Giacomo Rizzolatti il padre dei neuroni specchio. Ecco come funziona l’empatia

“Si, i sentimenti sono contagiosi”

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Sempre di più si parla, anche in pedagogia, di empatia, dal greco en e pathos, ossia “dento” e “sentire“,  si intende l’attitudine a sentire dentro di sé le emozioni, i sentimenti e le intenzioni che animano le persone con le quali entriamo in contatto.

Scientificamente questa deriverebbe dai cosiddetti neuroni specchio. Una teoria, quella dei neuroni specchio, che rappresenterebbe un incontro tra discipline umanistiche e scientifiche.

Giacomo Rizzolati, direttore del dipartimento di neuroscienze dell’Università di Parma è il padre dei neuroni specchio.

Scoperti negli anni novanta da Rizzolati i neuroni specchio sono una particolare classe di neuroni che si attiva quando una persona compie un’azione ma anche quando la vede fare. I neuroni specchio permettono, in altre parole, di capire subito quel che fanno gli altri. Un meccanismo importante non solo per apprendere mediante l’imitazione ma anche per rendere partecipe l’osservatore delle emozioni altrui.

Giacomo Rizzolati nasce a Kiev da madre e padre di origine italiana. Ancora bambino torna con la famiglia in Italia e qui segue “un destino segnato“: sulle orme dei genitori, entrambe medici, si laurea in medicina specializzandosi in neurologia. “Amavo la filosofia al classico. così pensai che un buon compromesso potesse essere neurologia, o psichiatria. Poi ho scelto neurologia”.

Rizzolati arrivò alla scoperta dei neuroni specchio studiando la visione e scoprendo per caso che un’area motoria rispondeva a stimoli visivi. “Così ho organizzato un gruppo, per rivedere l’anatomia e la fisiologia del sistema motorio. Un sorpresa. Negli esperimenti ci siamo accorti che alla scimmia non interessava l’oggeto, bensì il fatto che l’altro lo prendesse. E’ questo il neurone specchio: perchè rispecchia quello che tu fai. La scimmia vede “.

Questo non accade solo con gli stimoli visivi, come osservò Rizzolati, ma anche con quelli uditivi.

“La scimmia vede l’uomo che afferra il cibo e c’è una scarica del neurone, esattamente come quando la scimmia quando è la scimmia a prendere il cibo. Grazie ad un esperimento al San Raffaele abbiamo visto che nell’uomo è lo stesso. E poi, a Marsiglia, abbiamo fatto un esperimento sulle emozioni: se vedi un disgusto provi disgusto, lo stesso avviene per il riso”.

Il drammaturgo britannico Peter Brook affermò: “con la scoperta dei neuroni specchio le neuroscienze hanno cominciato a capire quello che il teatro sapeva da sempre”.

La scoperta dei neuroni specchi viene considerata rivoluzionaria in quanto indica una dei meccanismi attraverso cui si comprende l’altro, le sue azioni e le sue emozioni. “Questa dualità ha conseguenze sociali. Se ho il meccanismo di comprensione considero l’altro una persona, altrimenti, solo con il meccanismo cognitivo, senza partecipazione, l’altro può essere anche un oggetto. La comprensione emotiva è la più importante. E’ fondamentale ed è la base della nostra società” .

I neuroni specchio indicherebbero quindi scientificamente la presenza nell’uomo di un meccanismo che ci rende partecipi della vita altrui dimostrando la natura sociale della nostra specie.

Donne e uomini sarebbero quindi predisposti scientificamente per avere un rapporto empatico con gli altri. L’uomo non è fatto per vivere solo, ma per stare insieme agli altri e partecipare alle emozioni altrui. L’empatia è alla base dell’intera vita sociale: rende solide e proficue le relazioni di accudimento, fa in modo che le relazioni affettive attecchiscano e creino coppie, famiglie e amicizie. Una cattiva educazione sociale può però atrofizzare i meccanismi dei neuroni specchio, impedendoci di sentire quello che provano gli altri e quindi di entrare in empatia con l’altro.

Emerge anche qui il ruolo centrale dell’educazione. L’uomo ha, secondo le scoperte di Rizzolati, una predisposizione alla condivisione di sentimenti ed emozioni ma, anche in questo caso, senza lo stimolo educativo tutto ciò rischia di rimanere pura biologia.


Riferimenti bibliografici:

  • “Rizzolati: ecco perché i sentimenti sono contagiosi”, Leonetta Bentivoglio, La repubblica;
  • “I neuroni specchio e il dono dell’empatia”, Nicola Ghezzani, http://www.nicolaghezzani.altavista.org;
  • “Neuroni specchio: ecco perché ci immedesimiamo negli altri”, OK La salute prima di tutto;

Io con autismo: ecco cosa vorrei dirti

“Non sono soltanto un’autistico, ma sono anche un bambino, un adolescente, un adulto. Condivido molte delle cose dei bambini, degli adolescenti e degli adulti che voi chiamate normali” Angel Rivière

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Angel Rivière, professore di psicologia evolutiva presso l’Università Autonoma di Madrid, scomparso nel 2000, ha  lasciato un fortissimo contributo per la  comprensione del comportamento autistico,  grazie alla sua grande capacità di osservazione ed alla sua umanità nel trattare le persone.

Fu per più di vent’anni  consulente dell’Associazione spagnola di Bambini Autistici (APNA) e sviluppò una conoscenza diretta della sindrome attraverso anni di lavoro sul campo.

Rivière scrisse un documento molto interessante sul pensiero autistico, spiegando sinteticamente in venti punti cosa ci chiederebbe un soggetto affetto da autismo.

1. Aiutami a capire, organizza il mio mondo ed aiutami ad anticipare quello che succederà. Dammi ordine, struttura, non il caos.

2. Non ti angosciare per me, perché anch’io mi angoscio, rispetta i miei ritmi. Avrai sempre l’opportunità di relazionarti con me se capisci i miei bisogni e la mia maniera così particolare di capire la realtà. Non ti buttare giù, è normale che io vada sempre avanti.

3. Non mi parlare troppo, né troppo velocemente. Le parole non sono “aria” che non pesa come a te: per me possono essere un carico molto pesante. Molte volte non sono il miglior modo di rapportarsi con me.

4. Come gli altri bambini, gli altri adulti, ho bisogno di condividere il piacere e mi piace fare bene le cose, anche se non sempre ci riesco. Fammi sapere in qualche modo quando le ho fatte bene e aiutami a farle senza errori. Quando faccio troppi errori, mi succede come a te, mi irrito e finisco per rifiutarmi di fare le cose.

5. Ho bisogno di più ordine di te, di capire in anticipo le cose che mi accadranno. Dobbiamo patteggiare i miei rituali per convivere.

6. Per me è difficile capire il senso di molte delle cose che mi chiedono di fare. Aiutami tu a capire. Cerca di chiedermi di fare delle cose che abbiano un senso concreto e decifrabile per me. Non permettere che mi annoi o che rimanga inattivo.

7. Non mi invadere eccessivamente. A volte voi persone “normali” siete troppo imprevedibili, troppo rumorosi, troppo stimolanti. Rispetta le mie distanze, ne ho bisogno, ma non mi lasciare solo.

8. Quello che faccio non è contro di te; se mi arrabbio, mi faccio del male, distruggo qualcosa o mi muovo in eccesso, è perché è difficile capire o fare quello che stai chiedendo. Già faccio fatica a capire le intenzioni degli altri, quindi non attribuirmi delle cattive intenzioni.

9. Il mio sviluppo non è assurdo, anche se è difficile da capire. a una sua logica. Molti dei comportamenti che voi chiamate alterati sono il mio modo di affrontare il mondo con questa mia speciale maniera di essere e di percepire. Fai uno sforzo per capirmi.

11. Non mi chiedere di fare sempre le stesse cose, non esigere sempre la solita routine. Non diventare autistico per aiutarmi, sono io l’autistico !!

12. Non sono soltanto un’autistico, ma sono anche un bambino, un adolescente, un adulto. Condivido molte delle cose dei bambini, degli adolescenti e degli adulti che voi chiamate normali. Mi piace giocare, divertirmi, voglio bene ai miei genitori, sono contento se riesco a fare bene le cose. Ci sono molte più cose che ci possono unire che non dividere.

13. E’ bello vivere con me. Ti posso dare tante soddisfazioni, come le altre persone. Ci può essere il momento in cui io sia la tua migliore compagnia.

14. Non mi aggredire chimicamente. Se ti hanno detto che devo prendere dei farmaci fammi controllare periodicamente da uno specialista.

15. Né i miei genitori né io abbiamo colpa di quello che mi succede. Non ce l’hanno nemmeno i professionisti che mi aiutano. Non serve a niente darsi le colpe l’un con l’altro. A volte le mie reazioni e i miei comportamenti possono essere difficili da capire e da affrontare, ma non è colpa di nessuno. L’idea di colpa produce soltanto sofferenza, ma non aiuta.

16. Non mi chiedere in continuazione di fare cose che io non sono capace di fare., ma chiedimi invece di fare cose che io sono in grado di fare. Aiutami ad essere più autonomo, a capire meglio, a comunicare meglio, ma non mi dare aiuto in eccesso.

17. Non devi cambiare la tua vita completamente perché convivi con una persona autistica. A me non serve che tu ti senta giù, che ti chiuda in te stesso, che ti deprima. Ho bisogno di essere circondato da stabilità e di benessere emozionale per sentirmi meglio.

18. Aiutami con naturalezza, senza che diventi un’ossessione. Per potermi aiutarmi devi avere anche tu dei momenti di riposo, di svago, di cose tue. Avvicinati a me, non te ne andare, ma non ti sentire costretto a reggere un peso insopportabile.

19. Accettami così come sono, non mettere condizioni al tuo accettare che io non sia più autistico, lo sono. Sii ottimista ma senza credere alle favole o ai miracoli. La mia situazione normalmente migliora anche se non si potrà parlare di guarigione.

20. Anche se per me è difficile comunicare e non posso capire le sfumature sociali, ho dei pregi rispetto a voi che vi considerate “normali”. Per me è difficile comunicare, ma non inganno. Non ho doppie intenzioni né sentimenti pericolosi. La mia vita può essere soddisfacente se semplice ed ordinata, tranquilla, se non mi chiedi in continuazione di fare solo cose che sono difficili per me. Essere autistico è un modo di essere, anche se non è quello normale, la mia vita di autistico può essere così bella e felice come la tua che sei “normale”. Le nostre vite si possono incontrare e possiamo condividere molte esperienze.

Abbracciare un bambino è una indispensabile forma d’amore

“I bambini sentono le nostre emozioni più di quanto ascoltino le nostre parole”

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Quando un bambino viene al mondo le prime cose che percepisce sono la pelle ed il suono del cuore della madre che lo accoglie tra le braccia.

Il calore di un abbraccio provoca emozioni positive e permette di sentirsi amati.

Abbracciare un bambino sarà determinante per la maturità psicofisca del piccolo. L’abbraccio permette di costruire le radici che uniscono genitri e figli. L’abbraccio permette di rendere il bambino parte di noi e costruire con lui il mondo famigliare.

Studi mostrano come bambini che non ricevono abbracci o carezze piangano meno, consapevoli del fatto che non verranno ascoltati. Inoltre le ricerche hanno dimostrato come gli abbracci creino connessioni neuronali utili all’annientamento delle paure, dei dubbi e delle incertezze. Lo sviluppo di bambini che non vengono abbracciati è più lento ed essi hanno meno curiosità nei confronti di ciò che li circonda.

Gli abbracci costituiscono il linguaggio del cuore e fanno crescere più forti, permettono al bambino di costruire la personalità. Sono il modo più significativo di creare un vincolo tra figli e genitori che rappresentano per  il piccolo il primo contatto sociale. L’abbraccio trasmette al bambino un messaggio di appartenenza che non lo fa sentire solo ma parte del mondo.

Non c’è nulla di più calmante di un abbraccio. A volte, nonostante abbiano mangiato, siano puliti, i neonati piangono ed il loro gesto non è ingiustificato ma è l’espressione di un bisogno, quello di un abbraccio. I bambini chiedono affetto, hanno bisogno degli abbracci di mamma e papaà per scongiurare quella paura che accomuna tutti noi: la paura di essere abbandonati e lasciati soli.

Un abbraccio non costa nulla ma ha una forza immensa. Non siate parsimoniosi di abbracci. Mai.

A tutte le donne

“Quando si scrive delle donne, bisogna intingere la penna nell’arcobaleno”. Denis Diderot

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Perciò, ecco la mia raccomandazione a tutte le donne:

Abbandonatevi, mangiate le cose più buone, baciate chi amate, abbracciate, innamoratevi. E ancora, rilassatevi, viaggiate, saltate e andate a dormire tardi, alzatevi presto, correte, volate, cantate e fatevi belle. Mettetevi comode, ammirate i paesaggi e lasciatevi spettinare dalla vita.

Il peggio che potrà succedervi è che, sorridendo di fronte allo specchio, dovrete pettinarvi di nuovo.


da “Il Cappellaio Matto”

Emozioni che feriscono

“L’anima e il cuore sono qualcosa da maneggiare con cura”

Adolescenti-tristi2-300x225Ogni uomo ed ogni donna crescendo vivono nel tentativo di sviluppare quelle armi che impediscono agli eventi ed alle emozioni negative di trasformarsi in ferite.

Il bambino non possiede ancora questi strumenti ed è sensibile a ferite che derivano da emozioni dolorose e di sofferenza. Non sempre gli adulti ricordano che, dal punto di vista emotivo, il bambino è fragile e può non essere in grado di sopportare certe situazioni che provocano in lui  sconcerto, ansia e paura del futuro. Emozioni che risultano destabilizzanti per il piccolo.

Solitudine, rifiuto, l’umiliazione, il tradimento e l’ingiustizia sono emozioni che un bambino può non sopportare. Esperienze negative che, se reiterate, possono influire sull’autostima del piccolo riducendola o inibendola e produrre molti altri stati emotivi negativi.

La solitudine e l’abbandono sono emozioni che il piccolo sperimenta quando sente gli adulti di riferimento emotivamente distanti da lui, quando questi non dedicano ad esso tempo a sufficienza, quando, non condividono le esperienze, non vivono momenti di gioco e svago, non sono accoglienti nei confronti delle confidenze, non dimostrano reciprocità affettiva. Non di rado bambini che vivono emozioni di solitudine e sentimenti di abbandono mettono in atto comportamenti atti ad attirare l’attenzione dell’adulto.

Mortificazioni ed umiliazioni, che nascono dalla trasformazione di un difetto, che può essere anche minimo, in un cruccio. Il bambino che avvertirà la mortificazione non riuscirà, se non aiutato, a trovare soluzione al suo errore e continuerà ad evitare il compito con un “non sono capace”.

Il tradimento. Tra le più grandi emozioni dolorose che l’uomo conosce per il bambino è qualcosa che difficilmente è sopportabile e che si trasforma, nel caso di tradimenti profondi, in vere e proprie insicurezze emotive. Come genitori è necessario non fare mai promesse che non si possono mantenere, positive o negative, non violate mai un segreto confessato da un bambino. Il genitore credibile è quello che sa dire anche qualche “No” ma sa dire anche “Si”, nel bene e nel male.

Le emozioni che un bambino non può sopportare corrispondo a quei dolori dai quali il piccolo non riesce a liberarsi.

Compito del genitore è non essere mai superficiale, sia nelle parole che nei gesti, trovare sempre parentesi di tempo da dedicare al piccolo in modo esclusivo, attimi di coccole, abbracci e affetto sconsiderato. Perchè, per ogni ferita, l’amore è la medicina più potente.

L’arte del dialogo e dell’ascolto

“Chiunque dovrebbe assistere in silenzio a una conversazione tra bambini, per scoprire che condividono una invidiabile apertura mentale. Cosi, se chiedeste loro, di cosa stanno parlando troverebbero normale rispondere ‘di elefanti e conigli’ “.

506758515Fino a circa due anni i bambini non si mostrano particolarmente interessati a comunicare tra loro. Nell’asilo nido i bambini preferiscono parlarsi con la mimica e gesti. Solo a partire dai tre anni i piccoli iniziano effettivamente a comunicare reciprocamente.

Spesso si cerca di identificarsi con il bambino e per comunicare con lui si usano termini propri del pinguaggio infantile, si dice ad esempio ‘dammi la manina’ anziche’ ‘dammi la mano’. Alla lunga questo atteggiamento rende piu’ difficile per il bambino impossessarsi delle parole corrette. E’ bene quindi che gli adulti utilizzino un linguaggio preciso. E’ necessario che i grandi utilizzino aggettivi che espimono giudizi ed emozioni: bello, brutto, allegro, triste, armonioso, affascinante… Il bambino sara’ cosi incoraggiato ad arricchire il linguaggio, a impadronirsi dei sinonimi, a inventare paragoni, a scoprire nuove immagini.

Se il bambino, al termine della giornata, non vuole raccontarsi e’ necessario rovesciare la prospettiva: se volete aprire un dialogo e’ necessario parlare di se stessi, dei propri pensieri, di gioie e dispiaceri e della propria giornata.

E’ utile dedicare al dialogo uno spazio durante la giornata, dieci minuti dedicati al piccolo, senza TV, pentole sui fornelli o interruzioni continue. Non e’ necessario trovare argomenti precisi ma di raccontare qualcosa che e’ accaduto e stare ad ascoltare i commenti del bambino che, pian piano, si aprira’ a sua volta.

Ascoltare il piccolo significa, oltre che ascoltare le sue parole, prestare attenzione ai suoi sentimenti e alle sue emozioni.

Per scoprire il mondo con le scarpe dell’altro: il museo dell’empatia di Londra

“L’empatia è una scelta vulnerabile perché per entrare in contatto con te devo entrare in contatto con qualcosa dentro di me”.

11899851_1605254153032642_6317745783088250648_nSchopenhauer l’empatia la racconta così, con una semplice favola.

In una fredda giornata d’inverno un gruppo di porcospini si rifugia in una grotta, si stringono l’un l’altro, per proteggersi dal freddo ma, ben presto, sentono il dolore provocato dalle loro spine che li costringe ad allontanarsi. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li porta di nuovo ad avvicinarsi si pungono di nuovo. Ripetono più volte questi tentativi, avanti e indietro, vicini e lontani, tra due mali, finché non trovano quella moderata distanza reciproca che rappresenta la migliore posizione, quella giusta distanza che consente loro di scaldarsi e nello stesso tempo di non farsi del male reciprocamente.

Il 4 settembre è stato inaugurato a Londra l’Empathy Museum, il primo museo sull’empatia. All’interno di una rassegna dedicata al mondo dell’arte, della cultura e del sociale si è aperta un’istallazione dal nome “A mile in my shoes”, “Un miglio nelle mie scarpe”. Il museo offre ai visitatori la possibilità di prendere in prestito le scarpe di un’altra persona e con queste ai piedi, durante una passeggiata lungo il Tamigi, si ascolterà la storia di chi è solito portarle. Si avrà quindi la possibilità di vedere il mondo con l’occhio dell’altro.

La mostra partirà da Londra e sarà itinerante, toccando le principali citta del mondo. On-line sarà presente una biblioteca digitale nella quale trovare libri e film atti a stimolare questa particolare capacità empatica.


Sito ufficiale: http://empathymuseum.com/