Il discorso sulla felicità di Zygmunt Bauman

“La felicità non è una vita senza problemi”

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Non è vero che la felicità significhi una vita senza problemi. La vita felice viene dal superamento dei problemi, dalla lotta contro i problemi, dal risolvere le difficoltà, le sfide. Bisogna affrontare le sfide, fare del proprio meglio.

Si raggiunge la felicità quando ci si rende conto di riuscire a controllare le sfide proposte dal fato e invece ci si sente persi aumentano le comodità.

“Un minuto” di Somin Ahn

“Il tempo è un modo per fare ordine ma la vita è più fantasiosa”

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“Un minuto”, di Somin Ahn è un libro che ho trovato per caso, tra gli scaffali disordinati di una piccola libreria del centro.

E’ bastato un minuto per capire che quel libro meritava di essere portato a casa e sfogliato pagina per pagina, minuto dopo minuto.

Un piccolo libro di parole e disegni, di colori e pura poesia ma anche riflessione. Un libro per bambini ma anche per chi dice di essere grande e non si ferma mai a riflettere su un tempo che diviene sempre più la semplice e fredda scansione di eventi, un sistema di organizzazione di corse, pranzi e cene.

Il Tempo passa indifferente e non indugia sui nostri maldestri tentativi di fare bene, di fare meglio.

Ci fermiamo mai sul quel qui ed ora, di cui tanto parliamo e che riteniamo così improtante?

Questo libro ci porta a riflettere su questo, su quante cose possono accadere in un minuto e volare via se non siamo pronti a coglierne l’essenza, quanto un minuto possa passare lento ed essere un semplice niente, come un minuto passato a guardare la pioggia che cade.

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Questo libro ci aiuta a concentrarci sul presente nella sua parte più piccola: il minuto.

Il libro inizia spiegandoci tecnicamente che cos’è un minuto: “un minuto dura sessanta secondi. In un minuto, la lancetta dei secondi, si muove sessanta volte” , ma pagina dopo pagina le immagini e parole ci portano sempre più vicini alle emozioni legate al tempo: “a volte un minuto è corto. A volte un minuto è lungo”. 

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Il libro ci insegna che il tempo è uno scrigno in cui possiamo trovare momenti magici, ma dobbiamo saperli riconoscere e cogliere.

“A volte un minuto è importante”: un altro treno passerà ma su quel treno potresti incontrare la persona che sarà il tuo migliore amico, ascoltare la storia più bella che tu abbia mai sentito, innamorarti o arrabbiarti, come mai prima d’ora. Potresti vivere il viaggio più noioso che tua abbia mai vissuto o un’emozione unica. Un minuto è importante.

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E allora dobbiamo educarci ed educare al tempo, all’accoglienza di attimi che possono essere così importanti e che, senza dubbio, non torneranno, perchè il tempo scorre solo in avanti e tornare non si può. E’ necessario educarci ed educare all’emozione di ogni passo avanti ma anche all’attimo di ogni errore.

Il libro ci dice che dobbiamo ricordarci del tempo quando tutto sta succendendo. Non prima, non dopo.

Educare nel bosco: quando l’educazione incontra la natura

“In questo piccolo pezzo di mondo non è vietato sporcarsi, non è vietato salire sugli alberi, non è vietato urlare di gioia o saltare nelle pozzanghere, non è vietato ridere a crepapelle”

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“Un cantiere dove sperimentare il senso di libertà”

Nel bosco i bambini si muovono tra gli alberi, inventano dal nulla, giocano con i materiali naturali, imparano l’uno dall’altro in un ambiente ricco di stimoli, senza tempi e modalità imposti.

Sono gli anni ’50 quando l’educatrice Ella Flautau apre, in Danimarca, la prima scuola dell’infanzia nel bosco.

Nella sua vita quotidiana come madre, Ella, era solita trascorrere molto tempo a giocare con i suoi quattro bambini nel bosco dietro casa. Questa abitudine suscitò l’interesse e la curiosità di altri genitori.

Da qui nacque spontaneamente la prima esperienza di educazione nel bosco. Ella, in collaborazione con altri genitori, fondò quella che prese il nome di Skovbørnehave, Scuola Materna nel Bosco.

Fu questa un’esperienza pionieristica che portò alla nascita di una innovativa corrente pedagogica.

Da qui nel corso degli anni si svilupparono diverse esperienze di asili nel bosco, in Germania, in Svizzera e in anni recenti anche in Italia.

La natura produce sempre sensazioni positive nei bambini, sensazioni dipinte nei sorrisi dei loro volti quando possono sporcarsi le mani nella terra, saltare in una pozzanghera o osservare da vicino qualche abitante del bosco.

Dalle esperienze degli asili nel bosco possono essere tratti spunti per l’elaborazione di progetti educativi da svolgere con classi di tutte le età, progetti che permettano di sperimentare l’emozione unica data dal vivere a stretto contatto con la natura, sperimentarla per poterla conoscerla al meglio e saperla rispettare.

E’ necessaria una riflessione pedagogica che ripensi le pratiche nei servizi educativi e scolastici.

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“Il diritto all’ozio, il diritto a sporcarsi, il diritto agli odori, il diritto al dialogo, il diritto all’uso delle mani, il diritto ad un buon inizio, il diritto alla strada, il diritto al selvaggio, il diritto al silenzio, il diritto alle sfumature”

Oggigiorno poter osservare la natura con i suoi mutamenti e le sue meraviglie è cosa rara. L’educazione è spesso chiusa tra le quattro mura della scuola e della casa. Le stagioni che mutano passano spesso inosservate dalle finestre che affacciano su grandi città, colme di palazzi e giocare in luoghi aperti e sicuri è un qualcosa che si è completamente dimenticato.

E’ necessario quindi pensare ad un’educazione che si avvicini maggiormente alla natura e che permetta ai piccoli di scoprire le proprie origini. Un’educazione nella quale gli stimoli siano forniti direttamente dal luogo, non pensato e progettato nei dettagli dall’educatore ma che sia esso stesso un educatore. Luoghi che possano stimolare la fantasia, la creatività e l’iniziativa. Luoghi nei quali i piccoli possano creare mondi nuovi ed immaginari, inventare giochi e costruire giocattoli con gli oggetti che la natura mette loro a disposizione.

Il bambino che avrà l’opportunità di entrare in contatto la natura imparerà a conoscere i propri limiti e pertanto sperimenterà soluzioni sempre nuove per poterli superare in modo efficace.

La possibilità di giocare liberamente nella natura permette di sviluppare una perfetta armonia tra corpo e mente.

I bambini a contatto con la natura hanno la posibilità di essere pienamente bambini, liberi dai vincoli e dalle regole della città.

Sono i bambini che saltano in una pozzangghera, che si arrampicano su un albero, che raccolgono rami e costruiscono capanne il sogno di quella parte della pedagogia che faccia della scuola non l’industria dell’obbligo, ma un cantiere dove sperimentare il senso di libertà.

“Bruchi e farfalle”

“Bisogna allenare l’occhio a non vedere il bruco ma la farfalla che verrà”.

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“Le farfalle non si allevano.

Se si vuole vederle volare in giardino bisogna piantare fiori, creare cioè le condizioni favorevoli.

Non si può integrare una persona disabile in modo diretto, magari con un atto amministrativo: bisogna crerare le condizioni affichè il disabile, i suoi compagni, il controllere del bus, la commessa del negozio si sentano parte di una stessa solidarietà.

Piantate fiori, aspettate le farfalle e poi godete dei loro movimenti e della loro libertà.

Sulle nostre scrivanie compaiono bruchi, mai farfalle.

Bisogna allenare l’occhio a non vedere il bruco ma la farfalla che verrà.

Ogni tanto la diagnosi, l’osservazione, la misurazione limita al bruco e impedisce di vedere la farfalla. Il bambino capisce se lo vedi come bruco o come farfalla e si comporta di conseguenza. 

Formare un educatore vuol dire allenarlo a veder farfalle”.

di Mauro Martinoni

Poi c’è il nostro lavoro: noi siamo educatori

“La pietra angolare è l’impegno. E’ l’impegno inequivocabile di un individuo con un altro che promuove un cambiamento positivo” Torey Hayden

180d10423f2009a3d38886a450b76860Ci sono lavori che finiscono allo scoccare di una certa ora.

Lavori che portano sempre in giro, senza orari ma con tante mete.

Ci sono tanti lavori diversi, importanti e faticosi. Poi c’è il nostro lavoro: noi siamo educatori.

Il nostro non è un vero e proprio lavoro ma più un modo di essere. Chi educa non fa l’educatore ma è un educatore.

Siamo così, come salvadanai pronti ad accogliere gli ostacoli e far si che questi siano come monete preziose per arrivare ad avere la cosa più bella, la serenità del vivere.

Come educatori non siamo speciali ma siamo unici ed è proprio questa la prima cosa che dobbiamo trasmettere: la bellezza dell’unicità di ognuno.

Sbagliamo e sbaglieremo ancora, perchè siamo umani ma sicuri del fatto che c’è tempo per imparare.

Le nostre gionate non saranno sempre luminose e senza intoppi, non sempre avremo la sensazione di essere sulla dritta via e allora sarà il momento di cercare e ricercare e scoprire che la strada asfaltata non è sempre l’unica possibile da percorrere.

Per questo ci dobbiamo credere.

Per questo serve impegno e determinazione, anche quando la strada è diffcile e noiosa.

Le paure non ci devono rendere pigri e solitari.

Ci dobbiamo credere.

Noi siamo educatori.

“Vi ho scritto una lettera”: la lettera del maestro Manzi ai suoi alunni

“Non rinunciate mai, per nessun motivo, sotto qualsiasi pressione, ad essere voi stessi”. A. Manzi

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Cari ragazzi,

questo è il nostro ultimo giorno di scuola. Abbiamo camminato insieme per un intero anno, abbiamo cercato, insieme, di capire questo nostro magnifico e stranissimo mondo, non solo vedendone i lati migliori ma infilando le dita nelle sue piaghe perchè volevamo capire se era possibile fare qualcosa, insieme, per rendere il mondo migliore.

Abbiamo cercato di vivere insieme nel modo più felice possibile.

Ora dobbiamo salutarci.

Non rinunciate mai, per nessun motivo, sotto qualsiasi pressione, ad essere voi stessi. Siate sempre padroni del vostro senso critico e niente potrà farvi sottomettere. Ricordatevi che mai nessuno potrà bloccarvi se voi non lo volete. Nessuno potà mai distruggervi se voi non lo volete. Perciò avanti, serenamente, allegramente, con quel macinino del vostro cervello sempre in funzione, con l’affetto verso tutte le genti e gli animali e le cose che è già in voi e che deve sempre rimanere in voi. Con onestà, onestà, onestà e ancora onestà, perchè è questa la cosa che manca oggi nel mondo e voi dovete ridarla. E intelligenza e ancora intelligenza e sempre intelligenza, il che significa prepararsi, il che significa riuscire sempre a comprendere, il che significa sempre riuscire ad amare. E amore, amore e amore.

Se vi posso dare un comando eccolo, questo io voglio: realizzate tutto ciò ed io sarò sempre con voi.

E ricordate, se qualcuno o qualcosa vorrà distruggere la vostra libertà, la vostra generosità, la vostra intelligenza, io sono qui, pronto a lottare con voi, pronto a riprendere il cammino insieme, perchè voi siete parte di me ed io di voi.

Ciao bambini.


da: “Non è mai troppo tardi”: la storia di Alberto Manzi

Giocando si impara

“Per insegnare bisogna emozionare. Molti però pensano ancora che se ti diverti non impari”. M. Montessori

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Le tecniche di insegnamento tradizionali, che seguono quella che potremmo definire come la metafora della trasmissione di sapere, spesso portano gli alunni ad identificare il momento dello studio con i concetti di fatica e sacrificio. La mente viene qui considerata come una scatola vuota da riempire.

E’ necessario passare da una concezione di insegnamento intesa come trasmissione di sapere ad una concezione di costruzione di conoscenza.  

La mete è lo strumento attraverso il quale la conoscenza viene creata, non una scatola vuota in cui depositare conoscenza ma un meccanismo che conscente di creare nuova conoscenza.

Il gioco è un’attività naturale del bambino, diceva Maria Montessori, e quello che chiamiamo gioco è il momento nel quale il bambino costruisce le sue conoscenze. Compito dell’adulto, continua la stessa Montessori, è quello di fornire il materiale e l’ambiente adatto nel favorire tale costruzione.

Quello attraverso il gioco è un modo di apprendere percettivo-motorio nel quale l’apprendimento avviene per prove ed errori, la conoscenza emerge gradualmente, sopratutto dalla ripetizione dell’esercizio, che sarà sempre più focalizzata. Da tale apprendimento ne deriverà una conoscenza accessibile quando un contesto diverso lo richiederà.

Il gioco è uno strumento in grado di motivare lo studente ad avvicinarsi e portare a compimento diverse attività.  A differenza della didattica tradizionale, innesca e nutre nell’allievo sentimenti di coraggio e temerarietà e di conseguenza il desiderio di superare gli ostacoli. Il gioco crea un clima di serenità, condivisione e stimolo che costante favorisce le dinamiche di apprendimento. Lo studente maturerà anche da un punto di vista relazionale, ma avrà anche conseguito una costruzione di sapere. 

Vi sono ancora alcuni che credono e relegano il gioco ad attività ludica, non consdiderardolo come vero e proprio strumento didattico. E’ necessario porre una attenta riflessione in merito e cercare di diffondere il dato oggettivo che mostra come il gioco possa essere a tutti gli effetti uno strumento didattico.

I Ragazzi Felici di Summerhill

“I bambini non hanno bisogno di insegnamenti, ma di amore e comprensione. Per essere naturalmente buoni hanno bisogno di sentirsi approvati e liberi”. Alexander Neill

summerhill_newAlexander Neill, pedagogista scozzese, ha fermamente sostenuto che per crescere un bambino felice, e prepararlo a essere un adulto sano, il metodo da adottare è quello della libertà. Neill, dopo anni di insegnamento in scuole di stato, istituì, nel 1921, la Scuola di Summerhill. Destinata a bambini  tra i 5 e i 16 anni, la scuola di Summerhill rappresentò un’occasione educativa rivoluzionaria, oltre che un esempio di reinserimento nella società di ragazzi disadattati.

Il metodo della scuola suscitò, nonostante il successo, anche numerose critiche ma ancora oggi, a tanti anni dalla conclusione dell’esperienza di Neill, non si può non attribuirgli il merito di aver alimentato in molti l’aspirazione a educare in modo libero, suggerendo nuovi significati alle parole amore, approvazione e libertà.

Summerhill vuole essere la dimostrazione che il vero principio dell’educazione non ha bisogno di ricorrere alla paura e alla costrizione.

Neill nasce da una famiglia di maestri elementari, ultimo di tre figli, la sua infanzia fu difficile e poco serena a causa dell’atmosfera familiare conformista e severa. La sua famiglia lo ignora a causa delle sue difficoltà nell’apprendimento scolastico. Ottenuta la qualifica di maestro, si iscrisse all’Università e si laurea in letteratura inglese. Sarà l’incontro con Homer Lane, nel 1919, pedagogo statunitense, a segnare il pensiero pedagogico di Neill. Da Lane, Neill apprese la pedagogia della libertà.

Neill è convinto del fatto che nel bambino esiste un’energia interiore positiva che neEscuela sostiene e ne orienta lo sviluppo verso una personalità spontanea, creativa, equilibrata e felice e che qualsiasi intervento punitivo e repressivo provoca nel bambino l’insorgere di sentimenti come paura e odio, che distruggono il naturale processo di sviluppo in senso positivo della personalità del bambino. Inoltre secondo Neill non esistono bambini difficili, ma solo cattivi genitori e cattivi maestri. L’infelicità dell’infanzia è un prodotto degli interventi errati dell’adulto. Neill era convinto del fatto che spesso un bambino è “difficile” perché in famiglia è stato educato con la paura, le restrizioni e i ricatti. Gli obiettivi dell’educazione sono principalmente l’autoregolazione e l’autodisciplina, la felicità e la libertà,  il principio educativo fondamentale deve rimanere quello dell’assoluto rispetto degli interessi e dei bisogni del soggetto.

Secondo Neill dare libertà vuol dire permettere al bambino di vivere la sua vita, significa fare ciò che piace purché questo non limiti la libertà degli altri. Da questo conseguono autodisciplina ed autoregolazione.

A Summerhill vi era una libertà assoluta, assoluto rispetto dei bisogni, dei desideri e della vita espressiva e sessuale; Neill, avvicinatosi al pensiero di Freud era favorevole alla libera espressione della sessualità infantile, considerata condizione necessaria per lo sviluppo della personalità. Anche per quanto concerne lo sviluppo dell’autoregolazione Neill riprese il pensiero di Freud, in particolare l’analisi sistematica della mente umana, suddivisa in Io, Es e  Suer-io.

Nella scuola di Summerhill veniva imposto un orario delle lezioni valido solo per gli insegnanti, i bambini potevano infatti scegliere quale delle lezioni seguire e in quale momento seguirle.

L’esperienza compiuta da Neill ed i suoi collaboratori è l’applicazione della convinzione che la scuola dovrebbe essere fatta su misura per il bambino, piuttosto che il contrario. A Summerhill i ragazzi non temono l’autorità, vivono rispettandosi a vicenda e hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri. Principio basilare era la parità nei rapporti adulto-bambino. Per Neill il successo è la capacità di lavorare con gioia e di vivere positivamente.

Si potrebbe perciò dire che Summerhill ha voluto essere una scuola che mirava ad educare prima che ad istruire. La scuola rispecchiava la convinzione che i bambini dovrebbero progredire al proprio ritmo, piuttosto che dover perseguire obiettivi standard per una determinata età.

summerhillNon esistevano classi tradizionali ma i bambini venivano suddivisi, secondo le loro capacità, in gruppi. Oltre a gestire il proprio tempo, gli studenti potevano partecipare alla comunità di autogoverno della scuola, all’interno delle riunioni scolastiche, che si svolgevano tre volte la settimana e durante le quali gli allievi e il personale scolastico prendevano decisioni che riguardavano la loro vita giorno per giorno, discutevano i problemi e votavano le leggi scolastiche. Le riunioni servivano anche a risolvere conflitti.

Summerhill ricevette numerose critiche positive, come quelle di Bruno Bettelheim secondo cui Neill è una persona profondamente umana, un educatore capace, non è, né vuole essere, un filosofo o un esperto di psicoanalisi. Secondo Bettelheim a Summerhill la maggioranza dei bambini è cresciuta in una atmosfera vittoriana e a cinque anni, l’età minima per entrare a Summerhill, i bambini hanno strutturato un Super-io abbastanza forte da “prevenire gli eccessi”. Ma ci furono anche le critiche negative: Summerhill venne definita come “la scuola del fai quel che ti pare” o come una semplice ripresa del pensiero di Rousseau. I critici si chiesero come possono i bambini imparare ad agire in modo ordinato e disciplinato se vengono abituati a fare ciò che più piace loro?

Summerhill è la più vecchia scuola impostata su criteri pedagogici liberali conosciuta. L’esperienza di Summerhill in Inghilterra continua ancora oggi.

Alberto Manzi: storia di un maestro

“Impariamo a imparare. intelligenti si diventa”  A. MANZI

603713_973284326026893_2906511820787159488_nAlberto Manzi nasce a Roma nel 1924, figlio di un tranviere e di una casalinga, studia all’istituto nautico ma si diploma anche all’istituto magistrale. Padre di quattro figlie, è conosciuto come il maestro Manzi colui che, negli anni ’60, con il suo programma televisivo “Non è mai troppo tardi” insegnò a leggere e scrivere a milioni di italiani analfabeti che, grazie alle sue lezioni, arrivarono a conseguire la licenza elementare.

Laureato in Biologia prima e in Filosofia e Pedagogia poi, affiancherà il direttore della Scuola sperimentale del Magistero di Roma, Luigi Volpicelli. Manterrà questo incarico solo per un anno preferendo l’insegnamento elementare.

Tra il 1946 e il 1947 Manzi vive la sua prima esperienza come educatore presso il carcere minorile di Roma “Aristide Gabelli”. Insegna a circa 90 ragazzi tra i 9 e i 17 anni e con essi Manzi darà vita al primo giornale di un carcere minorile.

Nel 1955 si reca per la prima volta in Sudafrica e scopre la condizione dei contadini analfabeti e sfruttati , poveri e privi di diritti. Tutti gli anni, per vent’anni, ritornerà in queste terre per fare scuola.

Fu il direttore della scuola in cui Manzi insegnava a spingerlo, nel 1960, a fare il provino per la trasmissione RAI “Non è mai troppo tardi”. La trasmissione sarà trasmessa per otto anni. A Manzi non stava a cuore solo l’alfabetizzazione delle masse: “non insegnavo a leggere e scrivere ma invogliavo la gente a leggere e scrivere. Manzi faceva riflettere su ciò che insegnava e sosteneva che “se la didattica nn tocca la vita diventa sterile”.  

“Il giorno del provino ci avevano dato una lezione già scritta sulla lettera O. Chiesi: posso fare come mi pare a me o devo recitare? chi ha scritto questa lezione non capisce niente… strappai il copione, chiesi dei grandi fogli di carta, li attaccai al muro e iniziai a disegnare. …Se voglio tenerli svegli devo fare qualcosa per mantenere l’attenzione l’unica cosa è disegnare; meglio qualcosa di incomprensibile all’inizio e che si capisca solo dopo, così per far si che la curiosità facesse si che la persona seguisse sino alla fine. Così iniziò questa avventura”.

Il programma è considerato uno dei più importanti esperimenti di educazione degli adulti, conosciuto e citato nella letteratura pedagogica internazionale, nello stile di conduzione e nel linguaggio didattico.

“Io comunque provavo con i miei ragazzi”: la sperimentazione, la ricerca e le verifiche continue sono fondamentali per Manzi., che non ha mai voluto che si parlasse di suo modello o metodo, ma di metodologia sempre aperta, dinamica, in continua evoluzione.

Manzi curò anche alcune collane di volumi di sussidiari per tutte le classi di scuola elementare che avevano come elemento fondamentale la domanda, per stimolare, provocare, divertire e quindi far crescere la capacità di elaborare concetti e sviluppare l’intelligenza, perché “intelligenti si diventa”.

“I ragazzi non leggono o leggono troppo poco. E nella scuola generalmente si insegna la tecnica del leggere, ma non si dà il gusto del leggere. Il libro deve essere qualcosa di piacevole, dove si può non solo leggere, ma colorare, trasformare e fare, inventare e riflettere. Il libro si trasforma così in qualcosa di personale, perciò vivo”.

“Le ho provate tutte per cercare di trasformare questa scuola, nel rispetto del bambino, perché questo è il punto fondamentale”

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Nel giugno del 1975 il maestro si rifiutò di classificare gli alunni perché “classificare significa impedire un armonioso sviluppo intellettivo … significa impedire un apprendimento cosciente”. La mancata compilazione dei giudizi condusse il maestro a due sospensioni negli anni da parte del Ministro.

Escluso il periodo in cui condusse il programma RAI, Manzi fu sempre un insegnante elementare, sino al 1985. La classe era per Manzi come un laboratorio in cui si formano concetti. La sua didattica è fortemente ancorata al rapporto fra esperienza concreta, pensiero e linguaggio. L’imposizione secondo Manzi non forma un concetto e il maestro deve sporcarsi le mani ed entrare nel terreno dell’altro. I principi che guidano l’attività didattica di Manzi sono: l’alimentare continuamente la curiosità che deve spingere i bambini a voler sapere sempre di più e il dialogo e la discussione, più che la lezione.

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“Lettera a una professoressa” Scuola di Barbiana

“Chi sa volare non deve buttar via le ali per solidarietà coi pedoni, deve piuttosto insegnare a tutti il volo”. Don Lorenzo Milani

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Oggi vi parlerò di un libro, a mio parere, bellissimo con il quale voglio anche inaugurare la sezione book di questo blog, “Lettera a una professoressa” Scuola di Barbiana.

Era il 1954 quando la Curia ordinò al giovane parroco Don Lorenzo Milani il trasferimento a Barbiana, frazione di un piccolissimo paesino del Mugello. Barbiana non era un paese, non era nemmeno un villaggio. Barbiana è una chiesa con la canonica. Le case, una ventina in tutto, sono sparse nel bosco e nei campi circostanti, isolate tra loro.

Quando Don Milano arrivò a Barbiana i ragazzi che la abitavano non andavano a scuola, questa era troppo lontana per loro. I ragazzi di Barbiana lavoravano nei campi, etichettati come non adatti a studiare dal sistema scolastico del tempo.
Fu Don Milani ad istituire qui una scuola, un collettivo, nel quale i ragazzi potessero “fare scuola”, quella “scuola” che per Don Milani non era l’edificio scolastico ma l’azione educativa nelle sue diverse forme e luoghi. “A Barbiana i ragazzi andavano a scuola dal prete. Dalla mattina preso a buio, estate e inverno. Nessuno era negato per gli studi”.
La scuola di Barbiana era un collettivo in cui chi sapeva aiutava chi ancora non sapeva: “l’anno dopo ero maestro. Lo ero tre mezze giornate a settimana. Se sbagliavo qualcosa poco male. Era un sollievo per i ragazzi. Si cercava insieme. Le ore passavano serene senza paura e senza soggezione. Poi insegnando imparavo tante cose“; è la do-discenza di Freire, un insegnante che impara e un alunno che insegna.Don Milani sperimentò a Barbiana, con i sui piccoli alunni, anche il metodo della scrittura collettiva da cui nacque l’opera “Lettera a una professoressa”: “gli autori siamo otto ragazzi della scuola di Barbiana. Questo libro non è scritto per gli insegnanti, ma per i genitori. E’ un invito a organizzarsi”. L’opera denuncia la condizione di esclusione dall’istruzione delle classi popolari, “una scuola peggiore ai poveri“, da parte del sistema scolastico del tempo, un’educazione costruita “su chi sa” e che esclude “chi non sa”: “ai miei la maestra aveva detto che non sprecassero soldi: mandatelo nel campo. Non è adatto per studiare“. L’opera denuncia quindi un sistema scolastico che lasciava la piaga dell’analfabetismo nella gran parte dell’Italia degli anni ’60.
Nella scuola di Barbiana il motto era “I care” , “mi importa, mi interessa, mi sta a cuore”.
Ogni mattina la lezione iniziava dalla lettura del giornale quotidiano, “a noi interessa tutto” diceva Don Milani. “Io le lingue le ho imparate con i dischi. Senza neanche accorgermene ho imparato prima le cose più utili e frequenti. Esattamente come si impara l’italiano”.
A Barbiana fu vissuta un’autentica esperienza educativa, non solo un’esperienza del tempo da ricordare ma l’educazione milaniana può oggi essere rivista e presa ad esempio: reinventare Barbiana. “Fate educazione, ma non come la faccio io ma come lo richiederanno i tempi e le circostante”, questo diceva Don Milani ai suoi ragazzi.

Temi generatori dell’educazione in quanto tale che derivano dall’esperienza di Barbiana sono: il riconoscimento dell’importanza dell’educazione nella vita quotidiana delle persone di qualsiasi età, un’educazione che riguarda tutti, bambini e adulti: “la scuola non è ne di chi insegna ne di chi impara ma di tutti i cittadini”.
L’educazione deve turbare le coscienze, “fare problema”, diceva Don Milani: “dove c’è educazione c’è problema e non si ha agire educativo senza situazioni problematiche. Occorre una coscienza critica attiva”.
L’educazione ha a che fare con evidenti aspetti della realtà, si impara dentro la realtà .

Lo scopo fondamentale dell’educazione oggi, che possiamo trarre reinventando Barbiana, è quello di permettere a tutti di imparare a costruire la propria conoscenza e per fare ciò si deve insegnare e dare la possibilità di compiere alcuni movimenti appropriati di apprendimento: “educativo è il processo, non il semplice risultato”.