Un viaggio nel mondo di Bruno Munari (prima parte)

“Conservare lo spirito dell’infanzia dentro di sè per tutta la vita vuol dire conservare la curiosità di conoscere, il piacere di capire, la voglia di comunicare” Bruno Munari

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Queste parole esprimono alla perfezione la filosofia di vita e gli obiettivi più importanti che Bruno Munari si prefiggeva nei suoi laboratori: aiutare i bambini a non perdere il senso della curiosità.

Il sogno di Munari era quello di promuovere una società fatta di uomini creativi e non ripetitivi e per questo sosteneva la necessità di lavorare con i bambini come futuri uomini. Il pensiero di Munari è perfettamente in linea con quello di Maria Montessori la quale affermava che i bambini sono il futuro dell’umanità.

Cresciuto in una piccola cittadina del Veneto, vicino al fiume Adige, Munari fu un bambino immerso nella natura con tutti i sensi, contemplatore attento di tutte le suggestioni che essa offriva e che lui trasformerà in creazioni artistiche per far vedere in un altro modo il mondo in cui viviamo.

“Fin da bambino sono stato uno sperimentatore … curioso di vedere cosa si poteva fare con una cosa, oltre a quello che si fa normalmente. Durante l’infanzia siamo in quello stato che gli orientali definiscono Zen:  la conoscenza della realtà che ci circonda avviene istintivamente mediante quelle attività che gli adulti chiamano gioco. Tutti i ricettori sensoriali sono aperti per ricevere dati: guardare, toccare, sentire i sapori, il caldo, il freddo, il peso e la leggerezza, il morbido e il duro, il ruvido e il liscio, i colori, le forme, le distanze, la luce, il buio, il suono e il silenzio… tutto è nuovo, tutto è da imparare e il gioco favorisce la memorizzazione.
Poi si diventa adulti, si entra nella società, uno alla volta si chiudono i ricettori sensoriali. Non impariamo quasi più niente, usiamo solo la ragione e la parola e ci domandiamo: quanto costa? A cosa serve? Quanto mi rende?»

Munari si chiede come sarà l’ uomo del futuro. Forse senza naso e senza orecchi, perché non bada più al rumore e agli odori.

Per molto tempo la vista è stata ritenuta la sola fonte di conoscenza. Quella di Munari è invece un’arte per tutti i sensi.

Il linguaggio tattile è la prima forma di comunicazione del bambino, è un linguaggio d’amore che comporta un contatto con altri corpi e materie. Ecco che nacque la tavola tattile. La prima fu creata dall’artista nel 1931, ne seguirono altre nel ’43 e nel ’93. Le tavole tattili furono realizzate su tavole di legno ricoperte di materiali differenti: carte vetrate di varia finezza, sughero, corde, metallo, pelle e pelliccia; così da offrire diverse sensazioni visive e tattili. Sulla tavola creata nel 1943 furono indicati anche i “tempi di lettura” (lento, forte, veloce …), come fosse uno spartito musicale.

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Tavola tattile – 1943

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La scimmietta Zizi

Negli anni ’50 la Pirelli chiede a Munari cosa si può fare con la gomma piuma: nasce il “Gatto Meo” e la scimmietta “Zizi”. Giocattoli in gommapiumata con un sottile filo di rame all’interno che permetteva al bambino di muovere il personaggio a piacere.

Secondo Munari libri e giochi devono essere trasformabili e manipolabili, spesso non finiti, da completare in piena libertà. Giochi per un’esperienza sensoriale globale che sviluppa immaginazione e sensorialità.

Nel 1976 Munari progetta il “Messaggio per una bambina non vedente”, un’opera da percepire con il tatto, indispensabile per un non vedente, ma altrettanto indispensabile per i vedenti. Il Messaggio è una composizione lineare alta 2 metri, formata da una corda di plastica liscia, un nodo di canapa, una catenella di palline cromata, plastica morbida in strisce, un anello in ferro a cui sono attaccati altri materiali quali canapa sfilacciata, un altro nodo, un filo di lana, un pezzetto di pelliccia e una fettuccia con bottone e asole.

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“Messaggio per una bambina non vedente”

Fino qui abbiamo esplorato la nascita dell’interesse di Munari nei confronti della polisensorialità del bambino e della comunicazione non verbale passando per la creazione dei suoi primi materiali. Nel prossimo articolo parleremo di un Munari in azione con i bambini, in particolare all’interno dei suoi laboratori e nella promozione di un’educazione polisensoriale.

Continua …


 

Riferimenti bibliografici: “Bruno Munari, la polisensorialità e i bambini” di Beba Restelli

Perché cucinare con i bambini

“Impara a cucinare, prova nuove ricette, impara dai tuoi errori, non avere paura, ma soprattutto divertiti” Julia Child

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I bambini per apprendere e costruire le proprie competenze devono poter fare e provare piacere nel fare, ripetere le esperienze e sperimentare la loro creatività il più possibile.

Il cibo e la cucina possono diventare occasioni speciali per mettere in gioco azioni educative in grado di stimolare lo sviluppo psico-fisico del bambino, la sua autonomia, la sua crescita e il suo bagaglio culturale.

Saper usare le mani vuol dire creare fisicamente qualcosa, vuol dire sviluppare quel saper fare tra gli obiettivi principali di ogni progetto educativo.

La cucina permette inoltre lo sviluppo della manualità fine; questa si sviluppa lentamente e perchè ciò avvenga è necessario che essa sia stimolata e incentivata.

Attraverso la realizzazione di preparazioni mirate si veicola anche il principio della stagionalità degli alimenti.

Tra gli obiettivi principali del cucinare con i piccoli vi è lo sviluppo motorio, la socializzazione e lo sviluppo cognitivo, oltre allo stimolo della fantasia, del riciclare e riutilizzare alcuni materiali, trovare la giusta concentrazione e attenzione. Vi è poi l’aspetto della socializzazione e della cooperazione che si sviluppa attraverso la realizzazione di un progetto comune.

La cucina insegna anche a creare le buone abitudini igieniche quando si è a contatto con il cibo: lavare le mani prima e dopo aver toccato i cibi e mantenere pulito l’ambiente di lavoro.

E ancora la cucina permette ai bambini di conoscere cibi sempre nuovi, assaggiarli, toccarli, annusarli; si lavora così anche sullo sviluppo dei sensi.

Una delle prime cose che la cucina insegna è che per ottenere un risultato è necessario rispettare delle regole, regole che in genere ai bambini non appaiono così rigide in quanto coinvolti e curiosi del risultato finale.

Il concetto di attesa è legato è al concetto di tempo. Cucinando si fa esperienza del tempo e dei tempi dell’impasto, della lievitazione, della cottura.

In cucina si impara che non si può portare a casa un prodotto sempre perfetto ma può essere sempre consumato, perchè cucinare non è un gioco ma un’abilità che ognuno di noi può acquisire a modo suo e secondo le proprie inclinazioni, sia manuali che di gusto.

“Facciamo che io sono….”, ovvero il gioco di ruolo

“non importa quanta dignita’ tu abbia. se un bambino ti passa una tazzina vuota tu devi bere”.

“Benchè ci fossero nella scuola a disposizione dei bambini dei giocattoli veramente splendidi nessun bimbo se ne curava. I bambini si interessavano un momento, ma poi si allontanavano. Allora capii che il giuco era forse qualche cosa di inferiore per la vita del bambino e che egli vi ricorreva in mancanza di meglio, ma v’era qualcora di più elevato che nell’animo del bambino prevaleva senza dubbio su tutte le cose futili. Perchè ogni minuto che trascorre è prezioso per lui, rappresentando un passaggio da un grado inferiore ad uno superiore”. (da “Il segreto dell’Infanzia” M. Montessori)

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Ad un tratto vedremo il nostro bambino dietro di  noi come un ombra. Un bimbo impara per imitazione ed il gioco di ruolo è uno dei giochi preferiti dei bambini a partire dai 3 anni circa.

Il gioco di ruolo si presenta in forme svariate che evolvono in corrispondenza dei cambiamenti del bambino. Tra i giochi di ruolo preferiti di ogni bambino quello di imitare la propria mamma o papà, ma anche l’immedesimazione in ruoli professionali come la maestra, il pompiere, il poliziotto, tutte figure che si contraddistinguono per marcate carattersitiche, che il bambino conosce e riconosce.

Il gioco di ruolo propietta dritto dritto nel mondo ma non manca, nei giochi dei piccoli, anche l’immedesimazione in una delle storie conosciute in una favola o in un film o in personaggi del tutto immaginari.

Mettersi nei panni di mamma e papà è però uno dei giochi di ruolo più classici. Spesso i genitori danno troppa poca importanza a questo gioco; ciò è un errore. Il gioco di ruolo permette di esprimere quel che si è e quel che si vorrebbe essere. Per il piccolo imitare i grandi è una necessità che, se assecondata in modi e tempi adeguati, gli permette di sperimentare e sperimentarsi, prendere coscienza di sè e costruire così la sua personalità. Impedire questa necessaria sperimentazione svilupperà sensazioni di inadeguatezza che, potrebbero, ripercuotersi sull’intero arco della sua vita, sviluppando, in età adulta, una poca voglia di mettersi in gioco.

Il gioco di ruolo è un ottimo strumento per l’apprendimento di alcune abilità ma anche di alcune regole, come ad esempio l’ordine. Se vogliamo che impari l’ordine ciò non avverà mai se diciamo al piccolo: “metti in ordine i tuoi giocattoli mentre io pulisco casa”. Perchè il piccolo impari l’irdine è necessario ritagliarsi del tempo, andare con lui nella sua stanza ed inventare un gioco, come può essere quello del pirata che deve ripulire il suo vascello.

Non abbiate troppe aspettative in tal senso o troppe pretese. I bambini imparano attraverso ciò che fanno e se sbagliano, ridiamoci sopra. Noi adulti dobbiamo essere consapevoli del fatto che la crescita è sperimentazione e la sperimentazione passa inevitabilmente dall’errore.

Arriverà il momento in cui lui vorrà anche apparecchiare la tavola con noi. E allora, se la brocca dell’acqua di vetro o il coltello sono troppo pericolosi, facciamogli mettere a tavola i tovaglioli o i cucchiai o mettiamo l’acqua in una bottiglia di plastica, e se un po’ di acqua di rovescerà inevitabilmente sul pavimento, non solleviamo il piccolo dal suo compito, si sentirà punito; apprezziamo lo sforzo e incoraggiamolo a chiedere aiuto quando penda di non farcela, facendogli comprendere che noi siamo li per lui. Gli insegneremo così anche a riconoscere i suoi limiti. Questo gli servirà per il suo futuro.

Una volta che il bambino si sentirà sicuro nello svolgimento di un compito cercherà, inevitabilmente, compiti nuovi da svolgere, nuove occasioni per mettersi in gioco. Ad un certo punto quindi non ne vorrà più sapere di apparecchiare la tavola: è il momento di intraprendere una nuova avventura.

Ecco allora cosa i genitori e gli educatori tutti devono fare perchè il momento del gioco di ruolo sia una vera e propria occasione di crescita per il piccolo.

L’adulto deve cercare di entrare (in punta di piedi) nel mondo del bambino, chiedendogli cosa lui voglia fare: si sentirà ascoltato.

Il gioco deve essere pianificato dal bambino. Il compito dell’adulto è quello di aiutarlo ad esprimersi e a far emergere anche le emozioni più nascoste.

“La mamma fa così…”. Il piccolo lo sa benissimo ed è proprio per questo che spesso agisce in un modo diverso. E’ così che il piccolo ci comunica che lui è una persona e gli altri sono altre persone. La sua personalità sta crescendo.

Se c’è un fratellino o un altro bambino l’adulto deve evitare i paragoni, prendendone uno ad esempio. Ogni bambino è unico con i suoi talenti e le sue debolezze.

Se un bimbo è stato bravo gratifichiamolo. Se sbaglia evitiamo i rimproveri. Forse gli manca solo qualche informazione. Il bambino sa quando sbaglia e ciò di cui ha bisogno è di sentirsi dire che è amato alla follia.