I nonni lasciano le loro tracce nell’anima dei nipoti

“Capelli bianchi, occhi che brillano al sole, il calore di mani segnate dal tempo che donano amore”

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I nonni sono persone uniche, intime ed indimenticabili. Simbolo di un’unione generazionale, donano sguardi di complicità, concedono quei momenti di gioco permissivo e comprensivo, in nome di quell’amore smisurato.

Un nonno è colui che sa piantare radici nel cuore dei nipoti. Un nonno è colui che lascia impronte emotive incancellabili, impronte lasciate da quei segreti condividi, dai piccoli dettagli, dall’amore incondizionato.

I nonni hanno un dottorato in amore.

Sono educatori d’eccezione per ogni piccolo uomo che si appresta a crescere. Le loro storie fatte di tradizioni e passato affascinano i bambini che vengono così portati un mondi sconosciuti. Racconti di un passato vissuto, come storie nelle quali sono gli stessi nonni i protagonisti, storie colme di bellezza ed insegnamenti.

Essere nonni e fare i nonni non è un beneficio solo per i piccoli ma anche per i nonni stessi. Un riscatto spesso di quel tempo che gli impegni hanno tolto ai figli e che ora possono dedicare ai loro nipotini, una riscoperta del mondo attraverso la meraviglia, l’innocenza e l’amore incondizionato.

I giorni in compagnia di un nonno sono un privilegio per ogni nipote, piccolo o grande.

Luogo comune è che i nonni viziano i piccoli ma quando un nonno non c’è i nipoti sentono la mancanza non dei cioccolatini ma di quello che essi rappresentano.

Le cure dei nonni riflettono un amore che forma i bambini, che li protegge in modo unico, non sempre comprensibile e descrivibile.

I nonni sono coloro che lasciano segni incancellabili nelle anime dei loro nipoti.

Mamma rallenta! Il tempo della cura

“…non resterò piccolo a lungo”

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“Rallenta mamma, ora non serve pulire. Rallennta mamma, fatti una tazza di tea. Rallenta mamma, vieni a trascorrere del tempo con me. Rallenta mamma, mettiti gli stivali per uscire, la giacca di pile per una passeggiata e sorridi, chiacchera. Rallenta mamma, sei sempre molto nervosa, fammi sedere sulle tue ginocchia e stai un po’ con me. Rallenta mamma, è divertente fare una torta. Rallenta mamma, conosco bene il tuo lavoro, ma qualche volta è bello se ti fermi. Siediti con me mamma, ascolta le mie giornate, trascorri dolci momenti con me. Non resterò piccolo a lungo“.

Dedicato a tutte le mamme che pensano di non fare abbastanza.

Ricordate care mamme che la cura è il modo in cui si abita il mondo. In tutto ciò che fate potete esercitare una sorta di cura nei confronti dei vostri piccoli, non dimenticate mai di farlo, non dimenticate mai che cura non significa risposta a bisogni primari ma significa, prima di tutto, tempo. Il filosofo Heidegger diceva che il tempo della cura non è un tempo fisico. Potremmo dire quindi banalmente, ma non troppo, che quello che conta è anche la qualità del tempo. Potremmo dire quindi che si potrebbe meglio parlare di relazione educativa, dove il termine educativo permette di non dimenticare il valore primario della persona.

Aver cura significa infatti creare le condizioni, significa tessere relazioni significative, perchè la cura ha sempre luogo in una relazione nella quale colui di cui mi prendo cura è messo al centro.

Pensiamo sempre la cura richieda tempo, ed è vero, ma se questo, nel caso delle famiglie è poco, occorre creare situazioni e momenti nei quali questo tempo sia valorizzato, momenti nel quali sia la qualità a prevalere sulla quantità.

Quello di cui hanno bisogni i nosri bambini è un tempo per loro in quanto persone, in quanto figli, non un tempo per le cose.

I genitori possono giungere a questo attraverso un percorso condiviso, attravero un confronto con i dubbi, le paure e le insicurezze che possono nascere dalle routine e dai troppi impegni.

E’ necessario quindi rallentare, fermarsi e cercare un tempo nelle piccole cose.

 

 

Quando la pedagogia incontra lo sport

“Cari genitori se siete venuti per vedermi giocare ricordatevi che l’allenatore ha il compito di allenare, l’arbitro di arbitrare e io di giocare. Divertitevi anche voi! Il vostro compito è quello di incitare la mia squadra, non pensate ai consigli tecnici, non urlate, mi mettete in confusione. Non insultare l’arbitro e gli avversari, sono ragazzi come me. Ricordate che ho il diritto di sbagliare. Perdere non è una tragedia, state sereni. Godetevi la partita”.

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Il legame tra sport ed educazione è possibile, oltre che necessario, un legame questo che nasce quale risultato di un progetto e di una consapevolezza critica.

Una valutazione equilibrata deve cominciare con il sapersi distanziare dalle facili posizioni negativistiche e riduttiviste nei confronti dello sport: è necessario allontanare l’idea che lo sport sia un’attività priva di contenuti mentali reali, una pura esaltazione fine a se stessa. Il recupero educativo dello sport è possibile solo se si eliminano quei caratteri di egoismo, spettacolarità e professionismo che lo allontanano dal modello ideale del gioco.

Educare nello sport e con lo sport è una strada da percorrere.

Ciascuna forma di sport contiene la sua intrinseca perfezione e può quindi contribuire alla costruzione formativa della personalità individuale e collettiva del soggetto.

E’ indispensabile collocare l’educazione sportiva in un ampio orizzonte, che non escluda dalla rilfessione pedagogica le famiglie di quell’alto numero di giovani che praticano discipine sportive. In questi casi lo sport risulta spesso ideato, diretto, promosso ed organizzato dagli adulti, i quali, a loro volta, non costituiscono certo un insignificante elemento problematico del quadro educativo inerente lo sport. Si tratta infatti di passare in molti casi da una situazione in cui è l’adulto stesso a rappresentare un elemento di difficoltà ad una nella quale egli si pone come una vera e propria risorsa.

Il messaggio che deve essere diffuso consiste nel far presente che l’organizzazione pedagogica dello sport deve affrontare anche una prospettiva di formazione nei confronti degli adulti in quanto è evidente il fatto che è l’adulto sigificativo, sia esso genitore, allenatore o dirigente, ad orientare e controllare la struttura motivazionale con cui i giovani si approcciano all’attività sportiva.

Non di rado le aspettative degli adulti possono provocare importanti deformazioni, come un’esasperata ambizione di successo, il desiderio di rivalersi delle proprie frustrazioni, il sovvertimento della scala morale dei valori, l’alterazione dell’approccio naturalemente ludico all’attività e la ricerca mascherata di protagonismo.

E’ per questo che è necessario badare al ruolo dell’adulto nella costruzione dell’evento sportivo perchè nello sport dei giovani non si riportino quelle modalità negative presenti nello sport professionistico di alta performance.

Ne viene, allora, la necessità di prevedere azioni formative ben finalizzate: educare ad una cultura critica dello sport, educare informalmente a riflettere sulle potenzialità dell’educazione informale uscendo dagli approcci pedanteschi e sostanzialmente moralistici e preparare a sapere, a vedere ed a ragionare di sport, considerando tutto ciò non una perdita di tempo.

Sarebbe opportuno pensare ad ore di sport per i bambini accompagante da ore formative per i loro genitori: ore nelle quali la pedagogia possa incontrare lo sport smontando così le sbagliate credenze degli adulti che spesso si annidano nelle loro aspettative. Un lavoro quello del pedagogista che ha il compito di far riflettere i genitori portandoli a riflessioni che, forse, se non accompagnati, non sarebbero emerse. Da non dimenticare è anche la necessità di non marginalizzare il ruolo di mediatore che il genitore deve rivestire, mediatore di emozioni, bisogni, ambienti e relazioni.

 

Fare scuola anche fuori dalle aule: l’outdoor education

Sono i bambini che saltano in una pozzangghera il sogno della nuova pedagogia che faccia della nostra scuola un cantiere dove sperimentare il senso di libertà.

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Negli anni ’60 Don Milani, nella sua scuola di Barbiana, era solito tenere  le sue lezioni fuori dall’edificio scolastico. Fu lo stesso Don Milani a volere una piscina antistante la scuola, nella quale i ragazzi avrebbero potuto imparare a nuotare, nonostante vivessero in un paese di montana. Frequanti nella scuola di Barbiana erano le lezioni sotto ad un albero,  le passeggiate nel bosco e le ore dedicate alla costruzione di oggetti.

La burcratizzazione della scuola, nel 2000, costringe a documentare ogni piccolo incidente del bambino (dalle sbucciature del ginocchio, alla casuale epistassi, alla caduta dovuta a uno spintone del compagno), questo ha reso i dirigenti scolastici dei tristi esecutori o interpreti della legge privi di un sogno pedagogico. L’iper protezione è tanto amorevole quanto dannosa: teniamo i bambini al sicuro, agli arresti domiciliari o scolastici; nessun attrito, nessuna possibilità di inciampare, di capire che la realtà è affascinante da conoscere perché è anche difficile, ruvida, a volte ostile. Forse dobbiamo iniziare a fare meno test con i nostri bambini, a cancellare dal dizionario le parole somministrare, verificare, interrogare per usare i verbi correre, lanciare, saltare.

Le nostre scuole vanno ripensate, ristrutturate mettendo al centro il bambino: vanno rimodellati gli spazi, i giardini; dev’essere rottamata l’idea di un solo intervallo di dieci minuti su otto ore di scuola; dobbiamo creare momenti in cui i nostri ragazzi possano entrare e uscire dall’aula senza dover fare come in carcere “la domandina”. La scuola deve diventare come una casa, un luogo accogliente.

E’ questa l’immagine della Outdoor education, un’educazione fuori dall’aula, un’educazione che avviene all’aria aperta, in nome di una formazione esperienziale e di una educazione ambientale.

Alcuni degli obiettivi di una simile educazione sono:

  • imparare a superare le avversità
  • promozione di sviluppo personale e sociale
  • sviluppo di un rapporto più profondo con la natura ed il mondo circostante in generale
  • migliorare le capcità di problem solving
  • favorire la cooperazione tra compagni.

Sono i bambini che saltano in una pozzangghera il sogno della nuova pedagogia che faccia della nostra scuola non l’industria dell’obbligo, ma un cantiere dove sperimentare il senso di libertà.

Cit. ilfattoquotidiano.it

Giocando si impara

“Per insegnare bisogna emozionare. Molti però pensano ancora che se ti diverti non impari”. M. Montessori

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Le tecniche di insegnamento tradizionali, che seguono quella che potremmo definire come la metafora della trasmissione di sapere, spesso portano gli alunni ad identificare il momento dello studio con i concetti di fatica e sacrificio. La mente viene qui considerata come una scatola vuota da riempire.

E’ necessario passare da una concezione di insegnamento intesa come trasmissione di sapere ad una concezione di costruzione di conoscenza.  

La mete è lo strumento attraverso il quale la conoscenza viene creata, non una scatola vuota in cui depositare conoscenza ma un meccanismo che conscente di creare nuova conoscenza.

Il gioco è un’attività naturale del bambino, diceva Maria Montessori, e quello che chiamiamo gioco è il momento nel quale il bambino costruisce le sue conoscenze. Compito dell’adulto, continua la stessa Montessori, è quello di fornire il materiale e l’ambiente adatto nel favorire tale costruzione.

Quello attraverso il gioco è un modo di apprendere percettivo-motorio nel quale l’apprendimento avviene per prove ed errori, la conoscenza emerge gradualmente, sopratutto dalla ripetizione dell’esercizio, che sarà sempre più focalizzata. Da tale apprendimento ne deriverà una conoscenza accessibile quando un contesto diverso lo richiederà.

Il gioco è uno strumento in grado di motivare lo studente ad avvicinarsi e portare a compimento diverse attività.  A differenza della didattica tradizionale, innesca e nutre nell’allievo sentimenti di coraggio e temerarietà e di conseguenza il desiderio di superare gli ostacoli. Il gioco crea un clima di serenità, condivisione e stimolo che costante favorisce le dinamiche di apprendimento. Lo studente maturerà anche da un punto di vista relazionale, ma avrà anche conseguito una costruzione di sapere. 

Vi sono ancora alcuni che credono e relegano il gioco ad attività ludica, non consdiderardolo come vero e proprio strumento didattico. E’ necessario porre una attenta riflessione in merito e cercare di diffondere il dato oggettivo che mostra come il gioco possa essere a tutti gli effetti uno strumento didattico.

Io con autismo: ecco cosa vorrei dirti

“Non sono soltanto un’autistico, ma sono anche un bambino, un adolescente, un adulto. Condivido molte delle cose dei bambini, degli adolescenti e degli adulti che voi chiamate normali” Angel Rivière

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Angel Rivière, professore di psicologia evolutiva presso l’Università Autonoma di Madrid, scomparso nel 2000, ha  lasciato un fortissimo contributo per la  comprensione del comportamento autistico,  grazie alla sua grande capacità di osservazione ed alla sua umanità nel trattare le persone.

Fu per più di vent’anni  consulente dell’Associazione spagnola di Bambini Autistici (APNA) e sviluppò una conoscenza diretta della sindrome attraverso anni di lavoro sul campo.

Rivière scrisse un documento molto interessante sul pensiero autistico, spiegando sinteticamente in venti punti cosa ci chiederebbe un soggetto affetto da autismo.

1. Aiutami a capire, organizza il mio mondo ed aiutami ad anticipare quello che succederà. Dammi ordine, struttura, non il caos.

2. Non ti angosciare per me, perché anch’io mi angoscio, rispetta i miei ritmi. Avrai sempre l’opportunità di relazionarti con me se capisci i miei bisogni e la mia maniera così particolare di capire la realtà. Non ti buttare giù, è normale che io vada sempre avanti.

3. Non mi parlare troppo, né troppo velocemente. Le parole non sono “aria” che non pesa come a te: per me possono essere un carico molto pesante. Molte volte non sono il miglior modo di rapportarsi con me.

4. Come gli altri bambini, gli altri adulti, ho bisogno di condividere il piacere e mi piace fare bene le cose, anche se non sempre ci riesco. Fammi sapere in qualche modo quando le ho fatte bene e aiutami a farle senza errori. Quando faccio troppi errori, mi succede come a te, mi irrito e finisco per rifiutarmi di fare le cose.

5. Ho bisogno di più ordine di te, di capire in anticipo le cose che mi accadranno. Dobbiamo patteggiare i miei rituali per convivere.

6. Per me è difficile capire il senso di molte delle cose che mi chiedono di fare. Aiutami tu a capire. Cerca di chiedermi di fare delle cose che abbiano un senso concreto e decifrabile per me. Non permettere che mi annoi o che rimanga inattivo.

7. Non mi invadere eccessivamente. A volte voi persone “normali” siete troppo imprevedibili, troppo rumorosi, troppo stimolanti. Rispetta le mie distanze, ne ho bisogno, ma non mi lasciare solo.

8. Quello che faccio non è contro di te; se mi arrabbio, mi faccio del male, distruggo qualcosa o mi muovo in eccesso, è perché è difficile capire o fare quello che stai chiedendo. Già faccio fatica a capire le intenzioni degli altri, quindi non attribuirmi delle cattive intenzioni.

9. Il mio sviluppo non è assurdo, anche se è difficile da capire. a una sua logica. Molti dei comportamenti che voi chiamate alterati sono il mio modo di affrontare il mondo con questa mia speciale maniera di essere e di percepire. Fai uno sforzo per capirmi.

11. Non mi chiedere di fare sempre le stesse cose, non esigere sempre la solita routine. Non diventare autistico per aiutarmi, sono io l’autistico !!

12. Non sono soltanto un’autistico, ma sono anche un bambino, un adolescente, un adulto. Condivido molte delle cose dei bambini, degli adolescenti e degli adulti che voi chiamate normali. Mi piace giocare, divertirmi, voglio bene ai miei genitori, sono contento se riesco a fare bene le cose. Ci sono molte più cose che ci possono unire che non dividere.

13. E’ bello vivere con me. Ti posso dare tante soddisfazioni, come le altre persone. Ci può essere il momento in cui io sia la tua migliore compagnia.

14. Non mi aggredire chimicamente. Se ti hanno detto che devo prendere dei farmaci fammi controllare periodicamente da uno specialista.

15. Né i miei genitori né io abbiamo colpa di quello che mi succede. Non ce l’hanno nemmeno i professionisti che mi aiutano. Non serve a niente darsi le colpe l’un con l’altro. A volte le mie reazioni e i miei comportamenti possono essere difficili da capire e da affrontare, ma non è colpa di nessuno. L’idea di colpa produce soltanto sofferenza, ma non aiuta.

16. Non mi chiedere in continuazione di fare cose che io non sono capace di fare., ma chiedimi invece di fare cose che io sono in grado di fare. Aiutami ad essere più autonomo, a capire meglio, a comunicare meglio, ma non mi dare aiuto in eccesso.

17. Non devi cambiare la tua vita completamente perché convivi con una persona autistica. A me non serve che tu ti senta giù, che ti chiuda in te stesso, che ti deprima. Ho bisogno di essere circondato da stabilità e di benessere emozionale per sentirmi meglio.

18. Aiutami con naturalezza, senza che diventi un’ossessione. Per potermi aiutarmi devi avere anche tu dei momenti di riposo, di svago, di cose tue. Avvicinati a me, non te ne andare, ma non ti sentire costretto a reggere un peso insopportabile.

19. Accettami così come sono, non mettere condizioni al tuo accettare che io non sia più autistico, lo sono. Sii ottimista ma senza credere alle favole o ai miracoli. La mia situazione normalmente migliora anche se non si potrà parlare di guarigione.

20. Anche se per me è difficile comunicare e non posso capire le sfumature sociali, ho dei pregi rispetto a voi che vi considerate “normali”. Per me è difficile comunicare, ma non inganno. Non ho doppie intenzioni né sentimenti pericolosi. La mia vita può essere soddisfacente se semplice ed ordinata, tranquilla, se non mi chiedi in continuazione di fare solo cose che sono difficili per me. Essere autistico è un modo di essere, anche se non è quello normale, la mia vita di autistico può essere così bella e felice come la tua che sei “normale”. Le nostre vite si possono incontrare e possiamo condividere molte esperienze.

10 principi educativi montessoriani

“Se v’è per l’umanità una speranza di salvezza e di aiuto, questo aiuto non potrà venire che dal bambino, perchè in lui si costruisce l’uomo” M. Montessori

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  1. Se un bambino non ti invita a farlo non toccarlo
  2. Non parlare mai male del bambino (mai)
  3. Rafforzare e aiutare lo sviluppo di ciò che è positivo
  4. Essere attivi nel preparare l’ambiente
  5. Essere pront a rispondere alle chiamate del bambino
  6. Rispettare sempre il bambino anche quando compie un errore
  7. Rispettare il bambino che risposa
  8. Aiutare i bambini che sono alla ricerca di attività e non riescono a trtovarla da loro
  9. Proporre regolarmente al bambino le attività che ha rifiutato in precedenza
  10. Trattare sempre i bambini con delicatezza e tatto.

Il tempo della famiglia: la costruzione di un tempo prezioso

“Vivere un tempo, il nostro tempo, significa imparare. Il mondo che ci circonda è il libro più bello, il motore di ricerca più completo”

interpretazione-disegni-bambiniIl tempo è un bene prezioso, che spesso sfugge di mano. I genitori vivono non di rado soffocati dai numerosi impegni quotidiani, accompagnati da sentimenti di colpa nei confronti dei loro piccoli ai quali sentono di non riuscire a dedicare tempo a sufficienza.

Oggi, grandi e piccini, sono travolti dalle tendenze a trascorrere ore ed ore davanti a schermi di computer, cellulari o TV. Si ritrovano a rincorrere un tempo fantasma, strappato dai mille impegni.

Ogni genitore è consapevole dell’importanza di trascorrere del tempo insieme ai propri bambini, sia dal punto di vista affettivo che educativo ma trovare tale tempo è percepito da molti genitori come un problema. Alla luce di questo è opportuno porre una riflessione e trovare alcuni spunti sui quali riflettere al fine della costruzione di un tempo per la famiglia: la costruzione di un tempo prezioso.

Prima di qualsiasi linea guida è fondamentale che il genitore sia consapevole del fatto che avere poco tempo da dedicare ai propri figli non significa amarli di meno. Ciò che è indispensabile è rendere anche i più piccoli momenti ricchi e favorevoli, da ogni punto di vista. Oggi il bisogno più palesato di adulti e bambini è quello di vivere il mondo semplicemente, di vivere dei niente meravigliosamente significativi.

Come adulti è richiesto di creare momenti speciali, sprofondare in un manto erboso dopo un pic nic, magari con un libro sopra la testa che ripara dal sole, o rincorrere una palla, uscire al mattino e respirare per un attimo, la fresca brezza e concedersi un semplice ciao, fuori dalla scuola, un sorriso ed un bacio, come augurio di una buona giornata. E’ opportuno poi che la famiglia pianifichi ed organizzi momenti da trascorrere insieme, in particolare nei fine settimana. Prendersi una pausa e dedicarsi interamente ai propri bambini può essere risolutivo. Per l’adulto significa staccare dal lavoro e questo per i piccoli sarà un dono prezioso. Se i figli sono più di uno sarà necessario trovare anche un tempo da dedicare singolarmente ad ognuno, un tempo per ascoltare, confidenze e segreti, per una coccola in più. Ogni bambino sarà così entusiasta e si sentirà speciale nel ricevere un tempo tutto dedicato a lui.

Anche i piccoli trucchetti, apparentemente semplici ed irrisori, possono trasformarsi in preziosi momenti da trascorrere insieme, con valenza varia, che permettono da un lato al genitore di svolgere i compiti richiestogli dalla casa e dall’altro di trascorrere del tempo con il figlio. Pensiamo semplicemente alla preparazione della cena. Spesso quando i genitori preparano la cena i bambini si ritrovano soli davanti alla TV. Essi saranno entusiasti di essere coinvolti, la passione per la cucina in alcuni bambini è naturale e mostrano curiosità nello scoprire ed assaggiare gli ingredienti. Cucinare insieme, apparecchiare la tavola, in un’ottica di collaborazione, può trasformarsi in un momento davvero speciale.

Ognuno di noi dovrebbe concedersi attimi e come genitori abbiamo il compito di costruire per i nostri bambini occasioni in cui il sole sia il carica batterie. Attimi semplici ma vissuti in modo autentico, la colazione del mattino che sia un rito, una predisposizione al sorriso per l’intera giornata, registrare immagini come fossero fotogrammi, e raccontarle, condividerle.

La favola della buona notte. Le favole sviluppano la fantasia, evocano paure ed emozioni, aiutano a risolvere i problemi e li prevengono. Le favole regalano momenti magici e la magia non può non essere presente nella vita di un bambino. La favola è la voce, il racconto, il sogno, la magia, è l’attesa di un mondo fantastico. Le favole accompagnano nei sogni e sono l’occasione per trascorrere un momento speciale con i propri bambini. Il momento della favola della buonanotte diverrà il più amato dai vostri bambini. Vivere un tempo, il nostro tempo, significa imparare.

Il mondo che ci circonda è il libro più bello, il motore di ricerca più completo.

Compito dei genitori è trovare un tempo per accompagnare i piccoli in questo importante compito di scoperta. L’uomo impara facendo e ciò vale in particolare per il bambino: pensate sia possibile imparare a giocare a tennis leggendo un libro, guardando gli altri o sentendo qualcuno che ne parla? E’ sufficiente fermarsi un istante, alzare, per un attimo, gli occhi dalle routine, guardare il cielo azzurro o regalare un sorriso e imparare a sfruttare quei momenti semplici, quei luoghi famigliari e farli rivivere in modo speciale, con fantasia e leggerezza, aggiungere curiosità ai propri punti di riferimento, cambiare idea, trovare nuove certezze, essere soddisfatti dei tentativi, del cammino, più che della meta.

Abbracciare un bambino è una indispensabile forma d’amore

“I bambini sentono le nostre emozioni più di quanto ascoltino le nostre parole”

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Quando un bambino viene al mondo le prime cose che percepisce sono la pelle ed il suono del cuore della madre che lo accoglie tra le braccia.

Il calore di un abbraccio provoca emozioni positive e permette di sentirsi amati.

Abbracciare un bambino sarà determinante per la maturità psicofisca del piccolo. L’abbraccio permette di costruire le radici che uniscono genitri e figli. L’abbraccio permette di rendere il bambino parte di noi e costruire con lui il mondo famigliare.

Studi mostrano come bambini che non ricevono abbracci o carezze piangano meno, consapevoli del fatto che non verranno ascoltati. Inoltre le ricerche hanno dimostrato come gli abbracci creino connessioni neuronali utili all’annientamento delle paure, dei dubbi e delle incertezze. Lo sviluppo di bambini che non vengono abbracciati è più lento ed essi hanno meno curiosità nei confronti di ciò che li circonda.

Gli abbracci costituiscono il linguaggio del cuore e fanno crescere più forti, permettono al bambino di costruire la personalità. Sono il modo più significativo di creare un vincolo tra figli e genitori che rappresentano per  il piccolo il primo contatto sociale. L’abbraccio trasmette al bambino un messaggio di appartenenza che non lo fa sentire solo ma parte del mondo.

Non c’è nulla di più calmante di un abbraccio. A volte, nonostante abbiano mangiato, siano puliti, i neonati piangono ed il loro gesto non è ingiustificato ma è l’espressione di un bisogno, quello di un abbraccio. I bambini chiedono affetto, hanno bisogno degli abbracci di mamma e papaà per scongiurare quella paura che accomuna tutti noi: la paura di essere abbandonati e lasciati soli.

Un abbraccio non costa nulla ma ha una forza immensa. Non siate parsimoniosi di abbracci. Mai.

Crescere significa essere cacciatori di stelle

“Nessuno nasce perfetto, ne lo diventa, ma l’esistenza è un dono che non va sprecato”.

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Crescere, diventare una persona consapevole, è il mestiere più difficile, ma anche il più bello. Crescere è un mestiere senza fine.

In un mondo dove i punti di riferimento tendono a confondersi e dove è sempre più arduo trovare il proprio cammino, è importante riflettere su ciò a cui aspiriamo. Vogliamo divenatare una persona migliore in un mondo migliore?

Ogni grande avventura inizia con un primo passo, altrimenti che avventura sarebbe?

Nessuno nasce perfetto, né lo diventa. Importante è capire che la nostra esistenza è un dono che non va sprecato, ma assaporato istante dopo istante, nell’incontro con gli altri e alla ricerca di se stessi.

Se il saggio, che è nel cuore di ognuno di noi, ti indica una stella, non fermarti a guardare il dito, perchè ti sta indicando la giusta direzione.

Nel guardare le stelle gli antichi navigatori capirono come orientarsi, ma anche come esprimere desideri.