà ad inventarsi qualcosa che sarà nuovo ed unico.

“La fantasia è un mondo di potenzialità che rappresentano lo spettacolo variopinto del mondo in una superficie sempre uguale e sempre diversa, come le dune spinte dal vento del deserto” (7).


Citazioni da: Italo Calvino, “Lezioni americane. Sei proposte per il nuovo millennio”, Mondadori, 2012.

Immagine: http://zeldawasawriter.com

Un bambino

Un bambino può insegnare sempre tre cose ad un adulto: a essere contento senza motivo, a essere sempre occupato con qualche cosa, e a pretendere con ogni sua forza quello che desidera. Paulo Coelho

bambinoUn bambino risponde “grazie” perché ha sentito che è il tuo modo di replicare a una gentilezza, non perché gli insegni a dirlo. Un bambino si muove sicuro nello spazio quando è consapevole che tu non lo trattieni, ma che sei lì nel caso lui abbia bisogno di te. Un bambino quando si fa male piange molto di più se percepisce la tua paura. Un bambino è un essere pensante, pieno di dignità, di orgoglio, di desiderio di autonomia. Quando un bambino cade correndo e tu gli avevi appena detto di muoversi piano su quel terreno scivoloso, ha comunque bisogno di essere abbracciato e rassicurato. Un bambino non apre un libro perché riceve un’imposizione, ma perché è spinto dalla curiosità di capire cosa ci sia di tanto meraviglioso nell’oggetto che voi tenete sempre in mano con quell’aria soddisfatta. Un bambino crede nelle fate se ci credi anche tu. Un bambino ha fiducia nell’amore quando cresce in un esempio di amore. Un bambino sempre attivo è nella maggior parte dei casi un bambino pieno di energia che deve trovare uno sfogo, non è un paziente da curare. Un bambino troppo pulito non è un bambino felice. La terra, il fango, la sabbia, le pozzanghere, gli animali, la neve, sono tutti elementi con cui lui vuole e deve entrare in contatto. Inutile indossare un sorriso sul volto per celare la malinconia, il bambino percepisce il dolore, lo legge, attraverso la sua lente sensibile. Un bambino merita sempre la verità.

“Non insegnate ai bambini la vostra morale è così stanca e malata potrebbe far male. Non indicate per loro una via conosciuta ma se proprio volete insegnate soltanto la magia della vita. Non insegnate ai bambini ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all’amore il resto è niente”.


Giorgio Gaber “Non insegnate ai bambini”