La persona con disagio psichico. Tra storia e riflessione pedagogica

“Prima eravamo matti, adesso siamo malati, quando saremo considerate persone?”

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Questo inizio potrebbe essere già la conclusione. L’essenza è racchiusa in queste poche parole sopra scritte. Quando saremo considerate persone?

Troppo poco ancora la pedagogia si occupa di questo, di queste persone, prima matti, poi malati. Troppo poco ancora la pedagogia sta puntando il dito e lottando perché dal folle, dal matto, dal malato emerga la persona.

Ho conosciuto queste persone, con loro ho passato un anno, tra i muri scrostati del Centro Diurno di Salute Mentale.

Fissare negli occhi la follia è come guardare nella profondità del mare.

Tra le mura di quel vecchio palazzo nel centro della città ho incontrato le storie delle persone che lo abitavano. Racconti, i loro, fatti di frasi a volte difficili, frasi che hai bisogno di rileggere più volte prima di poterle capire davvero. Vite che sembravano portarsi dietro una parte di quella storia che ha accomunato molte persone. “Nelle molteplici espressioni di questi visi rosicchiati dal dolore, io riconosco la bellezza”.

“Una volta all’anno si prendeva uno scarcassone di nave ormai in disarmo e ci si cariavano sopra tutti i dementi, i folli, gli strambi, insomma tutti gli sballati che non ce la facevano a stare in riga con le regole e le leggi della società. La nave, senza pilota né timone veniva trascinata al largo e lasciata andare alla deriva. E tutto finiva li”.  Erano le Nave dei Folli.

La segregazione dei matti nasce nel Rinascimento. L’idea che i matti dovessero essere rinchiusi in luoghi speciali si diffuse nel ‘600, quando sorsero luoghi nei quali venivano rinchiusi coloro definiti “individui asociali“: oziosi, prostitute, vagabondi. Venne inoltre descritto un profilo del possibile Matto che doveva essere rinchiuso in manicomio.

“Cercarono i matti, li selezionarono e li etichettarono, poi li radunarono tutti in un recinto appositamente costudito: il Manicomio”.

E’ il medico Philippe Pinel, nel 1792, a definire una svolta nella costituzione dei manicomi. Aprì le celle di Salpetriere e decise che questo luogo non doveva più essere una prigione ma un ospedale. Pinel trattiene nell’Ospedale quelli che riconosce come “malati di mente”.

Nell’800 sorgono diversi manicomi, numerosi sono i cosiddetti “Ospedali dei pazzi”.

Le immagini e i racconti che risalgono a quest’epoca in merito al trattamento delle persone in questi luoghi sono scene di orrore. “Per la contenzione dei malati furiosi il metodo usato è la catena al collo. La camicia di forza, a detta dei custodi, è troppo fragile”.

Agli inizi dell’800 un indagine compiuta nei manicomi europei rivela che qui non vi erano i cosiddetti matti o “pazzerelli” ma anche persone sorde, mute o cieche o bambini con malformazioni fisiche.

“Nel Manicomio i pavimenti erano umidi, in pietra, con un breve canale che conduceva a un buco dove veniva fatto scolare lo sporco. Alle finestre le inferiate, non c’era riscaldamento. I letti erano in ferro, per lo più erano cassoni di legno con paglia per dormire. Inoltre c’erano gabbie per gli isterici. Distesi su poca paglia o su vecchi stracci, le mani e i piedi incatenati”.

In Italia una legge del 1904 diceva chiaramente che il Matto doveva essere curato e custodito.

Nel 1909 in un decreto successivo vengono previste due cause per le quali la persona può lasciare il Manicomio: “dimissione per guarigione clinica” e “dimissione in esperimento”. Il primo caso risultò poco applicabile in quanto vi era scarsa attenzione nei confronti dei singoli casi, con l’aggiunta della cultura emarginante che riguardava il problema della follia e anche la scarsa responsabilità assunta dai medici per definire l’avvenuta guarigione. Nel secondo caso un parente doveva assumersi la responsabilità della persona dimessa. Anche questo secondo punto riscontrò poco successo, molti erano gli orfani o gli abbandonati. “Non verificandosi le elencate condizioni previste dalla legge il paziente rimane in manicomio; se così non fosse non si giustificherebbero i ricoveri a vita di quaranta-cinquanta anni”.

“La città dei matti era come una cittadella fortificata dove regnava incontrastata la Signora Follia. Spesso si trovava un po’ fuori mano rispetto alla città dei “sani”. Il Manicomio doveva quindi essere per forza di cose autosufficiente, doveva bastare a se stesso e non poteva avere interferenze esterne. Nella gente comune il manicomio generava indifferenza, al massimo compassione. I matti venivano umiliati, non solo dal mistero della loro malattia ma anche dai trattamenti a loro riservati da medici e infermieri, senza alcun senso di umanità”.

Nel 1938 il medico Ugo Cerletti mette a punto l’elettroshock. Si sottoponevano le persone a scariche elettriche prima molto lievi e progressivamente di maggiore intensità. L’elettroshock venne introdotto in tutti i Manicomi.

La terapia dell’elettroshock, usata senza le dovute attenzioni, diviene il simbolo della violenza psichiatrica e l’emblema del controllo mentale.

Studi successivi dimostrarono che l’elettroshock produceva gravi danni, apatia, incapacità di apprendimento, perdita di creatività ecc…

Arriva poi la contenzione chimica, le pasticche e con questa si diffonde ““la cura del sonno”; una camicia di forza “chimica” che rendeva mansueto il paziente agitato e violento. La contenzione però era identica: nel pensiero, nei sentimenti, nelle idee”.

Sono le idee di Basaglia che portano, nel 1978, all’approvazione della legge 180 che conduce alla chiusura degli Ospedali Psichiatrici.

Vengono costituiti Centri di Igiene Mentale e piccole comunità assistite in apposite case-alloggio.

La persona con disagio psichico necessita di cure, come ogni persona in condizione di fragilità, ma soprattutto, come ogni persona, necessita di un rapporto umano. La persona deve essere considerata come soggetto e non come oggetto di cura.

“La follia, ovviamente, non è svanita con la chiusura dei manicomi. Si è decido di uccidere il manicomio, per dare vita al malato”.

In questo la pedagogia ha una grande responsabilità, non per dare vita al malato, come scrisse Vittorino Andreoli, ma per dare vita alla persona. E’ necessario che dalla follia emerga la persona, che il medico si sieda davanti alla persona e veda prima questa e solo poi la malattia.

E’ questo il compito della pedagogia, tenere il dito puntato sulla persona, perché questa non svanisca ancora sotto le ceneri di definizioni trascritte in cartelle cliniche che nulla sanno della persona, che nulla dicono di essa, schede nelle quali la persona viene annullata.

Forse la follia vera non è stata l’idea di creare il Manicomio, quanto la follia della razionalità della società moderna che ha rinchiuso le persone sofferenti, cercando di gestire e organizzare i loro bisogni come se, per ogni Matto, questi bisogni fossero identici per tutti, da soddisfare nello stesso modo. I Matti non erano persone e quindi divennero facilmente numeri; le cartelle cliniche furono le uniche depositarie di ciò che restava delle loro vite.

Lavorare con il disagio psichico significa compiere un percorso dalle mille sfaccettature e dalle molte fermate, un viaggio dis-organizzato nella dimensione dell’incontro. Significa compiere un viaggio nella sorprendente ricchezza di umanità di chi è considerato “diverso” mettendo in comunicazione mondi, vite, facce, espressioni e sensazioni nella speranza che nessuno possa più essere considerato “diverso” ma semplicemente considerato per ciò che è.

“La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia”.


Riferimenti bibliografici: Simone Cristicchi, “Centro di Igiene Mentale. Un cantastorie tra i matti”,  Mondadori Editore, 2007, Milano

Giacomo Rizzolatti il padre dei neuroni specchio. Ecco come funziona l’empatia

“Si, i sentimenti sono contagiosi”

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Sempre di più si parla, anche in pedagogia, di empatia, dal greco en e pathos, ossia “dento” e “sentire“,  si intende l’attitudine a sentire dentro di sé le emozioni, i sentimenti e le intenzioni che animano le persone con le quali entriamo in contatto.

Scientificamente questa deriverebbe dai cosiddetti neuroni specchio. Una teoria, quella dei neuroni specchio, che rappresenterebbe un incontro tra discipline umanistiche e scientifiche.

Giacomo Rizzolati, direttore del dipartimento di neuroscienze dell’Università di Parma è il padre dei neuroni specchio.

Scoperti negli anni novanta da Rizzolati i neuroni specchio sono una particolare classe di neuroni che si attiva quando una persona compie un’azione ma anche quando la vede fare. I neuroni specchio permettono, in altre parole, di capire subito quel che fanno gli altri. Un meccanismo importante non solo per apprendere mediante l’imitazione ma anche per rendere partecipe l’osservatore delle emozioni altrui.

Giacomo Rizzolati nasce a Kiev da madre e padre di origine italiana. Ancora bambino torna con la famiglia in Italia e qui segue “un destino segnato“: sulle orme dei genitori, entrambe medici, si laurea in medicina specializzandosi in neurologia. “Amavo la filosofia al classico. così pensai che un buon compromesso potesse essere neurologia, o psichiatria. Poi ho scelto neurologia”.

Rizzolati arrivò alla scoperta dei neuroni specchio studiando la visione e scoprendo per caso che un’area motoria rispondeva a stimoli visivi. “Così ho organizzato un gruppo, per rivedere l’anatomia e la fisiologia del sistema motorio. Un sorpresa. Negli esperimenti ci siamo accorti che alla scimmia non interessava l’oggeto, bensì il fatto che l’altro lo prendesse. E’ questo il neurone specchio: perchè rispecchia quello che tu fai. La scimmia vede “.

Questo non accade solo con gli stimoli visivi, come osservò Rizzolati, ma anche con quelli uditivi.

“La scimmia vede l’uomo che afferra il cibo e c’è una scarica del neurone, esattamente come quando la scimmia quando è la scimmia a prendere il cibo. Grazie ad un esperimento al San Raffaele abbiamo visto che nell’uomo è lo stesso. E poi, a Marsiglia, abbiamo fatto un esperimento sulle emozioni: se vedi un disgusto provi disgusto, lo stesso avviene per il riso”.

Il drammaturgo britannico Peter Brook affermò: “con la scoperta dei neuroni specchio le neuroscienze hanno cominciato a capire quello che il teatro sapeva da sempre”.

La scoperta dei neuroni specchi viene considerata rivoluzionaria in quanto indica una dei meccanismi attraverso cui si comprende l’altro, le sue azioni e le sue emozioni. “Questa dualità ha conseguenze sociali. Se ho il meccanismo di comprensione considero l’altro una persona, altrimenti, solo con il meccanismo cognitivo, senza partecipazione, l’altro può essere anche un oggetto. La comprensione emotiva è la più importante. E’ fondamentale ed è la base della nostra società” .

I neuroni specchio indicherebbero quindi scientificamente la presenza nell’uomo di un meccanismo che ci rende partecipi della vita altrui dimostrando la natura sociale della nostra specie.

Donne e uomini sarebbero quindi predisposti scientificamente per avere un rapporto empatico con gli altri. L’uomo non è fatto per vivere solo, ma per stare insieme agli altri e partecipare alle emozioni altrui. L’empatia è alla base dell’intera vita sociale: rende solide e proficue le relazioni di accudimento, fa in modo che le relazioni affettive attecchiscano e creino coppie, famiglie e amicizie. Una cattiva educazione sociale può però atrofizzare i meccanismi dei neuroni specchio, impedendoci di sentire quello che provano gli altri e quindi di entrare in empatia con l’altro.

Emerge anche qui il ruolo centrale dell’educazione. L’uomo ha, secondo le scoperte di Rizzolati, una predisposizione alla condivisione di sentimenti ed emozioni ma, anche in questo caso, senza lo stimolo educativo tutto ciò rischia di rimanere pura biologia.


Riferimenti bibliografici:

  • “Rizzolati: ecco perché i sentimenti sono contagiosi”, Leonetta Bentivoglio, La repubblica;
  • “I neuroni specchio e il dono dell’empatia”, Nicola Ghezzani, http://www.nicolaghezzani.altavista.org;
  • “Neuroni specchio: ecco perché ci immedesimiamo negli altri”, OK La salute prima di tutto;

A te bambina speciale

“L’educazione è cosa di cuore” Giovanni Bosco

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Oggi ho guardato gli alberi del parco giochi e mi sono accorta che si sono riempiti di foglie. La prima volta che ti ho presa per mano e ti ho portata in quel parco gli alberi erano spogli. Era l’inizio dell’autunno. Era l’inizio della mia nuova vita. Era l’inizio di questo pezzettino di strada che abbiamo percorso insieme.

La prima volta che ti ho vista venivi verso di me camminando per un corridoio, hai subito accettato di prendere la mia mano tesa verso di te e li, in quell’istante, abbiamo iniziato il nostro piccolo viaggio.

Tu, sotto quegli occhialetti, due occhi grandi e dolci come il miele. Tu, con quelle tue strane frasi, che in pochi comprendono. Tu, colorata e saltellante. Tu, bambina speciale. Tu, mi hai riempito il cuore, ogni giorno di più.

E’ solo credendo fermamente nel fatto che il cuore debba essere davanti ad ogni rapporto in senso educativo che sono andata avanti giorno dopo giorno, che sono tornata da te anche dopo che il giorno prima era stato così difficile da farmi pensare di non essere adatta a questo compito. E’ si, cara bambina speciale, alcuni giorni mi hai distrutta come se avessi combattuto mille battaglie, inconsapevole che ne stavo combattendo una ma davvero importante: stavo costruendo con te un rapporto vero e profondo.

Oggi quando ti sei appoggiata a me e cercavi la mia mano che ti accarezzava il viso il cuore mi si è stretto nel petto e per la prima volta ho pensato che il nostro tempo insieme sta per finire. E allora ci siamo messe a correre, legate l’una all’altra, come a volerlo rincorrere e riprendere questo tempo.

Abbiamo corso bambina speciale contro un mondo che, a volte, non ti comprenderà, che ti guarderà stranito ma tu non dovrai mai smettere di correre incontro a lui, a questo mondo a volte ingiusto ma così bello che meriti di vivere tutto, sino in fondo, con la tua risata che spacca il cuore di gioia e i tuoi occhi pieni d’amore.

Per te quel cuore di perline per dirti buona vita piccola bambina speciale.

Con affetto.

La tua maestra

Un anno passato in un soffio

“L’educazione è cosa di cuore”

torta_anno_1Un anno fa oggi pubblicavo il mio primo articolo , parlava di cambiamento, del bisogno di riprogettarsi, di cambiare secondo gli eventi, di quel fenomeno chiamato resilienza, che altro non è che la capacità di utilizzare le proprie risorse, la capacità di non mollare ma andare avanti sempre, il reinventarsi ogni giorno.

Un anno fa oggi ero seduta ad un banco in un’aula universitaria, ascoltavo una lezione noiosa con un elenco di date in mano che usavo per contare quante ore restavano alla fine di quel corso. Tra quei banchi ho pensato e scritto il mio primo articolo, il primo soffio di pedagogia. Tra quei banchi ho scritto di cambiamento,  inconsapevole del fatto che il mio cambiamento era li, ad un passo.

Oggi, un anno dopo, quell’elenco che serviva per il conto alla rovescia di noiose lezioni non c’è più. Il blocco degli appunti ha lasciato il posto a raccoglitori pieni di progetti e nomi di bambini fantastici e speciali; speciali non per le loro peculiarità, patologiche o meno, ma soprattutto, semplicemente, per il fatto di essere bambini.

Oggi, un anno fa, non avrei mai pensato di ritrovarmi ad alzarmi ogni mattina all’alba felice di entrare in un’aula, fingere di bere un caffè preparato per caso da quella bambina con gli occhi neri o rincorrere quel bambino con le lentiggini solo perché lui si regali un sorriso.

Un cambiamento questo che ha messo in dubbio molto di quello che avevo scritto, che ha fatto emergere la sensazione di pochezza di molte parole scritte in precedenza ma che mi ha portato a riflettere di più, a selezionare ciò che merita di essere battuto e pubblicato e ciò che è meglio lasciar correre perché riempire pagine vuote con semplici segni neri non ha alcun senso. Ciò che ha senso, per me è cercare e ricercare, raccontare, il reale o il teorico ma che sia pieno di significato.

Uno schermo bianco che sta imparando a parlare, giorno dopo giorno, errore dopo errore e pensiero dopo pensiero.

Incosciente,  appassionata, sedotta, irrimediabilmente continuerò a far tintinnare questi tasti  che, quando emanano un rumore crescente, ti stanno dicendo che ciò che stai scrivendo ti ha rapita e allora, si, pubblica.

I nonni lasciano le loro tracce nell’anima dei nipoti

“Capelli bianchi, occhi che brillano al sole, il calore di mani segnate dal tempo che donano amore”

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I nonni sono persone uniche, intime ed indimenticabili. Simbolo di un’unione generazionale, donano sguardi di complicità, concedono quei momenti di gioco permissivo e comprensivo, in nome di quell’amore smisurato.

Un nonno è colui che sa piantare radici nel cuore dei nipoti. Un nonno è colui che lascia impronte emotive incancellabili, impronte lasciate da quei segreti condividi, dai piccoli dettagli, dall’amore incondizionato.

I nonni hanno un dottorato in amore.

Sono educatori d’eccezione per ogni piccolo uomo che si appresta a crescere. Le loro storie fatte di tradizioni e passato affascinano i bambini che vengono così portati un mondi sconosciuti. Racconti di un passato vissuto, come storie nelle quali sono gli stessi nonni i protagonisti, storie colme di bellezza ed insegnamenti.

Essere nonni e fare i nonni non è un beneficio solo per i piccoli ma anche per i nonni stessi. Un riscatto spesso di quel tempo che gli impegni hanno tolto ai figli e che ora possono dedicare ai loro nipotini, una riscoperta del mondo attraverso la meraviglia, l’innocenza e l’amore incondizionato.

I giorni in compagnia di un nonno sono un privilegio per ogni nipote, piccolo o grande.

Luogo comune è che i nonni viziano i piccoli ma quando un nonno non c’è i nipoti sentono la mancanza non dei cioccolatini ma di quello che essi rappresentano.

Le cure dei nonni riflettono un amore che forma i bambini, che li protegge in modo unico, non sempre comprensibile e descrivibile.

I nonni sono coloro che lasciano segni incancellabili nelle anime dei loro nipoti.

Un “ti voglio bene” non è mai di troppo

12039576_1620562181543502_8587745075339620250_nQuando siamo stati bambini, quasi tutti abbiamo svolto un tema intitolato “Il giorno più felice della mia vita”. Nei collegi religiosi il successo era assicurato se raccontavi la tua prima comunione. Altri preferivano ricordare il regalo più grande e più costoso che avavano ricevuto per Natale, il viaggio in un paese lontano, la visita al parco dei divertimenti.

Col passare degli anni cambia la nostra prospettiva: gli oggetti si defirmano, e le persone raggiungono allora una statura insospettata. Il sorriso di nostra madre, l’abbraccio di nostro padre, la mano di un amico, una parola di conforto, gratitudine o perdono… Fai uno sforzo di memoria, amico lettore. Quali sono stati i giorni più più felici della tua infanzia?

Dovevo avere 6 o 7 anni quando, correndo al buio per la casa, andai a sbattere contro una porta di vetro che normalmente era sempre aperta. Rimase frantumata ai miei piedi. Mi presi uno spavento da morire, e mi feci un piccolo taglio sulla fronte. Ma non sentivo alcun dolore; la paura del castigo mi paralizzava. Mio padre arrivò correndo, mi tirò fuori dai vetri rotti, mi curò la ferita, mi guardò dall’alto in basso. Ma non mi rimproverò. All’inizio tremavo, aspettando da un momento all’altro delle grida tremende. Poi pensai che si era dimenticato di rimproverarmi, e feci finta di niente. Ma alla fine lo stupore e la curiosità ebbero la meglio e, ancora piangendo, gli chiesi: “non sei arrabbiato perchè ho rotto la porta?”, “no” rispose, “la porta non è importante”, l’unica cosa importante è che tu non ti sia fatto male”.

Adesso comprendo come tutti noi genitori diamo più valore ai notri figli che a qualsiasi altra cosa al mondo. Ma glielo diciamo raramente. Sono molto grato a mio padre per avermelo detto.


Dal libro “Besame Mucho. Come crescere i tuoi figli con amore” di Carlos Gonzàlez Immagine Roberta Terracchio Illustratrice

Lettere a una nonna speciale

“L’essenziale è invisibile agli occhi” 

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Tu sei qualla nonna lì, quella che ha il profumo dei nonni.

Siamo simili in tante cose, troppe.

Dopo aver impastato la pizza, prima di lasciarla lievitare nel canovaccio umido, ed avvolgerla nella coperta di lana, gli faccio una croce. Proprio come face tu. Non mi ero mai resa conto di farlo anch’io.

Ho una passione per i piatti e le pentole. Tu avevi una casa piena di pentole. Una casa in mezza al bosco, dove da un po’ vorrei poter tornare. In una casa come la tua, con le tendine ricamate alle finestre, come le case delle bambole. Io oggi in una casa così ci vorrei vivere.

Mi chiami sempre Nini, anche quando sembravo una pallina gigante, con i miei chili di troppo. Ancor prima di essere piccina come ora.

Sembra una forzatura pensare a te prima della disabilità, perchè tu sei qui, ancora, con me e io ti vedo e riconosco in te ancora quella nonna speciale…un po’ più speciale.

Tu sai riempire ogni giorno il mio presente e mi hai indicato la strada per il mio futuro.

Tu Nonna speciale, con le tue carezze, i tuoi sorrisi, il tuo coraggio e la tua allegria. Tu con la tua personalità unica e il tuo saper essere quella che sei, mai perfetta ma mai alla ricerca di compromessi, per la serie: “Io sono così, e questo è quanto”. In questo non ti somiglio molto ma spero me lo insegnerai. Però anch’io sono un po’ matta, proprio come te, e ne vado fiera.

Con questo voglio solo dirti grazie Nonna speciale. Grazie al tuo esserci, sempre e comunque, in tutti quei modi che solo noi possiamo conoscere e riconoscere. Grazie a Te Nonna speciale che rendi ogni giorno più pieno di gioia, oltre ogni ostacolo, oltre la malattia. Io e Te, ora, sempre e per sempre.

Io con autismo: ecco cosa vorrei dirti

“Non sono soltanto un’autistico, ma sono anche un bambino, un adolescente, un adulto. Condivido molte delle cose dei bambini, degli adolescenti e degli adulti che voi chiamate normali” Angel Rivière

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Angel Rivière, professore di psicologia evolutiva presso l’Università Autonoma di Madrid, scomparso nel 2000, ha  lasciato un fortissimo contributo per la  comprensione del comportamento autistico,  grazie alla sua grande capacità di osservazione ed alla sua umanità nel trattare le persone.

Fu per più di vent’anni  consulente dell’Associazione spagnola di Bambini Autistici (APNA) e sviluppò una conoscenza diretta della sindrome attraverso anni di lavoro sul campo.

Rivière scrisse un documento molto interessante sul pensiero autistico, spiegando sinteticamente in venti punti cosa ci chiederebbe un soggetto affetto da autismo.

1. Aiutami a capire, organizza il mio mondo ed aiutami ad anticipare quello che succederà. Dammi ordine, struttura, non il caos.

2. Non ti angosciare per me, perché anch’io mi angoscio, rispetta i miei ritmi. Avrai sempre l’opportunità di relazionarti con me se capisci i miei bisogni e la mia maniera così particolare di capire la realtà. Non ti buttare giù, è normale che io vada sempre avanti.

3. Non mi parlare troppo, né troppo velocemente. Le parole non sono “aria” che non pesa come a te: per me possono essere un carico molto pesante. Molte volte non sono il miglior modo di rapportarsi con me.

4. Come gli altri bambini, gli altri adulti, ho bisogno di condividere il piacere e mi piace fare bene le cose, anche se non sempre ci riesco. Fammi sapere in qualche modo quando le ho fatte bene e aiutami a farle senza errori. Quando faccio troppi errori, mi succede come a te, mi irrito e finisco per rifiutarmi di fare le cose.

5. Ho bisogno di più ordine di te, di capire in anticipo le cose che mi accadranno. Dobbiamo patteggiare i miei rituali per convivere.

6. Per me è difficile capire il senso di molte delle cose che mi chiedono di fare. Aiutami tu a capire. Cerca di chiedermi di fare delle cose che abbiano un senso concreto e decifrabile per me. Non permettere che mi annoi o che rimanga inattivo.

7. Non mi invadere eccessivamente. A volte voi persone “normali” siete troppo imprevedibili, troppo rumorosi, troppo stimolanti. Rispetta le mie distanze, ne ho bisogno, ma non mi lasciare solo.

8. Quello che faccio non è contro di te; se mi arrabbio, mi faccio del male, distruggo qualcosa o mi muovo in eccesso, è perché è difficile capire o fare quello che stai chiedendo. Già faccio fatica a capire le intenzioni degli altri, quindi non attribuirmi delle cattive intenzioni.

9. Il mio sviluppo non è assurdo, anche se è difficile da capire. a una sua logica. Molti dei comportamenti che voi chiamate alterati sono il mio modo di affrontare il mondo con questa mia speciale maniera di essere e di percepire. Fai uno sforzo per capirmi.

11. Non mi chiedere di fare sempre le stesse cose, non esigere sempre la solita routine. Non diventare autistico per aiutarmi, sono io l’autistico !!

12. Non sono soltanto un’autistico, ma sono anche un bambino, un adolescente, un adulto. Condivido molte delle cose dei bambini, degli adolescenti e degli adulti che voi chiamate normali. Mi piace giocare, divertirmi, voglio bene ai miei genitori, sono contento se riesco a fare bene le cose. Ci sono molte più cose che ci possono unire che non dividere.

13. E’ bello vivere con me. Ti posso dare tante soddisfazioni, come le altre persone. Ci può essere il momento in cui io sia la tua migliore compagnia.

14. Non mi aggredire chimicamente. Se ti hanno detto che devo prendere dei farmaci fammi controllare periodicamente da uno specialista.

15. Né i miei genitori né io abbiamo colpa di quello che mi succede. Non ce l’hanno nemmeno i professionisti che mi aiutano. Non serve a niente darsi le colpe l’un con l’altro. A volte le mie reazioni e i miei comportamenti possono essere difficili da capire e da affrontare, ma non è colpa di nessuno. L’idea di colpa produce soltanto sofferenza, ma non aiuta.

16. Non mi chiedere in continuazione di fare cose che io non sono capace di fare., ma chiedimi invece di fare cose che io sono in grado di fare. Aiutami ad essere più autonomo, a capire meglio, a comunicare meglio, ma non mi dare aiuto in eccesso.

17. Non devi cambiare la tua vita completamente perché convivi con una persona autistica. A me non serve che tu ti senta giù, che ti chiuda in te stesso, che ti deprima. Ho bisogno di essere circondato da stabilità e di benessere emozionale per sentirmi meglio.

18. Aiutami con naturalezza, senza che diventi un’ossessione. Per potermi aiutarmi devi avere anche tu dei momenti di riposo, di svago, di cose tue. Avvicinati a me, non te ne andare, ma non ti sentire costretto a reggere un peso insopportabile.

19. Accettami così come sono, non mettere condizioni al tuo accettare che io non sia più autistico, lo sono. Sii ottimista ma senza credere alle favole o ai miracoli. La mia situazione normalmente migliora anche se non si potrà parlare di guarigione.

20. Anche se per me è difficile comunicare e non posso capire le sfumature sociali, ho dei pregi rispetto a voi che vi considerate “normali”. Per me è difficile comunicare, ma non inganno. Non ho doppie intenzioni né sentimenti pericolosi. La mia vita può essere soddisfacente se semplice ed ordinata, tranquilla, se non mi chiedi in continuazione di fare solo cose che sono difficili per me. Essere autistico è un modo di essere, anche se non è quello normale, la mia vita di autistico può essere così bella e felice come la tua che sei “normale”. Le nostre vite si possono incontrare e possiamo condividere molte esperienze.

Abbracciare un bambino è una indispensabile forma d’amore

“I bambini sentono le nostre emozioni più di quanto ascoltino le nostre parole”

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Quando un bambino viene al mondo le prime cose che percepisce sono la pelle ed il suono del cuore della madre che lo accoglie tra le braccia.

Il calore di un abbraccio provoca emozioni positive e permette di sentirsi amati.

Abbracciare un bambino sarà determinante per la maturità psicofisca del piccolo. L’abbraccio permette di costruire le radici che uniscono genitri e figli. L’abbraccio permette di rendere il bambino parte di noi e costruire con lui il mondo famigliare.

Studi mostrano come bambini che non ricevono abbracci o carezze piangano meno, consapevoli del fatto che non verranno ascoltati. Inoltre le ricerche hanno dimostrato come gli abbracci creino connessioni neuronali utili all’annientamento delle paure, dei dubbi e delle incertezze. Lo sviluppo di bambini che non vengono abbracciati è più lento ed essi hanno meno curiosità nei confronti di ciò che li circonda.

Gli abbracci costituiscono il linguaggio del cuore e fanno crescere più forti, permettono al bambino di costruire la personalità. Sono il modo più significativo di creare un vincolo tra figli e genitori che rappresentano per  il piccolo il primo contatto sociale. L’abbraccio trasmette al bambino un messaggio di appartenenza che non lo fa sentire solo ma parte del mondo.

Non c’è nulla di più calmante di un abbraccio. A volte, nonostante abbiano mangiato, siano puliti, i neonati piangono ed il loro gesto non è ingiustificato ma è l’espressione di un bisogno, quello di un abbraccio. I bambini chiedono affetto, hanno bisogno degli abbracci di mamma e papaà per scongiurare quella paura che accomuna tutti noi: la paura di essere abbandonati e lasciati soli.

Un abbraccio non costa nulla ma ha una forza immensa. Non siate parsimoniosi di abbracci. Mai.

A tutte le donne

“Quando si scrive delle donne, bisogna intingere la penna nell’arcobaleno”. Denis Diderot

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Perciò, ecco la mia raccomandazione a tutte le donne:

Abbandonatevi, mangiate le cose più buone, baciate chi amate, abbracciate, innamoratevi. E ancora, rilassatevi, viaggiate, saltate e andate a dormire tardi, alzatevi presto, correte, volate, cantate e fatevi belle. Mettetevi comode, ammirate i paesaggi e lasciatevi spettinare dalla vita.

Il peggio che potrà succedervi è che, sorridendo di fronte allo specchio, dovrete pettinarvi di nuovo.


da “Il Cappellaio Matto”