“Sono io nato per educare?”: sull’ultimo episodio di maltrattamenti a scuola

“Perchè è proprio così: lo strumento del chirurgo è la mano quello dell’educatore è il cuore”

maestra-300x225Questa mattina mi sono svegliata con una di quelle notizie che non vorrei mai leggere.
Una di quelle storie che non vorrei mai condividere, ma sono storie che incontrano ancora troppo silenzio e troppa superficialità per non essere raccontate.
«Le ha detto, “Luana, ti alzi sempre dal tuo posto” e poi l’ha presa per la treccia dei capelli e l’ha accompagnata fino al suo banco».
Luana è un nome di fantasia di una bimba che ha appena iniziato la prima elementare.
«Era davvero contenta di iniziare la scuola – racconta la mamma – ma adesso ha paura a rientrare in aula».
Credo fortemente nel fatto che esista una predisposizione all’educare.
Ogni educatore deve possedere una preparazione innata imprescindibile che andrà completandosi con la preparazione culturale e che renda idonei e preparati al difficile compito educativo.
Ogni educatore dovrebbe chiedere a stesso: “sono io nato per educare?”
Conosco e credo fortemente nell’esistenza di colleghi educatori che mettono ogni giorno nel loro lavoro la vocazione, l’impegno, l’entusiasmo e, cosa fondamentale, l’equilibrio interiore.
Io stessa svolgo un lavoro a stretto contatto con utenti che non di rado mettono alla prova un equilibrio interiore che deve essere continuamente sostenuto, rinnovato e mai perso.
E’ proprio questa mia esperienza diretta che mi porta a non comprendere e non tollerare fatti come quelli accaduti ed emersi in queste ore, purtroppo solo gli ultimi in ordine di tempo.
Condivido il fatto che le condizioni di lavoro degli educatori in genere a livello burocrtico non siano facili ma anche questo non può giustificare tali comportamenti. Come nemmeno gli sati d’animo personali che devono necessariamente essere tenuti fuori dal contesto educativo e non possono essere giustificazione di comportamenti inadeguati come quelli riportati.
Tutti coloro che sono ostacolati nell’affrontare tali stati ed agiscono con azioni inadeguate al contesto educativo non possono, a mio avviso, svolgere tale ruolo. Anche un singolo episodio non può essere ignorato o giustificato in quento già segno di una fragilità nel controllo del proprio equilibrio professionale, fragilità che si ripercuote inevitabilmente sugli utenti.
Tutto ciò non vuole negare la mia forte credenza nei confronti della formazione e dell’importanza che un lavoro pedagogico a tale livello può assumere.
La formazione permanente può risultare un’ottimo strumento di prevenzione ma, anche in quel caso, è fondamentale che il singolo sia sempre ben predisposto e messo nelle condizioni di condividere i propri stati emotivi, a maggior ragione quelli negativi.
 Pensiamo ad un medico chirurgo, non potrebbe mai svolgere un intervento con un braccio rotto ed ingessato.
Lo stesso vale per l’educatore, esso non potrà mai svolgere il suo intervento se il suo equilibrio interiore non sarà ben saldo e il suo cuore ben predisposto.
Perchè è proprio così: lo strumento del chirurgo è la mano quello dell’educatore è il cuore.

L’amore ferito

11659217_416380118553548_953989612111170027_nParlare d’amore è complesso, è qualcosa di cosi intimo e profondo, qualcosa che non conosce vera definizione. L’amore si prova, non si dice. Le parole non possono dire l’amore, come non possono dire il dolore. Due antipodi che possono correre l’uno cosi vicino all’alto.

Ad una prima riflessione a nessuno verrebbe in mente di parlare d’amore se si parla di violenza. Ma in uno stupro c’è un amore profondo che in un secondo, come un vaso di cristallo che colpito cade a terra, si frantuma in mille pezzi. Il rumore è assordante, cupo, pungente, come le schegge di quel cristallo. E’ l’amore per se stessi, l’amore per la vita e per tutto ciò che in essa è contenuto. Quell’amore improvvisamente diviene profondo senso di colpa e inadeguatezza.

Le ferite che si curano in pronto soccorso sembrano non esistere. E’ l’anima ad essere ferita. Il dolore è provocato da qualcosa di invisibile. Senza luogo e senza tempo.

Intorno a questo dolore il mondo continua a girare e con lui addosso si deve uscire di casa ancora, prendere l’autobus, andare a scuola o al lavoro. Superare quel senso di ingiustificata vergogna che si prova.
Passano i giorni, le settimane, i mesi e gli anni e le ferite divengono cicatrici. E’ intorno a queste profonde e invisibili cicatrici che, non torna la normalità, ma se ne costruisce una nuova. Niente sarà più come prima di quella notte, di quella mattina o pomeriggio, d’estate o d’inverno. Niente sarà più come prima di quel momento. Ma questa stessa vita che ferisce, distrugge, è quella che ama e ri-costruisce.

Scrivo questo post oggi, senza riferimento alcuno, senza storia alcuna perché,  purtroppo, gli amori feriti sono tanti, troppi. Troppi ancora sono i silenzi ma troppe sono anche le voci inopportune che spesso si alzano.
Queste righe sono un semplice pensiero, un attimo dedicato a questi amori feriti, a queste donne, grandi donne che tornano ad amare, prima di tutto loro stesse, donne che alzano la teste e tornano a guardarsi allo specchio.

Davanti a fenomeni tali non si può tacere e non lo si deve fare ma troppo spesso nei racconti dei fatti ci si dimentica che dietro a quella storia c’è prima di tutto una persona con una ferita profonda, un chi che dovrà ri-costruirsi e per farlo dovrà usare tutta la forza possibile, anche quella che essa stessa non avrebbe mai pensato di avere.

Le vittime sono spesso presentate come donne deboli. Pochi ancora dedicano righe che raccontano il coraggio di donne che gridano e si rialzano.  Donne che hanno il coraggio di tornare a vedersi le bellissime donne che sono, non deboli, non vittime ma donne del coraggio, della voglia di vivere, che nulla è riuscito a portare via e che ri-credono che il domani e dopo sono più importanti ancora.

E’ anche questo che si dovrebbe  raccontare, non i particolari di lividi e botte, tutti sappiamo cosa significa violenza. Ciò che si dovrebbe mostrare sono donne che vengono ascoltate, aiutate e che, grazie a questo, si rialzano ed escono di casa a testa altra. Quello che si deve mostrare è il sostegno che fa la differenza. Ciò che si dove mostrare sono Donne che si riappropriano del loro corpo, donne che così, gridano in silenzio ad altre donne che la forza per dire no e ricominciare esiste!


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