“Un minuto” di Somin Ahn

“Il tempo è un modo per fare ordine ma la vita è più fantasiosa”

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“Un minuto”, di Somin Ahn è un libro che ho trovato per caso, tra gli scaffali disordinati di una piccola libreria del centro.

E’ bastato un minuto per capire che quel libro meritava di essere portato a casa e sfogliato pagina per pagina, minuto dopo minuto.

Un piccolo libro di parole e disegni, di colori e pura poesia ma anche riflessione. Un libro per bambini ma anche per chi dice di essere grande e non si ferma mai a riflettere su un tempo che diviene sempre più la semplice e fredda scansione di eventi, un sistema di organizzazione di corse, pranzi e cene.

Il Tempo passa indifferente e non indugia sui nostri maldestri tentativi di fare bene, di fare meglio.

Ci fermiamo mai sul quel qui ed ora, di cui tanto parliamo e che riteniamo così improtante?

Questo libro ci porta a riflettere su questo, su quante cose possono accadere in un minuto e volare via se non siamo pronti a coglierne l’essenza, quanto un minuto possa passare lento ed essere un semplice niente, come un minuto passato a guardare la pioggia che cade.

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Questo libro ci aiuta a concentrarci sul presente nella sua parte più piccola: il minuto.

Il libro inizia spiegandoci tecnicamente che cos’è un minuto: “un minuto dura sessanta secondi. In un minuto, la lancetta dei secondi, si muove sessanta volte” , ma pagina dopo pagina le immagini e parole ci portano sempre più vicini alle emozioni legate al tempo: “a volte un minuto è corto. A volte un minuto è lungo”. 

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Il libro ci insegna che il tempo è uno scrigno in cui possiamo trovare momenti magici, ma dobbiamo saperli riconoscere e cogliere.

“A volte un minuto è importante”: un altro treno passerà ma su quel treno potresti incontrare la persona che sarà il tuo migliore amico, ascoltare la storia più bella che tu abbia mai sentito, innamorarti o arrabbiarti, come mai prima d’ora. Potresti vivere il viaggio più noioso che tua abbia mai vissuto o un’emozione unica. Un minuto è importante.

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E allora dobbiamo educarci ed educare al tempo, all’accoglienza di attimi che possono essere così importanti e che, senza dubbio, non torneranno, perchè il tempo scorre solo in avanti e tornare non si può. E’ necessario educarci ed educare all’emozione di ogni passo avanti ma anche all’attimo di ogni errore.

Il libro ci dice che dobbiamo ricordarci del tempo quando tutto sta succendendo. Non prima, non dopo.

Un “ti voglio bene” non è mai di troppo

12039576_1620562181543502_8587745075339620250_nQuando siamo stati bambini, quasi tutti abbiamo svolto un tema intitolato “Il giorno più felice della mia vita”. Nei collegi religiosi il successo era assicurato se raccontavi la tua prima comunione. Altri preferivano ricordare il regalo più grande e più costoso che avavano ricevuto per Natale, il viaggio in un paese lontano, la visita al parco dei divertimenti.

Col passare degli anni cambia la nostra prospettiva: gli oggetti si defirmano, e le persone raggiungono allora una statura insospettata. Il sorriso di nostra madre, l’abbraccio di nostro padre, la mano di un amico, una parola di conforto, gratitudine o perdono… Fai uno sforzo di memoria, amico lettore. Quali sono stati i giorni più più felici della tua infanzia?

Dovevo avere 6 o 7 anni quando, correndo al buio per la casa, andai a sbattere contro una porta di vetro che normalmente era sempre aperta. Rimase frantumata ai miei piedi. Mi presi uno spavento da morire, e mi feci un piccolo taglio sulla fronte. Ma non sentivo alcun dolore; la paura del castigo mi paralizzava. Mio padre arrivò correndo, mi tirò fuori dai vetri rotti, mi curò la ferita, mi guardò dall’alto in basso. Ma non mi rimproverò. All’inizio tremavo, aspettando da un momento all’altro delle grida tremende. Poi pensai che si era dimenticato di rimproverarmi, e feci finta di niente. Ma alla fine lo stupore e la curiosità ebbero la meglio e, ancora piangendo, gli chiesi: “non sei arrabbiato perchè ho rotto la porta?”, “no” rispose, “la porta non è importante”, l’unica cosa importante è che tu non ti sia fatto male”.

Adesso comprendo come tutti noi genitori diamo più valore ai notri figli che a qualsiasi altra cosa al mondo. Ma glielo diciamo raramente. Sono molto grato a mio padre per avermelo detto.


Dal libro “Besame Mucho. Come crescere i tuoi figli con amore” di Carlos Gonzàlez Immagine Roberta Terracchio Illustratrice

“Il mio amore fragile. Storia di Francesco”

“Per certi viaggi non si parte mai quando si parte. si parte prima. a volte molto prima”.

“Il mio amore fragile. Storia di Francesco” è un libro speciale. Scritto a più mani, una filosofica, l’altra teatrale ed una materna, quella di Catia Cariboni. Un diario materno il suo, la storia di un amore fragile, quello per Francesco, il bambino di cristallo.

copHo avuto il piacere di incontrare ed ascoltare Catia qualche mese e la sua storia, quella del piccolo Francesco e quella di Gabriele, la voce paterna, è una storia che tocca il cuore. Un testo sul significato del venire al mondo e dell’essere genitori. Non si intende qui esprimere giudizi in merito alle scelte espresse ma semplicemente far conoscere la storia di qualcuno, Francesco, di una madre, Catia, di un padre, Gabriele e di una famiglia. Un’occasione per riflettere.

“La storia del piccolo Francesco può parlare veramente a tutti: a chi è genitore e a chi è figlio, a quanti praticano l’arte medica e a coloro che vogliono trovare un tempo per pensare a quell’evento così semplice e spontaneo, eppure così carico di significati e di valori che è il venire al mondo”.

Catia, durante un’ecografia di routine, scopre che il suo piccolo Francesco è affetto da una patologia rarissima, l’osteogenesi imperfetta, una fragilità ossea che procurava a Francesco numerose fratture delle ossa, anche allo stadio fetale. Le possibilità che i medici danno alla sopravvivenza di Francesco sono scarse e parlano di lui a genitori come un “nano da circo”.

Catia e Gabriele dicono No, e quello è il loro Si a Francesco.

Esami più approfonditi confermano la diagnosi e i medici spiegarono ai futuri genitori che il piccolo Francesco avrebbe avuto anche un grave deficit mentale.

Secondo i medici la vita di Francesco non sarebbe stata degna di essere vissuta, Francesco sarebbe stato “condannato alla vita” ma “un’altra via non sarebbe stata percorribile per noi”.

Francesco nasce il 30 giugno, durante un temporale estivo, il suo primo vestitino, cucito apposta per lui era pronto.

“Francesco voleva nascere. A un tratto ecco finalmente un Francesco: lavato ed avvolto in un lenzuolo. Questi i primi attimi della vita postnatale di Francesco”.

Il compito a cui sono chiamati ora Catia e Gabriele è quello di essere genitori. Lo sconforto di vedere le fratture di Francesco, il pensiero del suo dolore, le difficoltà nel prenderlo in braccio, fargli il bagnetto, coccolarlo; fare con lui e per lui le cose più semplici.

Una storia di amore puro, quello di due genitori per il proprio figlio, l’affronto di una malattia rara, di un superamento di giudizi superficiali. Scelte difficili ed emozioni indimenticabili.

Una storia per riflettere. Una storia da condividere o criticare. Una storia che, nonostante i giudizi ed i pregiudizi, regala un’emozione profonda.


Catia Cariboni, Gaetano Oliva, Adriano Pessina, Il mio amore fragile. Storia di Francesco, XY.IT Editore, 2011

“La prima volta che sono nata”. Il viaggio alla scoperta della vita

“La prima volta che ho aperto gli occhi, li ho subito richiusi. Ho pianto. Poi delle mani mi hanno sollevata al cielo e mi hanno posata tra due montagne di latte. Ho smesso di piangere e ho aperto gli occhi per la seconda volta nella mia vita. Ho visto la luce più dolce del mondo: erano gli occhi di mia madre”. 

la-prima-volta-che-sono-nata-vincent-cuvellier-charles-dutertre-sinnos_h_partbSi nasce, si cresce e crescendo si scopre. Quella della vita è la scoperta più emozionante, una scoperta che passa attraverso tante prime volte.

“La prima volta che sono nata” è un libro che, pagina dopo pagina, permette di ricordare piccoli momenti che hanno fatto parte della vita di ognuno di noi. Raccontato con parole semplici che fanno emozionare o ri-emozionare. Ogni pagina è una prima volta, descritta ed illustrata con tratti semplici ma ben definiti.

“La prima volta che mi hanno fatto una coccola, impossibile sapere chi sia stato. Mamma mi stringeva contro il suo petto, papà stava chinato su di me. Ricordo soltanto che mi piaceva molto e che avrei voluto continuasse a lungo. Ho avuto fortuna, è continuato a lungo”.

Nina è la protagonista della storia e attraverso i suoi occhi si ripercorrono le tappe di vita di ognuno. Un libro per bambini che parla a gran voce agli adulti, a quei grandi che, spesso, non si fermano a ri-pensare e ad emozionarsi.

“La prima volta che sono andata in bicicletta senza rotelle, sono andata anche senza occhi, senza mani, e senza papà”.

Tante parole ed immagini che non si fermano alla fanciullezza di Nina ma che regalano anche l’emozione del suo diventare donna e mamma.

“La prima volta che ti ho vista, eri tu che tenevi gli occhi chiusi ed io ero il mare”. 

Un libro che leggerete tutto d’un fiato perché ad ogni pagina sentirete l’emozione e la voglia di rivivere cose passate o scoprire tutto ciò che ancora la vita può riservarci e regalarci, per la prima volta.


Vincent Cuvellier , Charles Dutertre, La prima volta che sono nata” , Ed. Sinnos

“Mamme e Papà un po’ così un po’ cosà”

“Raccontare una storia è un modo intelligente per far riflettere”.

Un libro che apre una finestra sulla realtà della famiglia, un libro che fa sorridere, magari corrucciare la fronte o grattare la testa o anche commuovere, che lascia spazio anche all’immaginazione, alle soluzioni creative, all’idea che una mamma ed un papà hanno sempre qualcosa da dare ai loro bambini. Una raccolta di storie che ci danno la possibilità di pensare in modo nuovo e diverso alle mamme e ai papà, un po’ così e un po’ cosà, come a volte siamo noi adulti.

“Sei storie, sei fotografie scattate a sorpresa. Mentre la mamma di Giorgio misura i giorni e il papà di Nicoletta fa l’altalena con il sonno. Istantanee di genitori in controluce, che svestono il mantello di supereroi per indossare a volte tenerezza, spesso fragilità, talvolta il buio. Storie di bambini per pensare all’unicità di ogni mamma e ogni papà”.

“La signora Ofelia e Giorgio oggi, dopo la scuola, vanno al parco. Oggi è un giorno pari e non ci sono dubbi all’orizzonte”.

Le storie di questo libro ci fanno riflettere sulle difficoltà dei genitori, di alcuni in particolare, sul loro modo particolare di vivere la genitorialità che deve essere qualche volta capito, accettato e amato anche dai figli. Modi di essere genitori o di non esserlo, che è facile criticare, stigmatizzare, valutare negativamente, prima di averli realmente compresi.

“Leggere queste storie di mamme e papà un po’ speciali, un po’ normali, un po’ al limite, significa cercare di capire, ma con leggerezza e con uno sguardo tenero, non giudicante, comportamenti che feriscono, pur senza intenzione, atteggiamenti che confondono, mentre vorrebbero trasmettere amore e presenza”.

Un libro per i grandi: per mamme, papà, maestre o chiunque voglia uscire dal mondo nel quale siamo immersi e fermarsi un istante per capire che un bambino ha bisogno essere visto, protetto, ascoltato, capito, accettato, abbracciato e sostenuto. Un libro per chiunque voglia capire qualcosa in più anche di se stesso perché ognuno di noi potrebbe riconoscersi in uno dei protagonisti di queste brevi storie.

“Se sei una persona che ama i bambini potresti iniziare ad amare un po’ di più anche i loro genitori e le loro speciali caratteristiche. Imparare a vedere il lato originale o, almeno non esagerare nel sottolineare le mancanze. Non è per niente facile, bisogna sapersi perdonare l’imperfezione”.


Andrea Prandin, Laura Papetti, “Mamme e papà un po’ così un po’ cosà”, Ed. Coccole e Coccole, 2006

Per una pedagogia della fantasia

“La fantasia è un posto dove ci piove dentro” Italo Calvino

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“Penso ad una possibile pedagogia dell’immaginazione che abitui a controllare la propria visione interiore senza soffocarla e senza d’altra parte lasciarla cadere in un confuso, labile fantasticare, ma permettendo che le immagini si cristallizzino in una forma ben definita, memorabile, autosufficiente. Si tratta di una pedagogia che si può esercitare su se stessi, con metodi inventati volta per volta e risultati imprevedibili” (1).

Una pedagogia dell’immaginazione, della fantasia, dinnanazi a quell’oggi che

bombarda di immagini che non ci permettono di dinsinguere l’esperinza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televizione. La memoria è ricoperata da strati di frantumi d’immagini come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo” (2).

Così Calvino parla nelle sue Lezioni Americane, ci dice che “la fantasia è un posto dove ci piove dentro” ma oggi l’immaginazione è anche un luogo minacciato dalla molteplicità di immagini preconfezionate che riparano la fantasia da quella pioggia che è il suo motore. Sarà allora possibile fantasticare “nel Duemila, in una crescente inflazione d’immagini prefabbricate?” (3).

Fantasticare è qualcosa di imprescindibile per il bambino che, proprio attraverso la fantasia, esplora le possibilità della realtà. Ogni bambino deve poter possedere una valigia fantastica colma di strumenti che gli permetteranno di comprendere il mondo ed esplorarlo. La fantasia è un mondo di potenzialità che devono avere la possibilità di svilupparsi ed emergere. Ecco allora la necessità di una pedagogia della fantasia, una pedagogia che crei le condizioni perchè la fantasia possa esprimersi, non essere insegnata, perchè la fantasia non si insegna, ma che sbocci e che sia “un pozzo senza fondo” (4). 

“L’esperienza della mia prima formazione è già quella d’un figlio della civiltà delle immagini. Il mio mondo immaginario è stato influenzato per prima cosa dalle immagini del Corriere dei piccoli, allora il più diffuso settimanale italiano per bambini. Io che non sapevo leggere potevo fare benissimo a meno delle parole, perchè mi bastavano le figure. Mi raccontavo mentalmente le storie interpretando le scene in diversi modi, producendo delle varianti, fondevo i singoli episodi in una storia più ampia, scoprivo e isolavo e collegavo delle costanti in ogni serie, contaminavo una serie con l’altra, immaginavo nuove serie in cui personaggi secondari diventavano protagonisti. Quando imparai a leggere comunque io preferivo ignorare le righe scritte e continuare nella mia occupazione favorita di fantasticare dentro le figure e nella loro successione” (5).

Ecco allora gli strumenti dei quali la pedagogia deve servirsi per essere una pedagogia della fantasia: le immagini, nelle quali la fantasia trova i suoi punti di partenza, immagini di libri, giornali, immagini osservate al parco o mentre si va a scuola, “un’osservazione diretta del mondo reale” (6), una passeggiata, magari raccontando una storia fantastica. Occorre “riciclare le immagini in un nuovo contesto che ne cambi il significato”, occorre far si che la fantasia non sia mai arrestata o impedita, le immagini prefabbricate non devono mai superare le possibilità fantastiche. E poi le fiabe, quelle storie raccontate da mamma e papà, magari prima della nanna, o raccontate dai nonni, storie nelle quali possono essere gli stessi bambini a inventarne il finale. Fantasticare è anche inventare una nuova parola, costruire un castello di sabbia immaginandone i suoi abitanti. Educare alla fantasia significa permettere al bambino di annoiarsi di tanto in tanto: la noia lo porterà ad inventarsi qualcosa che sarà nuovo ed unico.

“La fantasia è un mondo di potenzialità che rappresentano lo spettacolo variopinto del mondo in una superficie sempre uguale e sempre diversa, come le dune spinte dal vento del deserto” (7).


Citazioni da: Italo Calvino, “Lezioni americane. Sei proposte per il nuovo millennio”, Mondadori, 2012.

Immagine: http://zeldawasawriter.com

Alberto Manzi: storia di un maestro

“Impariamo a imparare. intelligenti si diventa”  A. MANZI

603713_973284326026893_2906511820787159488_nAlberto Manzi nasce a Roma nel 1924, figlio di un tranviere e di una casalinga, studia all’istituto nautico ma si diploma anche all’istituto magistrale. Padre di quattro figlie, è conosciuto come il maestro Manzi colui che, negli anni ’60, con il suo programma televisivo “Non è mai troppo tardi” insegnò a leggere e scrivere a milioni di italiani analfabeti che, grazie alle sue lezioni, arrivarono a conseguire la licenza elementare.

Laureato in Biologia prima e in Filosofia e Pedagogia poi, affiancherà il direttore della Scuola sperimentale del Magistero di Roma, Luigi Volpicelli. Manterrà questo incarico solo per un anno preferendo l’insegnamento elementare.

Tra il 1946 e il 1947 Manzi vive la sua prima esperienza come educatore presso il carcere minorile di Roma “Aristide Gabelli”. Insegna a circa 90 ragazzi tra i 9 e i 17 anni e con essi Manzi darà vita al primo giornale di un carcere minorile.

Nel 1955 si reca per la prima volta in Sudafrica e scopre la condizione dei contadini analfabeti e sfruttati , poveri e privi di diritti. Tutti gli anni, per vent’anni, ritornerà in queste terre per fare scuola.

Fu il direttore della scuola in cui Manzi insegnava a spingerlo, nel 1960, a fare il provino per la trasmissione RAI “Non è mai troppo tardi”. La trasmissione sarà trasmessa per otto anni. A Manzi non stava a cuore solo l’alfabetizzazione delle masse: “non insegnavo a leggere e scrivere ma invogliavo la gente a leggere e scrivere. Manzi faceva riflettere su ciò che insegnava e sosteneva che “se la didattica nn tocca la vita diventa sterile”.  

“Il giorno del provino ci avevano dato una lezione già scritta sulla lettera O. Chiesi: posso fare come mi pare a me o devo recitare? chi ha scritto questa lezione non capisce niente… strappai il copione, chiesi dei grandi fogli di carta, li attaccai al muro e iniziai a disegnare. …Se voglio tenerli svegli devo fare qualcosa per mantenere l’attenzione l’unica cosa è disegnare; meglio qualcosa di incomprensibile all’inizio e che si capisca solo dopo, così per far si che la curiosità facesse si che la persona seguisse sino alla fine. Così iniziò questa avventura”.

Il programma è considerato uno dei più importanti esperimenti di educazione degli adulti, conosciuto e citato nella letteratura pedagogica internazionale, nello stile di conduzione e nel linguaggio didattico.

“Io comunque provavo con i miei ragazzi”: la sperimentazione, la ricerca e le verifiche continue sono fondamentali per Manzi., che non ha mai voluto che si parlasse di suo modello o metodo, ma di metodologia sempre aperta, dinamica, in continua evoluzione.

Manzi curò anche alcune collane di volumi di sussidiari per tutte le classi di scuola elementare che avevano come elemento fondamentale la domanda, per stimolare, provocare, divertire e quindi far crescere la capacità di elaborare concetti e sviluppare l’intelligenza, perché “intelligenti si diventa”.

“I ragazzi non leggono o leggono troppo poco. E nella scuola generalmente si insegna la tecnica del leggere, ma non si dà il gusto del leggere. Il libro deve essere qualcosa di piacevole, dove si può non solo leggere, ma colorare, trasformare e fare, inventare e riflettere. Il libro si trasforma così in qualcosa di personale, perciò vivo”.

“Le ho provate tutte per cercare di trasformare questa scuola, nel rispetto del bambino, perché questo è il punto fondamentale”

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Nel giugno del 1975 il maestro si rifiutò di classificare gli alunni perché “classificare significa impedire un armonioso sviluppo intellettivo … significa impedire un apprendimento cosciente”. La mancata compilazione dei giudizi condusse il maestro a due sospensioni negli anni da parte del Ministro.

Escluso il periodo in cui condusse il programma RAI, Manzi fu sempre un insegnante elementare, sino al 1985. La classe era per Manzi come un laboratorio in cui si formano concetti. La sua didattica è fortemente ancorata al rapporto fra esperienza concreta, pensiero e linguaggio. L’imposizione secondo Manzi non forma un concetto e il maestro deve sporcarsi le mani ed entrare nel terreno dell’altro. I principi che guidano l’attività didattica di Manzi sono: l’alimentare continuamente la curiosità che deve spingere i bambini a voler sapere sempre di più e il dialogo e la discussione, più che la lezione.

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