“Un minuto” di Somin Ahn

“Il tempo è un modo per fare ordine ma la vita è più fantasiosa”

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“Un minuto”, di Somin Ahn è un libro che ho trovato per caso, tra gli scaffali disordinati di una piccola libreria del centro.

E’ bastato un minuto per capire che quel libro meritava di essere portato a casa e sfogliato pagina per pagina, minuto dopo minuto.

Un piccolo libro di parole e disegni, di colori e pura poesia ma anche riflessione. Un libro per bambini ma anche per chi dice di essere grande e non si ferma mai a riflettere su un tempo che diviene sempre più la semplice e fredda scansione di eventi, un sistema di organizzazione di corse, pranzi e cene.

Il Tempo passa indifferente e non indugia sui nostri maldestri tentativi di fare bene, di fare meglio.

Ci fermiamo mai sul quel qui ed ora, di cui tanto parliamo e che riteniamo così improtante?

Questo libro ci porta a riflettere su questo, su quante cose possono accadere in un minuto e volare via se non siamo pronti a coglierne l’essenza, quanto un minuto possa passare lento ed essere un semplice niente, come un minuto passato a guardare la pioggia che cade.

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Questo libro ci aiuta a concentrarci sul presente nella sua parte più piccola: il minuto.

Il libro inizia spiegandoci tecnicamente che cos’è un minuto: “un minuto dura sessanta secondi. In un minuto, la lancetta dei secondi, si muove sessanta volte” , ma pagina dopo pagina le immagini e parole ci portano sempre più vicini alle emozioni legate al tempo: “a volte un minuto è corto. A volte un minuto è lungo”. 

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Il libro ci insegna che il tempo è uno scrigno in cui possiamo trovare momenti magici, ma dobbiamo saperli riconoscere e cogliere.

“A volte un minuto è importante”: un altro treno passerà ma su quel treno potresti incontrare la persona che sarà il tuo migliore amico, ascoltare la storia più bella che tu abbia mai sentito, innamorarti o arrabbiarti, come mai prima d’ora. Potresti vivere il viaggio più noioso che tua abbia mai vissuto o un’emozione unica. Un minuto è importante.

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E allora dobbiamo educarci ed educare al tempo, all’accoglienza di attimi che possono essere così importanti e che, senza dubbio, non torneranno, perchè il tempo scorre solo in avanti e tornare non si può. E’ necessario educarci ed educare all’emozione di ogni passo avanti ma anche all’attimo di ogni errore.

Il libro ci dice che dobbiamo ricordarci del tempo quando tutto sta succendendo. Non prima, non dopo.

“Sono io nato per educare?”: sull’ultimo episodio di maltrattamenti a scuola

“Perchè è proprio così: lo strumento del chirurgo è la mano quello dell’educatore è il cuore”

maestra-300x225Questa mattina mi sono svegliata con una di quelle notizie che non vorrei mai leggere.
Una di quelle storie che non vorrei mai condividere, ma sono storie che incontrano ancora troppo silenzio e troppa superficialità per non essere raccontate.
«Le ha detto, “Luana, ti alzi sempre dal tuo posto” e poi l’ha presa per la treccia dei capelli e l’ha accompagnata fino al suo banco».
Luana è un nome di fantasia di una bimba che ha appena iniziato la prima elementare.
«Era davvero contenta di iniziare la scuola – racconta la mamma – ma adesso ha paura a rientrare in aula».
Credo fortemente nel fatto che esista una predisposizione all’educare.
Ogni educatore deve possedere una preparazione innata imprescindibile che andrà completandosi con la preparazione culturale e che renda idonei e preparati al difficile compito educativo.
Ogni educatore dovrebbe chiedere a stesso: “sono io nato per educare?”
Conosco e credo fortemente nell’esistenza di colleghi educatori che mettono ogni giorno nel loro lavoro la vocazione, l’impegno, l’entusiasmo e, cosa fondamentale, l’equilibrio interiore.
Io stessa svolgo un lavoro a stretto contatto con utenti che non di rado mettono alla prova un equilibrio interiore che deve essere continuamente sostenuto, rinnovato e mai perso.
E’ proprio questa mia esperienza diretta che mi porta a non comprendere e non tollerare fatti come quelli accaduti ed emersi in queste ore, purtroppo solo gli ultimi in ordine di tempo.
Condivido il fatto che le condizioni di lavoro degli educatori in genere a livello burocrtico non siano facili ma anche questo non può giustificare tali comportamenti. Come nemmeno gli sati d’animo personali che devono necessariamente essere tenuti fuori dal contesto educativo e non possono essere giustificazione di comportamenti inadeguati come quelli riportati.
Tutti coloro che sono ostacolati nell’affrontare tali stati ed agiscono con azioni inadeguate al contesto educativo non possono, a mio avviso, svolgere tale ruolo. Anche un singolo episodio non può essere ignorato o giustificato in quento già segno di una fragilità nel controllo del proprio equilibrio professionale, fragilità che si ripercuote inevitabilmente sugli utenti.
Tutto ciò non vuole negare la mia forte credenza nei confronti della formazione e dell’importanza che un lavoro pedagogico a tale livello può assumere.
La formazione permanente può risultare un’ottimo strumento di prevenzione ma, anche in quel caso, è fondamentale che il singolo sia sempre ben predisposto e messo nelle condizioni di condividere i propri stati emotivi, a maggior ragione quelli negativi.
 Pensiamo ad un medico chirurgo, non potrebbe mai svolgere un intervento con un braccio rotto ed ingessato.
Lo stesso vale per l’educatore, esso non potrà mai svolgere il suo intervento se il suo equilibrio interiore non sarà ben saldo e il suo cuore ben predisposto.
Perchè è proprio così: lo strumento del chirurgo è la mano quello dell’educatore è il cuore.

Educare nel bosco: quando l’educazione incontra la natura

“In questo piccolo pezzo di mondo non è vietato sporcarsi, non è vietato salire sugli alberi, non è vietato urlare di gioia o saltare nelle pozzanghere, non è vietato ridere a crepapelle”

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“Un cantiere dove sperimentare il senso di libertà”

Nel bosco i bambini si muovono tra gli alberi, inventano dal nulla, giocano con i materiali naturali, imparano l’uno dall’altro in un ambiente ricco di stimoli, senza tempi e modalità imposti.

Sono gli anni ’50 quando l’educatrice Ella Flautau apre, in Danimarca, la prima scuola dell’infanzia nel bosco.

Nella sua vita quotidiana come madre, Ella, era solita trascorrere molto tempo a giocare con i suoi quattro bambini nel bosco dietro casa. Questa abitudine suscitò l’interesse e la curiosità di altri genitori.

Da qui nacque spontaneamente la prima esperienza di educazione nel bosco. Ella, in collaborazione con altri genitori, fondò quella che prese il nome di Skovbørnehave, Scuola Materna nel Bosco.

Fu questa un’esperienza pionieristica che portò alla nascita di una innovativa corrente pedagogica.

Da qui nel corso degli anni si svilupparono diverse esperienze di asili nel bosco, in Germania, in Svizzera e in anni recenti anche in Italia.

La natura produce sempre sensazioni positive nei bambini, sensazioni dipinte nei sorrisi dei loro volti quando possono sporcarsi le mani nella terra, saltare in una pozzanghera o osservare da vicino qualche abitante del bosco.

Dalle esperienze degli asili nel bosco possono essere tratti spunti per l’elaborazione di progetti educativi da svolgere con classi di tutte le età, progetti che permettano di sperimentare l’emozione unica data dal vivere a stretto contatto con la natura, sperimentarla per poterla conoscerla al meglio e saperla rispettare.

E’ necessaria una riflessione pedagogica che ripensi le pratiche nei servizi educativi e scolastici.

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“Il diritto all’ozio, il diritto a sporcarsi, il diritto agli odori, il diritto al dialogo, il diritto all’uso delle mani, il diritto ad un buon inizio, il diritto alla strada, il diritto al selvaggio, il diritto al silenzio, il diritto alle sfumature”

Oggigiorno poter osservare la natura con i suoi mutamenti e le sue meraviglie è cosa rara. L’educazione è spesso chiusa tra le quattro mura della scuola e della casa. Le stagioni che mutano passano spesso inosservate dalle finestre che affacciano su grandi città, colme di palazzi e giocare in luoghi aperti e sicuri è un qualcosa che si è completamente dimenticato.

E’ necessario quindi pensare ad un’educazione che si avvicini maggiormente alla natura e che permetta ai piccoli di scoprire le proprie origini. Un’educazione nella quale gli stimoli siano forniti direttamente dal luogo, non pensato e progettato nei dettagli dall’educatore ma che sia esso stesso un educatore. Luoghi che possano stimolare la fantasia, la creatività e l’iniziativa. Luoghi nei quali i piccoli possano creare mondi nuovi ed immaginari, inventare giochi e costruire giocattoli con gli oggetti che la natura mette loro a disposizione.

Il bambino che avrà l’opportunità di entrare in contatto la natura imparerà a conoscere i propri limiti e pertanto sperimenterà soluzioni sempre nuove per poterli superare in modo efficace.

La possibilità di giocare liberamente nella natura permette di sviluppare una perfetta armonia tra corpo e mente.

I bambini a contatto con la natura hanno la posibilità di essere pienamente bambini, liberi dai vincoli e dalle regole della città.

Sono i bambini che saltano in una pozzangghera, che si arrampicano su un albero, che raccolgono rami e costruiscono capanne il sogno di quella parte della pedagogia che faccia della scuola non l’industria dell’obbligo, ma un cantiere dove sperimentare il senso di libertà.

Il parco cinque sensi: un’esperienza a piedi scalzi

“Non è folle chi cammina a piedi nudi. É folle chi non lo fa”

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Il mondo in cui viviamo, questo nostro mondo digitale, fatto di sterile plastica è lontano da quell’educazione alla sensorialità così importante per lo sviluppo del bambino. I sensi, che sono alla base della percezione umana del mondo circostante, vengono oggi dati per scontato.

Nascosto tra i monti Cimini, in provincia di Viterbo, c’è un luogo dove i sensi sono i principi indiscussi, il Parco Cinque Sensi. Un percorso per vivere un’esperienza, dal naso alle orecchie, dalle mani ai piedi.

Un parco divertimenti da percorrere tutto a piedi scalzi che ci invita a riscoprire ed a scoprire i nostri sensi. Il parco si estende lungo un sentiero intervallato da vasche umide o asciutte, dure o morbide, fredde o calde e infinite sorprese. Si cammina lungo il sentiero sensoriale ricco di sorprese da annusare, toccare e calpestare. Ci si può avventurare sospesi tra gli alberi o trascorrere il tempo nei numerosi mini laboratori didattici.

Il percorso sensoriale,  è accessibile a tutti, grandi, piccini e persone con disabilità, costeggia un grande vigneto biologico e si snoda tra ulivi, ciliegi conifere e piante antiche, sorprendendo il visitatore a piedi nudi con vasche asciutte e bagnate, nelle quali si passa dal fango cretoso alla torba, dai tappi di sughero alle cortecce d’albero.

Camminare scalzi è un gesto semplice e antico, che rimanda alle sensazioni dell’infanzia e al piacere del contatto con la natura. “I nostri piedi posseggono una capacità quasi magica di captare e trasmettere vibrazioni e sensazioni assolutamente speciali, più di ogni altro organo di senso. Camminare scalzi fa stare bene davvero dalla testa ai piedi! Basta abbandonare alcuni sciocchi luoghi comuni, togliersi le scarpe e lasciarsi andare. Piano piano i vostri piedi si abitueranno a ogni tipo di contatto terreno, dal più soffice al più ruvido, e riacquisteranno sensibilità e salute.  Una sola giornata trascorsa a piedi nudi vi darà la sensazione del rinnovamento, sia dal punto di vista fisico, che emozionale: vi sentirete con l’anima più vicini che mai all’essenza della natura”.

“Bruchi e farfalle”

“Bisogna allenare l’occhio a non vedere il bruco ma la farfalla che verrà”.

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“Le farfalle non si allevano.

Se si vuole vederle volare in giardino bisogna piantare fiori, creare cioè le condizioni favorevoli.

Non si può integrare una persona disabile in modo diretto, magari con un atto amministrativo: bisogna crerare le condizioni affichè il disabile, i suoi compagni, il controllere del bus, la commessa del negozio si sentano parte di una stessa solidarietà.

Piantate fiori, aspettate le farfalle e poi godete dei loro movimenti e della loro libertà.

Sulle nostre scrivanie compaiono bruchi, mai farfalle.

Bisogna allenare l’occhio a non vedere il bruco ma la farfalla che verrà.

Ogni tanto la diagnosi, l’osservazione, la misurazione limita al bruco e impedisce di vedere la farfalla. Il bambino capisce se lo vedi come bruco o come farfalla e si comporta di conseguenza. 

Formare un educatore vuol dire allenarlo a veder farfalle”.

di Mauro Martinoni

I nonni lasciano le loro tracce nell’anima dei nipoti

“Capelli bianchi, occhi che brillano al sole, il calore di mani segnate dal tempo che donano amore”

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I nonni sono persone uniche, intime ed indimenticabili. Simbolo di un’unione generazionale, donano sguardi di complicità, concedono quei momenti di gioco permissivo e comprensivo, in nome di quell’amore smisurato.

Un nonno è colui che sa piantare radici nel cuore dei nipoti. Un nonno è colui che lascia impronte emotive incancellabili, impronte lasciate da quei segreti condividi, dai piccoli dettagli, dall’amore incondizionato.

I nonni hanno un dottorato in amore.

Sono educatori d’eccezione per ogni piccolo uomo che si appresta a crescere. Le loro storie fatte di tradizioni e passato affascinano i bambini che vengono così portati un mondi sconosciuti. Racconti di un passato vissuto, come storie nelle quali sono gli stessi nonni i protagonisti, storie colme di bellezza ed insegnamenti.

Essere nonni e fare i nonni non è un beneficio solo per i piccoli ma anche per i nonni stessi. Un riscatto spesso di quel tempo che gli impegni hanno tolto ai figli e che ora possono dedicare ai loro nipotini, una riscoperta del mondo attraverso la meraviglia, l’innocenza e l’amore incondizionato.

I giorni in compagnia di un nonno sono un privilegio per ogni nipote, piccolo o grande.

Luogo comune è che i nonni viziano i piccoli ma quando un nonno non c’è i nipoti sentono la mancanza non dei cioccolatini ma di quello che essi rappresentano.

Le cure dei nonni riflettono un amore che forma i bambini, che li protegge in modo unico, non sempre comprensibile e descrivibile.

I nonni sono coloro che lasciano segni incancellabili nelle anime dei loro nipoti.

Un “ti voglio bene” non è mai di troppo

12039576_1620562181543502_8587745075339620250_nQuando siamo stati bambini, quasi tutti abbiamo svolto un tema intitolato “Il giorno più felice della mia vita”. Nei collegi religiosi il successo era assicurato se raccontavi la tua prima comunione. Altri preferivano ricordare il regalo più grande e più costoso che avavano ricevuto per Natale, il viaggio in un paese lontano, la visita al parco dei divertimenti.

Col passare degli anni cambia la nostra prospettiva: gli oggetti si defirmano, e le persone raggiungono allora una statura insospettata. Il sorriso di nostra madre, l’abbraccio di nostro padre, la mano di un amico, una parola di conforto, gratitudine o perdono… Fai uno sforzo di memoria, amico lettore. Quali sono stati i giorni più più felici della tua infanzia?

Dovevo avere 6 o 7 anni quando, correndo al buio per la casa, andai a sbattere contro una porta di vetro che normalmente era sempre aperta. Rimase frantumata ai miei piedi. Mi presi uno spavento da morire, e mi feci un piccolo taglio sulla fronte. Ma non sentivo alcun dolore; la paura del castigo mi paralizzava. Mio padre arrivò correndo, mi tirò fuori dai vetri rotti, mi curò la ferita, mi guardò dall’alto in basso. Ma non mi rimproverò. All’inizio tremavo, aspettando da un momento all’altro delle grida tremende. Poi pensai che si era dimenticato di rimproverarmi, e feci finta di niente. Ma alla fine lo stupore e la curiosità ebbero la meglio e, ancora piangendo, gli chiesi: “non sei arrabbiato perchè ho rotto la porta?”, “no” rispose, “la porta non è importante”, l’unica cosa importante è che tu non ti sia fatto male”.

Adesso comprendo come tutti noi genitori diamo più valore ai notri figli che a qualsiasi altra cosa al mondo. Ma glielo diciamo raramente. Sono molto grato a mio padre per avermelo detto.


Dal libro “Besame Mucho. Come crescere i tuoi figli con amore” di Carlos Gonzàlez Immagine Roberta Terracchio Illustratrice

“9 mesi per fare un bambino, 9 mesi per fare un papà”: per un’educazione alla paternità

“Ogni uomo può essere padre ma bisogna essere un po’ speciali per essere dei papà” (A te )

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Molte madri iniziano a sentirsi tali nel momento in cui scoprono che dentro di loro sta crescendo una vita, per i padri è molto diverso: essi sentono la paternità solo nell’istante in cui possono stringere il loro bambino tra le braccia. Tutto questo avviene solo a livello conscio perchè, come diceva Hannah Arendt, ogni bambino è amato in anticipo.

Nel corso della storia della pedagogia ai padri è sempre stato dedicato poco spazio, ancora oggi, nonostante gli sforzi, maggiori sono i riferiementi alle madri quando si parla di piccoli e poca è l’attenzione a livello educativo data al padre. E’ questa una carenza rilevante che necessita di attenzione: è necessaria un’educazione alla paternità.

I padri, a differenza delle madri, non hanno avuto la possibilità di sviluppare ed esercitare competenze di cura ed educazione nei confronti dei piccoli. La donna, sin da bambina, ha assunto come modello di riferimento quello della madre e da lei ha appreso il suo futuro essere madre a sua volta, inoltre i semplici giochi con le bambole sviluppano nella femmina questa, a volte inconsapevole, capacità di cura verso i piccoli; tutto questo non vale per la figura maschile e per l’essere padre.

E’ necessario dire ai padri quello che nessuno dice loro perchè l’impreparazione può condurre all’insorgere di situazioni difficili da risolvere.

Ciò che i padri, ma forse anche i futuri genitori insieme, non sanno è che il momento fondamentale per la costruzione della triade famigliare sono i primi quaranta giorni. I quaranta giorni del puerperio sono quelli che la natura ha dato alla donna per riprendere le sue forze e dedicarsi completamente ed esclusivamente al suo bambino. Compito di ogni padre è quello di stare vicino alla sua donna, sostenerla ed ascoltarla, in tutte le piccole difficoltà che la nuova situazione di neo-genitori può mettere dinnanzi.

Molti esperti sostengono che sono i primi sette minuti di vita del bambino a creare la relazione tra il piccolo ed i suoi genitori: è in questi primi sette minuti che si costruisono le basi della relazione futura tra il piccolo e i genitori.

Gli sguardi di questi primi sette minuti non vanno mai abbandonati. Ogni bambino ha bisogno di essere visto sempre, mai messo da parte e i suoi bisogni non devono restare mai inascoltati, primo fra tutti il bisogno d’amore. Se un piccolo piange perchè vuole stare in braccio la medre e il padre hanno il dovere di assecondare questo suo bisogno d’amore, non meno importante del nutrirlo o del cambiarlo.

I bambini nascono felici al 100% e i loro pianti sono sempre l’espressione di un bisogno al quale un genitore è chimato sempre a risponde.

L’educazione alla paternità è quella che deve aiutare ogni padre a trasformare il desiderio in intenzione, l’impulso immediato in costruzione, giorno dopo giorno, dell’essere un papà sempre migliore.

Di futuri papà (e mamme) abbiamo parlato ieri, con loro, con i loro dubbi e le aspettative, della loro gioia futura che sarà la più grande: il diventare genitori.


Per “Gli incontri di Chicco” Incontro A cura della Dott.ssa Katia Biundo  in Collaborazione con Polispecialistica Lariana

Mamma rallenta! Il tempo della cura

“…non resterò piccolo a lungo”

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“Rallenta mamma, ora non serve pulire. Rallennta mamma, fatti una tazza di tea. Rallenta mamma, vieni a trascorrere del tempo con me. Rallenta mamma, mettiti gli stivali per uscire, la giacca di pile per una passeggiata e sorridi, chiacchera. Rallenta mamma, sei sempre molto nervosa, fammi sedere sulle tue ginocchia e stai un po’ con me. Rallenta mamma, è divertente fare una torta. Rallenta mamma, conosco bene il tuo lavoro, ma qualche volta è bello se ti fermi. Siediti con me mamma, ascolta le mie giornate, trascorri dolci momenti con me. Non resterò piccolo a lungo“.

Dedicato a tutte le mamme che pensano di non fare abbastanza.

Ricordate care mamme che la cura è il modo in cui si abita il mondo. In tutto ciò che fate potete esercitare una sorta di cura nei confronti dei vostri piccoli, non dimenticate mai di farlo, non dimenticate mai che cura non significa risposta a bisogni primari ma significa, prima di tutto, tempo. Il filosofo Heidegger diceva che il tempo della cura non è un tempo fisico. Potremmo dire quindi banalmente, ma non troppo, che quello che conta è anche la qualità del tempo. Potremmo dire quindi che si potrebbe meglio parlare di relazione educativa, dove il termine educativo permette di non dimenticare il valore primario della persona.

Aver cura significa infatti creare le condizioni, significa tessere relazioni significative, perchè la cura ha sempre luogo in una relazione nella quale colui di cui mi prendo cura è messo al centro.

Pensiamo sempre la cura richieda tempo, ed è vero, ma se questo, nel caso delle famiglie è poco, occorre creare situazioni e momenti nei quali questo tempo sia valorizzato, momenti nel quali sia la qualità a prevalere sulla quantità.

Quello di cui hanno bisogni i nosri bambini è un tempo per loro in quanto persone, in quanto figli, non un tempo per le cose.

I genitori possono giungere a questo attraverso un percorso condiviso, attravero un confronto con i dubbi, le paure e le insicurezze che possono nascere dalle routine e dai troppi impegni.

E’ necessario quindi rallentare, fermarsi e cercare un tempo nelle piccole cose.

 

 

Quando la pedagogia incontra lo sport

“Cari genitori se siete venuti per vedermi giocare ricordatevi che l’allenatore ha il compito di allenare, l’arbitro di arbitrare e io di giocare. Divertitevi anche voi! Il vostro compito è quello di incitare la mia squadra, non pensate ai consigli tecnici, non urlate, mi mettete in confusione. Non insultare l’arbitro e gli avversari, sono ragazzi come me. Ricordate che ho il diritto di sbagliare. Perdere non è una tragedia, state sereni. Godetevi la partita”.

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Il legame tra sport ed educazione è possibile, oltre che necessario, un legame questo che nasce quale risultato di un progetto e di una consapevolezza critica.

Una valutazione equilibrata deve cominciare con il sapersi distanziare dalle facili posizioni negativistiche e riduttiviste nei confronti dello sport: è necessario allontanare l’idea che lo sport sia un’attività priva di contenuti mentali reali, una pura esaltazione fine a se stessa. Il recupero educativo dello sport è possibile solo se si eliminano quei caratteri di egoismo, spettacolarità e professionismo che lo allontanano dal modello ideale del gioco.

Educare nello sport e con lo sport è una strada da percorrere.

Ciascuna forma di sport contiene la sua intrinseca perfezione e può quindi contribuire alla costruzione formativa della personalità individuale e collettiva del soggetto.

E’ indispensabile collocare l’educazione sportiva in un ampio orizzonte, che non escluda dalla rilfessione pedagogica le famiglie di quell’alto numero di giovani che praticano discipine sportive. In questi casi lo sport risulta spesso ideato, diretto, promosso ed organizzato dagli adulti, i quali, a loro volta, non costituiscono certo un insignificante elemento problematico del quadro educativo inerente lo sport. Si tratta infatti di passare in molti casi da una situazione in cui è l’adulto stesso a rappresentare un elemento di difficoltà ad una nella quale egli si pone come una vera e propria risorsa.

Il messaggio che deve essere diffuso consiste nel far presente che l’organizzazione pedagogica dello sport deve affrontare anche una prospettiva di formazione nei confronti degli adulti in quanto è evidente il fatto che è l’adulto sigificativo, sia esso genitore, allenatore o dirigente, ad orientare e controllare la struttura motivazionale con cui i giovani si approcciano all’attività sportiva.

Non di rado le aspettative degli adulti possono provocare importanti deformazioni, come un’esasperata ambizione di successo, il desiderio di rivalersi delle proprie frustrazioni, il sovvertimento della scala morale dei valori, l’alterazione dell’approccio naturalemente ludico all’attività e la ricerca mascherata di protagonismo.

E’ per questo che è necessario badare al ruolo dell’adulto nella costruzione dell’evento sportivo perchè nello sport dei giovani non si riportino quelle modalità negative presenti nello sport professionistico di alta performance.

Ne viene, allora, la necessità di prevedere azioni formative ben finalizzate: educare ad una cultura critica dello sport, educare informalmente a riflettere sulle potenzialità dell’educazione informale uscendo dagli approcci pedanteschi e sostanzialmente moralistici e preparare a sapere, a vedere ed a ragionare di sport, considerando tutto ciò non una perdita di tempo.

Sarebbe opportuno pensare ad ore di sport per i bambini accompagante da ore formative per i loro genitori: ore nelle quali la pedagogia possa incontrare lo sport smontando così le sbagliate credenze degli adulti che spesso si annidano nelle loro aspettative. Un lavoro quello del pedagogista che ha il compito di far riflettere i genitori portandoli a riflessioni che, forse, se non accompagnati, non sarebbero emerse. Da non dimenticare è anche la necessità di non marginalizzare il ruolo di mediatore che il genitore deve rivestire, mediatore di emozioni, bisogni, ambienti e relazioni.