“9 mesi per fare un bambino, 9 mesi per fare un papà”: per un’educazione alla paternità

“Ogni uomo può essere padre ma bisogna essere un po’ speciali per essere dei papà” (A te )

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Molte madri iniziano a sentirsi tali nel momento in cui scoprono che dentro di loro sta crescendo una vita, per i padri è molto diverso: essi sentono la paternità solo nell’istante in cui possono stringere il loro bambino tra le braccia. Tutto questo avviene solo a livello conscio perchè, come diceva Hannah Arendt, ogni bambino è amato in anticipo.

Nel corso della storia della pedagogia ai padri è sempre stato dedicato poco spazio, ancora oggi, nonostante gli sforzi, maggiori sono i riferiementi alle madri quando si parla di piccoli e poca è l’attenzione a livello educativo data al padre. E’ questa una carenza rilevante che necessita di attenzione: è necessaria un’educazione alla paternità.

I padri, a differenza delle madri, non hanno avuto la possibilità di sviluppare ed esercitare competenze di cura ed educazione nei confronti dei piccoli. La donna, sin da bambina, ha assunto come modello di riferimento quello della madre e da lei ha appreso il suo futuro essere madre a sua volta, inoltre i semplici giochi con le bambole sviluppano nella femmina questa, a volte inconsapevole, capacità di cura verso i piccoli; tutto questo non vale per la figura maschile e per l’essere padre.

E’ necessario dire ai padri quello che nessuno dice loro perchè l’impreparazione può condurre all’insorgere di situazioni difficili da risolvere.

Ciò che i padri, ma forse anche i futuri genitori insieme, non sanno è che il momento fondamentale per la costruzione della triade famigliare sono i primi quaranta giorni. I quaranta giorni del puerperio sono quelli che la natura ha dato alla donna per riprendere le sue forze e dedicarsi completamente ed esclusivamente al suo bambino. Compito di ogni padre è quello di stare vicino alla sua donna, sostenerla ed ascoltarla, in tutte le piccole difficoltà che la nuova situazione di neo-genitori può mettere dinnanzi.

Molti esperti sostengono che sono i primi sette minuti di vita del bambino a creare la relazione tra il piccolo ed i suoi genitori: è in questi primi sette minuti che si costruisono le basi della relazione futura tra il piccolo e i genitori.

Gli sguardi di questi primi sette minuti non vanno mai abbandonati. Ogni bambino ha bisogno di essere visto sempre, mai messo da parte e i suoi bisogni non devono restare mai inascoltati, primo fra tutti il bisogno d’amore. Se un piccolo piange perchè vuole stare in braccio la medre e il padre hanno il dovere di assecondare questo suo bisogno d’amore, non meno importante del nutrirlo o del cambiarlo.

I bambini nascono felici al 100% e i loro pianti sono sempre l’espressione di un bisogno al quale un genitore è chimato sempre a risponde.

L’educazione alla paternità è quella che deve aiutare ogni padre a trasformare il desiderio in intenzione, l’impulso immediato in costruzione, giorno dopo giorno, dell’essere un papà sempre migliore.

Di futuri papà (e mamme) abbiamo parlato ieri, con loro, con i loro dubbi e le aspettative, della loro gioia futura che sarà la più grande: il diventare genitori.


Per “Gli incontri di Chicco” Incontro A cura della Dott.ssa Katia Biundo  in Collaborazione con Polispecialistica Lariana

Mamma rallenta! Il tempo della cura

“…non resterò piccolo a lungo”

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“Rallenta mamma, ora non serve pulire. Rallennta mamma, fatti una tazza di tea. Rallenta mamma, vieni a trascorrere del tempo con me. Rallenta mamma, mettiti gli stivali per uscire, la giacca di pile per una passeggiata e sorridi, chiacchera. Rallenta mamma, sei sempre molto nervosa, fammi sedere sulle tue ginocchia e stai un po’ con me. Rallenta mamma, è divertente fare una torta. Rallenta mamma, conosco bene il tuo lavoro, ma qualche volta è bello se ti fermi. Siediti con me mamma, ascolta le mie giornate, trascorri dolci momenti con me. Non resterò piccolo a lungo“.

Dedicato a tutte le mamme che pensano di non fare abbastanza.

Ricordate care mamme che la cura è il modo in cui si abita il mondo. In tutto ciò che fate potete esercitare una sorta di cura nei confronti dei vostri piccoli, non dimenticate mai di farlo, non dimenticate mai che cura non significa risposta a bisogni primari ma significa, prima di tutto, tempo. Il filosofo Heidegger diceva che il tempo della cura non è un tempo fisico. Potremmo dire quindi banalmente, ma non troppo, che quello che conta è anche la qualità del tempo. Potremmo dire quindi che si potrebbe meglio parlare di relazione educativa, dove il termine educativo permette di non dimenticare il valore primario della persona.

Aver cura significa infatti creare le condizioni, significa tessere relazioni significative, perchè la cura ha sempre luogo in una relazione nella quale colui di cui mi prendo cura è messo al centro.

Pensiamo sempre la cura richieda tempo, ed è vero, ma se questo, nel caso delle famiglie è poco, occorre creare situazioni e momenti nei quali questo tempo sia valorizzato, momenti nel quali sia la qualità a prevalere sulla quantità.

Quello di cui hanno bisogni i nosri bambini è un tempo per loro in quanto persone, in quanto figli, non un tempo per le cose.

I genitori possono giungere a questo attraverso un percorso condiviso, attravero un confronto con i dubbi, le paure e le insicurezze che possono nascere dalle routine e dai troppi impegni.

E’ necessario quindi rallentare, fermarsi e cercare un tempo nelle piccole cose.

 

 

“Vi ho scritto una lettera”: la lettera del maestro Manzi ai suoi alunni

“Non rinunciate mai, per nessun motivo, sotto qualsiasi pressione, ad essere voi stessi”. A. Manzi

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Cari ragazzi,

questo è il nostro ultimo giorno di scuola. Abbiamo camminato insieme per un intero anno, abbiamo cercato, insieme, di capire questo nostro magnifico e stranissimo mondo, non solo vedendone i lati migliori ma infilando le dita nelle sue piaghe perchè volevamo capire se era possibile fare qualcosa, insieme, per rendere il mondo migliore.

Abbiamo cercato di vivere insieme nel modo più felice possibile.

Ora dobbiamo salutarci.

Non rinunciate mai, per nessun motivo, sotto qualsiasi pressione, ad essere voi stessi. Siate sempre padroni del vostro senso critico e niente potrà farvi sottomettere. Ricordatevi che mai nessuno potrà bloccarvi se voi non lo volete. Nessuno potà mai distruggervi se voi non lo volete. Perciò avanti, serenamente, allegramente, con quel macinino del vostro cervello sempre in funzione, con l’affetto verso tutte le genti e gli animali e le cose che è già in voi e che deve sempre rimanere in voi. Con onestà, onestà, onestà e ancora onestà, perchè è questa la cosa che manca oggi nel mondo e voi dovete ridarla. E intelligenza e ancora intelligenza e sempre intelligenza, il che significa prepararsi, il che significa riuscire sempre a comprendere, il che significa sempre riuscire ad amare. E amore, amore e amore.

Se vi posso dare un comando eccolo, questo io voglio: realizzate tutto ciò ed io sarò sempre con voi.

E ricordate, se qualcuno o qualcosa vorrà distruggere la vostra libertà, la vostra generosità, la vostra intelligenza, io sono qui, pronto a lottare con voi, pronto a riprendere il cammino insieme, perchè voi siete parte di me ed io di voi.

Ciao bambini.


da: “Non è mai troppo tardi”: la storia di Alberto Manzi

Quando la pedagogia incontra lo sport

“Cari genitori se siete venuti per vedermi giocare ricordatevi che l’allenatore ha il compito di allenare, l’arbitro di arbitrare e io di giocare. Divertitevi anche voi! Il vostro compito è quello di incitare la mia squadra, non pensate ai consigli tecnici, non urlate, mi mettete in confusione. Non insultare l’arbitro e gli avversari, sono ragazzi come me. Ricordate che ho il diritto di sbagliare. Perdere non è una tragedia, state sereni. Godetevi la partita”.

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Il legame tra sport ed educazione è possibile, oltre che necessario, un legame questo che nasce quale risultato di un progetto e di una consapevolezza critica.

Una valutazione equilibrata deve cominciare con il sapersi distanziare dalle facili posizioni negativistiche e riduttiviste nei confronti dello sport: è necessario allontanare l’idea che lo sport sia un’attività priva di contenuti mentali reali, una pura esaltazione fine a se stessa. Il recupero educativo dello sport è possibile solo se si eliminano quei caratteri di egoismo, spettacolarità e professionismo che lo allontanano dal modello ideale del gioco.

Educare nello sport e con lo sport è una strada da percorrere.

Ciascuna forma di sport contiene la sua intrinseca perfezione e può quindi contribuire alla costruzione formativa della personalità individuale e collettiva del soggetto.

E’ indispensabile collocare l’educazione sportiva in un ampio orizzonte, che non escluda dalla rilfessione pedagogica le famiglie di quell’alto numero di giovani che praticano discipine sportive. In questi casi lo sport risulta spesso ideato, diretto, promosso ed organizzato dagli adulti, i quali, a loro volta, non costituiscono certo un insignificante elemento problematico del quadro educativo inerente lo sport. Si tratta infatti di passare in molti casi da una situazione in cui è l’adulto stesso a rappresentare un elemento di difficoltà ad una nella quale egli si pone come una vera e propria risorsa.

Il messaggio che deve essere diffuso consiste nel far presente che l’organizzazione pedagogica dello sport deve affrontare anche una prospettiva di formazione nei confronti degli adulti in quanto è evidente il fatto che è l’adulto sigificativo, sia esso genitore, allenatore o dirigente, ad orientare e controllare la struttura motivazionale con cui i giovani si approcciano all’attività sportiva.

Non di rado le aspettative degli adulti possono provocare importanti deformazioni, come un’esasperata ambizione di successo, il desiderio di rivalersi delle proprie frustrazioni, il sovvertimento della scala morale dei valori, l’alterazione dell’approccio naturalemente ludico all’attività e la ricerca mascherata di protagonismo.

E’ per questo che è necessario badare al ruolo dell’adulto nella costruzione dell’evento sportivo perchè nello sport dei giovani non si riportino quelle modalità negative presenti nello sport professionistico di alta performance.

Ne viene, allora, la necessità di prevedere azioni formative ben finalizzate: educare ad una cultura critica dello sport, educare informalmente a riflettere sulle potenzialità dell’educazione informale uscendo dagli approcci pedanteschi e sostanzialmente moralistici e preparare a sapere, a vedere ed a ragionare di sport, considerando tutto ciò non una perdita di tempo.

Sarebbe opportuno pensare ad ore di sport per i bambini accompagante da ore formative per i loro genitori: ore nelle quali la pedagogia possa incontrare lo sport smontando così le sbagliate credenze degli adulti che spesso si annidano nelle loro aspettative. Un lavoro quello del pedagogista che ha il compito di far riflettere i genitori portandoli a riflessioni che, forse, se non accompagnati, non sarebbero emerse. Da non dimenticare è anche la necessità di non marginalizzare il ruolo di mediatore che il genitore deve rivestire, mediatore di emozioni, bisogni, ambienti e relazioni.

 

Fare scuola anche fuori dalle aule: l’outdoor education

Sono i bambini che saltano in una pozzangghera il sogno della nuova pedagogia che faccia della nostra scuola un cantiere dove sperimentare il senso di libertà.

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Negli anni ’60 Don Milani, nella sua scuola di Barbiana, era solito tenere  le sue lezioni fuori dall’edificio scolastico. Fu lo stesso Don Milani a volere una piscina antistante la scuola, nella quale i ragazzi avrebbero potuto imparare a nuotare, nonostante vivessero in un paese di montana. Frequanti nella scuola di Barbiana erano le lezioni sotto ad un albero,  le passeggiate nel bosco e le ore dedicate alla costruzione di oggetti.

La burcratizzazione della scuola, nel 2000, costringe a documentare ogni piccolo incidente del bambino (dalle sbucciature del ginocchio, alla casuale epistassi, alla caduta dovuta a uno spintone del compagno), questo ha reso i dirigenti scolastici dei tristi esecutori o interpreti della legge privi di un sogno pedagogico. L’iper protezione è tanto amorevole quanto dannosa: teniamo i bambini al sicuro, agli arresti domiciliari o scolastici; nessun attrito, nessuna possibilità di inciampare, di capire che la realtà è affascinante da conoscere perché è anche difficile, ruvida, a volte ostile. Forse dobbiamo iniziare a fare meno test con i nostri bambini, a cancellare dal dizionario le parole somministrare, verificare, interrogare per usare i verbi correre, lanciare, saltare.

Le nostre scuole vanno ripensate, ristrutturate mettendo al centro il bambino: vanno rimodellati gli spazi, i giardini; dev’essere rottamata l’idea di un solo intervallo di dieci minuti su otto ore di scuola; dobbiamo creare momenti in cui i nostri ragazzi possano entrare e uscire dall’aula senza dover fare come in carcere “la domandina”. La scuola deve diventare come una casa, un luogo accogliente.

E’ questa l’immagine della Outdoor education, un’educazione fuori dall’aula, un’educazione che avviene all’aria aperta, in nome di una formazione esperienziale e di una educazione ambientale.

Alcuni degli obiettivi di una simile educazione sono:

  • imparare a superare le avversità
  • promozione di sviluppo personale e sociale
  • sviluppo di un rapporto più profondo con la natura ed il mondo circostante in generale
  • migliorare le capcità di problem solving
  • favorire la cooperazione tra compagni.

Sono i bambini che saltano in una pozzangghera il sogno della nuova pedagogia che faccia della nostra scuola non l’industria dell’obbligo, ma un cantiere dove sperimentare il senso di libertà.

Cit. ilfattoquotidiano.it

Giocando si impara

“Per insegnare bisogna emozionare. Molti però pensano ancora che se ti diverti non impari”. M. Montessori

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Le tecniche di insegnamento tradizionali, che seguono quella che potremmo definire come la metafora della trasmissione di sapere, spesso portano gli alunni ad identificare il momento dello studio con i concetti di fatica e sacrificio. La mente viene qui considerata come una scatola vuota da riempire.

E’ necessario passare da una concezione di insegnamento intesa come trasmissione di sapere ad una concezione di costruzione di conoscenza.  

La mete è lo strumento attraverso il quale la conoscenza viene creata, non una scatola vuota in cui depositare conoscenza ma un meccanismo che conscente di creare nuova conoscenza.

Il gioco è un’attività naturale del bambino, diceva Maria Montessori, e quello che chiamiamo gioco è il momento nel quale il bambino costruisce le sue conoscenze. Compito dell’adulto, continua la stessa Montessori, è quello di fornire il materiale e l’ambiente adatto nel favorire tale costruzione.

Quello attraverso il gioco è un modo di apprendere percettivo-motorio nel quale l’apprendimento avviene per prove ed errori, la conoscenza emerge gradualmente, sopratutto dalla ripetizione dell’esercizio, che sarà sempre più focalizzata. Da tale apprendimento ne deriverà una conoscenza accessibile quando un contesto diverso lo richiederà.

Il gioco è uno strumento in grado di motivare lo studente ad avvicinarsi e portare a compimento diverse attività.  A differenza della didattica tradizionale, innesca e nutre nell’allievo sentimenti di coraggio e temerarietà e di conseguenza il desiderio di superare gli ostacoli. Il gioco crea un clima di serenità, condivisione e stimolo che costante favorisce le dinamiche di apprendimento. Lo studente maturerà anche da un punto di vista relazionale, ma avrà anche conseguito una costruzione di sapere. 

Vi sono ancora alcuni che credono e relegano il gioco ad attività ludica, non consdiderardolo come vero e proprio strumento didattico. E’ necessario porre una attenta riflessione in merito e cercare di diffondere il dato oggettivo che mostra come il gioco possa essere a tutti gli effetti uno strumento didattico.

Lettere a una nonna speciale

“L’essenziale è invisibile agli occhi” 

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Tu sei qualla nonna lì, quella che ha il profumo dei nonni.

Siamo simili in tante cose, troppe.

Dopo aver impastato la pizza, prima di lasciarla lievitare nel canovaccio umido, ed avvolgerla nella coperta di lana, gli faccio una croce. Proprio come face tu. Non mi ero mai resa conto di farlo anch’io.

Ho una passione per i piatti e le pentole. Tu avevi una casa piena di pentole. Una casa in mezza al bosco, dove da un po’ vorrei poter tornare. In una casa come la tua, con le tendine ricamate alle finestre, come le case delle bambole. Io oggi in una casa così ci vorrei vivere.

Mi chiami sempre Nini, anche quando sembravo una pallina gigante, con i miei chili di troppo. Ancor prima di essere piccina come ora.

Sembra una forzatura pensare a te prima della disabilità, perchè tu sei qui, ancora, con me e io ti vedo e riconosco in te ancora quella nonna speciale…un po’ più speciale.

Tu sai riempire ogni giorno il mio presente e mi hai indicato la strada per il mio futuro.

Tu Nonna speciale, con le tue carezze, i tuoi sorrisi, il tuo coraggio e la tua allegria. Tu con la tua personalità unica e il tuo saper essere quella che sei, mai perfetta ma mai alla ricerca di compromessi, per la serie: “Io sono così, e questo è quanto”. In questo non ti somiglio molto ma spero me lo insegnerai. Però anch’io sono un po’ matta, proprio come te, e ne vado fiera.

Con questo voglio solo dirti grazie Nonna speciale. Grazie al tuo esserci, sempre e comunque, in tutti quei modi che solo noi possiamo conoscere e riconoscere. Grazie a Te Nonna speciale che rendi ogni giorno più pieno di gioia, oltre ogni ostacolo, oltre la malattia. Io e Te, ora, sempre e per sempre.

Io con autismo: ecco cosa vorrei dirti

“Non sono soltanto un’autistico, ma sono anche un bambino, un adolescente, un adulto. Condivido molte delle cose dei bambini, degli adolescenti e degli adulti che voi chiamate normali” Angel Rivière

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Angel Rivière, professore di psicologia evolutiva presso l’Università Autonoma di Madrid, scomparso nel 2000, ha  lasciato un fortissimo contributo per la  comprensione del comportamento autistico,  grazie alla sua grande capacità di osservazione ed alla sua umanità nel trattare le persone.

Fu per più di vent’anni  consulente dell’Associazione spagnola di Bambini Autistici (APNA) e sviluppò una conoscenza diretta della sindrome attraverso anni di lavoro sul campo.

Rivière scrisse un documento molto interessante sul pensiero autistico, spiegando sinteticamente in venti punti cosa ci chiederebbe un soggetto affetto da autismo.

1. Aiutami a capire, organizza il mio mondo ed aiutami ad anticipare quello che succederà. Dammi ordine, struttura, non il caos.

2. Non ti angosciare per me, perché anch’io mi angoscio, rispetta i miei ritmi. Avrai sempre l’opportunità di relazionarti con me se capisci i miei bisogni e la mia maniera così particolare di capire la realtà. Non ti buttare giù, è normale che io vada sempre avanti.

3. Non mi parlare troppo, né troppo velocemente. Le parole non sono “aria” che non pesa come a te: per me possono essere un carico molto pesante. Molte volte non sono il miglior modo di rapportarsi con me.

4. Come gli altri bambini, gli altri adulti, ho bisogno di condividere il piacere e mi piace fare bene le cose, anche se non sempre ci riesco. Fammi sapere in qualche modo quando le ho fatte bene e aiutami a farle senza errori. Quando faccio troppi errori, mi succede come a te, mi irrito e finisco per rifiutarmi di fare le cose.

5. Ho bisogno di più ordine di te, di capire in anticipo le cose che mi accadranno. Dobbiamo patteggiare i miei rituali per convivere.

6. Per me è difficile capire il senso di molte delle cose che mi chiedono di fare. Aiutami tu a capire. Cerca di chiedermi di fare delle cose che abbiano un senso concreto e decifrabile per me. Non permettere che mi annoi o che rimanga inattivo.

7. Non mi invadere eccessivamente. A volte voi persone “normali” siete troppo imprevedibili, troppo rumorosi, troppo stimolanti. Rispetta le mie distanze, ne ho bisogno, ma non mi lasciare solo.

8. Quello che faccio non è contro di te; se mi arrabbio, mi faccio del male, distruggo qualcosa o mi muovo in eccesso, è perché è difficile capire o fare quello che stai chiedendo. Già faccio fatica a capire le intenzioni degli altri, quindi non attribuirmi delle cattive intenzioni.

9. Il mio sviluppo non è assurdo, anche se è difficile da capire. a una sua logica. Molti dei comportamenti che voi chiamate alterati sono il mio modo di affrontare il mondo con questa mia speciale maniera di essere e di percepire. Fai uno sforzo per capirmi.

11. Non mi chiedere di fare sempre le stesse cose, non esigere sempre la solita routine. Non diventare autistico per aiutarmi, sono io l’autistico !!

12. Non sono soltanto un’autistico, ma sono anche un bambino, un adolescente, un adulto. Condivido molte delle cose dei bambini, degli adolescenti e degli adulti che voi chiamate normali. Mi piace giocare, divertirmi, voglio bene ai miei genitori, sono contento se riesco a fare bene le cose. Ci sono molte più cose che ci possono unire che non dividere.

13. E’ bello vivere con me. Ti posso dare tante soddisfazioni, come le altre persone. Ci può essere il momento in cui io sia la tua migliore compagnia.

14. Non mi aggredire chimicamente. Se ti hanno detto che devo prendere dei farmaci fammi controllare periodicamente da uno specialista.

15. Né i miei genitori né io abbiamo colpa di quello che mi succede. Non ce l’hanno nemmeno i professionisti che mi aiutano. Non serve a niente darsi le colpe l’un con l’altro. A volte le mie reazioni e i miei comportamenti possono essere difficili da capire e da affrontare, ma non è colpa di nessuno. L’idea di colpa produce soltanto sofferenza, ma non aiuta.

16. Non mi chiedere in continuazione di fare cose che io non sono capace di fare., ma chiedimi invece di fare cose che io sono in grado di fare. Aiutami ad essere più autonomo, a capire meglio, a comunicare meglio, ma non mi dare aiuto in eccesso.

17. Non devi cambiare la tua vita completamente perché convivi con una persona autistica. A me non serve che tu ti senta giù, che ti chiuda in te stesso, che ti deprima. Ho bisogno di essere circondato da stabilità e di benessere emozionale per sentirmi meglio.

18. Aiutami con naturalezza, senza che diventi un’ossessione. Per potermi aiutarmi devi avere anche tu dei momenti di riposo, di svago, di cose tue. Avvicinati a me, non te ne andare, ma non ti sentire costretto a reggere un peso insopportabile.

19. Accettami così come sono, non mettere condizioni al tuo accettare che io non sia più autistico, lo sono. Sii ottimista ma senza credere alle favole o ai miracoli. La mia situazione normalmente migliora anche se non si potrà parlare di guarigione.

20. Anche se per me è difficile comunicare e non posso capire le sfumature sociali, ho dei pregi rispetto a voi che vi considerate “normali”. Per me è difficile comunicare, ma non inganno. Non ho doppie intenzioni né sentimenti pericolosi. La mia vita può essere soddisfacente se semplice ed ordinata, tranquilla, se non mi chiedi in continuazione di fare solo cose che sono difficili per me. Essere autistico è un modo di essere, anche se non è quello normale, la mia vita di autistico può essere così bella e felice come la tua che sei “normale”. Le nostre vite si possono incontrare e possiamo condividere molte esperienze.

10 principi educativi montessoriani

“Se v’è per l’umanità una speranza di salvezza e di aiuto, questo aiuto non potrà venire che dal bambino, perchè in lui si costruisce l’uomo” M. Montessori

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  1. Se un bambino non ti invita a farlo non toccarlo
  2. Non parlare mai male del bambino (mai)
  3. Rafforzare e aiutare lo sviluppo di ciò che è positivo
  4. Essere attivi nel preparare l’ambiente
  5. Essere pront a rispondere alle chiamate del bambino
  6. Rispettare sempre il bambino anche quando compie un errore
  7. Rispettare il bambino che risposa
  8. Aiutare i bambini che sono alla ricerca di attività e non riescono a trtovarla da loro
  9. Proporre regolarmente al bambino le attività che ha rifiutato in precedenza
  10. Trattare sempre i bambini con delicatezza e tatto.

Il tempo della famiglia: la costruzione di un tempo prezioso

“Vivere un tempo, il nostro tempo, significa imparare. Il mondo che ci circonda è il libro più bello, il motore di ricerca più completo”

interpretazione-disegni-bambiniIl tempo è un bene prezioso, che spesso sfugge di mano. I genitori vivono non di rado soffocati dai numerosi impegni quotidiani, accompagnati da sentimenti di colpa nei confronti dei loro piccoli ai quali sentono di non riuscire a dedicare tempo a sufficienza.

Oggi, grandi e piccini, sono travolti dalle tendenze a trascorrere ore ed ore davanti a schermi di computer, cellulari o TV. Si ritrovano a rincorrere un tempo fantasma, strappato dai mille impegni.

Ogni genitore è consapevole dell’importanza di trascorrere del tempo insieme ai propri bambini, sia dal punto di vista affettivo che educativo ma trovare tale tempo è percepito da molti genitori come un problema. Alla luce di questo è opportuno porre una riflessione e trovare alcuni spunti sui quali riflettere al fine della costruzione di un tempo per la famiglia: la costruzione di un tempo prezioso.

Prima di qualsiasi linea guida è fondamentale che il genitore sia consapevole del fatto che avere poco tempo da dedicare ai propri figli non significa amarli di meno. Ciò che è indispensabile è rendere anche i più piccoli momenti ricchi e favorevoli, da ogni punto di vista. Oggi il bisogno più palesato di adulti e bambini è quello di vivere il mondo semplicemente, di vivere dei niente meravigliosamente significativi.

Come adulti è richiesto di creare momenti speciali, sprofondare in un manto erboso dopo un pic nic, magari con un libro sopra la testa che ripara dal sole, o rincorrere una palla, uscire al mattino e respirare per un attimo, la fresca brezza e concedersi un semplice ciao, fuori dalla scuola, un sorriso ed un bacio, come augurio di una buona giornata. E’ opportuno poi che la famiglia pianifichi ed organizzi momenti da trascorrere insieme, in particolare nei fine settimana. Prendersi una pausa e dedicarsi interamente ai propri bambini può essere risolutivo. Per l’adulto significa staccare dal lavoro e questo per i piccoli sarà un dono prezioso. Se i figli sono più di uno sarà necessario trovare anche un tempo da dedicare singolarmente ad ognuno, un tempo per ascoltare, confidenze e segreti, per una coccola in più. Ogni bambino sarà così entusiasta e si sentirà speciale nel ricevere un tempo tutto dedicato a lui.

Anche i piccoli trucchetti, apparentemente semplici ed irrisori, possono trasformarsi in preziosi momenti da trascorrere insieme, con valenza varia, che permettono da un lato al genitore di svolgere i compiti richiestogli dalla casa e dall’altro di trascorrere del tempo con il figlio. Pensiamo semplicemente alla preparazione della cena. Spesso quando i genitori preparano la cena i bambini si ritrovano soli davanti alla TV. Essi saranno entusiasti di essere coinvolti, la passione per la cucina in alcuni bambini è naturale e mostrano curiosità nello scoprire ed assaggiare gli ingredienti. Cucinare insieme, apparecchiare la tavola, in un’ottica di collaborazione, può trasformarsi in un momento davvero speciale.

Ognuno di noi dovrebbe concedersi attimi e come genitori abbiamo il compito di costruire per i nostri bambini occasioni in cui il sole sia il carica batterie. Attimi semplici ma vissuti in modo autentico, la colazione del mattino che sia un rito, una predisposizione al sorriso per l’intera giornata, registrare immagini come fossero fotogrammi, e raccontarle, condividerle.

La favola della buona notte. Le favole sviluppano la fantasia, evocano paure ed emozioni, aiutano a risolvere i problemi e li prevengono. Le favole regalano momenti magici e la magia non può non essere presente nella vita di un bambino. La favola è la voce, il racconto, il sogno, la magia, è l’attesa di un mondo fantastico. Le favole accompagnano nei sogni e sono l’occasione per trascorrere un momento speciale con i propri bambini. Il momento della favola della buonanotte diverrà il più amato dai vostri bambini. Vivere un tempo, il nostro tempo, significa imparare.

Il mondo che ci circonda è il libro più bello, il motore di ricerca più completo.

Compito dei genitori è trovare un tempo per accompagnare i piccoli in questo importante compito di scoperta. L’uomo impara facendo e ciò vale in particolare per il bambino: pensate sia possibile imparare a giocare a tennis leggendo un libro, guardando gli altri o sentendo qualcuno che ne parla? E’ sufficiente fermarsi un istante, alzare, per un attimo, gli occhi dalle routine, guardare il cielo azzurro o regalare un sorriso e imparare a sfruttare quei momenti semplici, quei luoghi famigliari e farli rivivere in modo speciale, con fantasia e leggerezza, aggiungere curiosità ai propri punti di riferimento, cambiare idea, trovare nuove certezze, essere soddisfatti dei tentativi, del cammino, più che della meta.