A una nonna un po’ più speciale

“Tutte le nonne sono speciali ma tu lo sei un po’ di più”

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Avrei potuto dirtelo in un giorno qualunque perchè se siamo insieme per noi è sempre un giorno di festa. Però te lo voglio dire oggi nonna speciale perchè forse qualcuno, leggendo queste parole, penserà come me di avere un nonno o una nonna speciale, proprio come te e che non serve aspettare un giorno stabilito per dire un semplice ti voglio bene, regalare un sorriso o un abbraccio.

Ciao nonna speciale,

volevo solo dirti che mi sono accorta che in tante cose siamo simili.

Ho una passione per i pentolini, tu avevi tantissimi piccoli pentolini e là in quella casa nel bosco alle finestre c’erano le tendine. La tua casa era bella tanto quella di una fiaba.

Cucinare era il mio gioco preferito. Cucinavo proprio come facevi tu che, con le mani sporche di farina, mi chiamavi Nini. Solo tu mi chiami così.

Un giorno qualcosa ti ha cambiato e sembrava averci portato via questo mondo quasi incantato. Ma là, dove nessuno riusciva più a vederti, io ti ho ritrovato. Sembra una forzatura essere tristi perchè tu, con la tua storia, hai riempito anche il futuro.

Tu, con la tua personalità unica, la tua allegria, il tuo essere quello che sei, non perfetta ma mai alla ricerca di compromessi. Tu sei quella che sa dire al mondo “io sono così, e questo è quanto”. Spero di imparare un giorno ad essere proprio così, come sei tu.

Però anch’io sono un po’ matta, proprio come te, e oggi ti dico grazie nonna speciale. Grazie per il tuo esserci,  sempre e comunque, in tutti quei modi che solo noi possiamo conoscere e riconoscere. Grazie a Te Nonna speciale che rendi ogni giorno più pieno di gioia, oltre ogni ostacolo, oltre la malattia. Io e Te, ora, sempre e per sempre.

“Sono io nato per educare?”: sull’ultimo episodio di maltrattamenti a scuola

“Perchè è proprio così: lo strumento del chirurgo è la mano quello dell’educatore è il cuore”

maestra-300x225Questa mattina mi sono svegliata con una di quelle notizie che non vorrei mai leggere.
Una di quelle storie che non vorrei mai condividere, ma sono storie che incontrano ancora troppo silenzio e troppa superficialità per non essere raccontate.
«Le ha detto, “Luana, ti alzi sempre dal tuo posto” e poi l’ha presa per la treccia dei capelli e l’ha accompagnata fino al suo banco».
Luana è un nome di fantasia di una bimba che ha appena iniziato la prima elementare.
«Era davvero contenta di iniziare la scuola – racconta la mamma – ma adesso ha paura a rientrare in aula».
Credo fortemente nel fatto che esista una predisposizione all’educare.
Ogni educatore deve possedere una preparazione innata imprescindibile che andrà completandosi con la preparazione culturale e che renda idonei e preparati al difficile compito educativo.
Ogni educatore dovrebbe chiedere a stesso: “sono io nato per educare?”
Conosco e credo fortemente nell’esistenza di colleghi educatori che mettono ogni giorno nel loro lavoro la vocazione, l’impegno, l’entusiasmo e, cosa fondamentale, l’equilibrio interiore.
Io stessa svolgo un lavoro a stretto contatto con utenti che non di rado mettono alla prova un equilibrio interiore che deve essere continuamente sostenuto, rinnovato e mai perso.
E’ proprio questa mia esperienza diretta che mi porta a non comprendere e non tollerare fatti come quelli accaduti ed emersi in queste ore, purtroppo solo gli ultimi in ordine di tempo.
Condivido il fatto che le condizioni di lavoro degli educatori in genere a livello burocrtico non siano facili ma anche questo non può giustificare tali comportamenti. Come nemmeno gli sati d’animo personali che devono necessariamente essere tenuti fuori dal contesto educativo e non possono essere giustificazione di comportamenti inadeguati come quelli riportati.
Tutti coloro che sono ostacolati nell’affrontare tali stati ed agiscono con azioni inadeguate al contesto educativo non possono, a mio avviso, svolgere tale ruolo. Anche un singolo episodio non può essere ignorato o giustificato in quento già segno di una fragilità nel controllo del proprio equilibrio professionale, fragilità che si ripercuote inevitabilmente sugli utenti.
Tutto ciò non vuole negare la mia forte credenza nei confronti della formazione e dell’importanza che un lavoro pedagogico a tale livello può assumere.
La formazione permanente può risultare un’ottimo strumento di prevenzione ma, anche in quel caso, è fondamentale che il singolo sia sempre ben predisposto e messo nelle condizioni di condividere i propri stati emotivi, a maggior ragione quelli negativi.
 Pensiamo ad un medico chirurgo, non potrebbe mai svolgere un intervento con un braccio rotto ed ingessato.
Lo stesso vale per l’educatore, esso non potrà mai svolgere il suo intervento se il suo equilibrio interiore non sarà ben saldo e il suo cuore ben predisposto.
Perchè è proprio così: lo strumento del chirurgo è la mano quello dell’educatore è il cuore.

I disabili ai non disabili: 10 cose che i disabili vorrebbero dire ai non disabili

“La disabilità è un’arte. È un modo ingegnoso di vivere” Neil Marcus

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  1. Guarda me non la mia disabilità.
  2. Acettami.
  3. Chiedi a me per sapere qualcosa che mi riguarda, non ad altri.
  4. Non tenere i bambini lontani da me, la mia disabilità non è contagiosa.
  5. Prendimi sul serio, anche se CREDI di avere una marcia in più.
  6. Dammi tempo, ho tempo diversi dai tuoi.
  7. Aiutami, ma non escludermi dalle decisioni.
  8. Gioisci quando riesco senza il tuo aiuto.
  9. Rispetta la mia condizione, potrebbe diventare anche la tua.
  10. Trattami come vorresti essere trattato.

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Il parco cinque sensi: un’esperienza a piedi scalzi

“Non è folle chi cammina a piedi nudi. É folle chi non lo fa”

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Il mondo in cui viviamo, questo nostro mondo digitale, fatto di sterile plastica è lontano da quell’educazione alla sensorialità così importante per lo sviluppo del bambino. I sensi, che sono alla base della percezione umana del mondo circostante, vengono oggi dati per scontato.

Nascosto tra i monti Cimini, in provincia di Viterbo, c’è un luogo dove i sensi sono i principi indiscussi, il Parco Cinque Sensi. Un percorso per vivere un’esperienza, dal naso alle orecchie, dalle mani ai piedi.

Un parco divertimenti da percorrere tutto a piedi scalzi che ci invita a riscoprire ed a scoprire i nostri sensi. Il parco si estende lungo un sentiero intervallato da vasche umide o asciutte, dure o morbide, fredde o calde e infinite sorprese. Si cammina lungo il sentiero sensoriale ricco di sorprese da annusare, toccare e calpestare. Ci si può avventurare sospesi tra gli alberi o trascorrere il tempo nei numerosi mini laboratori didattici.

Il percorso sensoriale,  è accessibile a tutti, grandi, piccini e persone con disabilità, costeggia un grande vigneto biologico e si snoda tra ulivi, ciliegi conifere e piante antiche, sorprendendo il visitatore a piedi nudi con vasche asciutte e bagnate, nelle quali si passa dal fango cretoso alla torba, dai tappi di sughero alle cortecce d’albero.

Camminare scalzi è un gesto semplice e antico, che rimanda alle sensazioni dell’infanzia e al piacere del contatto con la natura. “I nostri piedi posseggono una capacità quasi magica di captare e trasmettere vibrazioni e sensazioni assolutamente speciali, più di ogni altro organo di senso. Camminare scalzi fa stare bene davvero dalla testa ai piedi! Basta abbandonare alcuni sciocchi luoghi comuni, togliersi le scarpe e lasciarsi andare. Piano piano i vostri piedi si abitueranno a ogni tipo di contatto terreno, dal più soffice al più ruvido, e riacquisteranno sensibilità e salute.  Una sola giornata trascorsa a piedi nudi vi darà la sensazione del rinnovamento, sia dal punto di vista fisico, che emozionale: vi sentirete con l’anima più vicini che mai all’essenza della natura”.

La persona con disagio psichico. Tra storia e riflessione pedagogica

“Prima eravamo matti, adesso siamo malati, quando saremo considerate persone?”

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Questo inizio potrebbe essere già la conclusione. L’essenza è racchiusa in queste poche parole sopra scritte. Quando saremo considerate persone?

Troppo poco ancora la pedagogia si occupa di questo, di queste persone, prima matti, poi malati. Troppo poco ancora la pedagogia sta puntando il dito e lottando perché dal folle, dal matto, dal malato emerga la persona.

Ho conosciuto queste persone, con loro ho passato un anno, tra i muri scrostati del Centro Diurno di Salute Mentale.

Fissare negli occhi la follia è come guardare nella profondità del mare.

Tra le mura di quel vecchio palazzo nel centro della città ho incontrato le storie delle persone che lo abitavano. Racconti, i loro, fatti di frasi a volte difficili, frasi che hai bisogno di rileggere più volte prima di poterle capire davvero. Vite che sembravano portarsi dietro una parte di quella storia che ha accomunato molte persone. “Nelle molteplici espressioni di questi visi rosicchiati dal dolore, io riconosco la bellezza”.

“Una volta all’anno si prendeva uno scarcassone di nave ormai in disarmo e ci si cariavano sopra tutti i dementi, i folli, gli strambi, insomma tutti gli sballati che non ce la facevano a stare in riga con le regole e le leggi della società. La nave, senza pilota né timone veniva trascinata al largo e lasciata andare alla deriva. E tutto finiva li”.  Erano le Nave dei Folli.

La segregazione dei matti nasce nel Rinascimento. L’idea che i matti dovessero essere rinchiusi in luoghi speciali si diffuse nel ‘600, quando sorsero luoghi nei quali venivano rinchiusi coloro definiti “individui asociali“: oziosi, prostitute, vagabondi. Venne inoltre descritto un profilo del possibile Matto che doveva essere rinchiuso in manicomio.

“Cercarono i matti, li selezionarono e li etichettarono, poi li radunarono tutti in un recinto appositamente costudito: il Manicomio”.

E’ il medico Philippe Pinel, nel 1792, a definire una svolta nella costituzione dei manicomi. Aprì le celle di Salpetriere e decise che questo luogo non doveva più essere una prigione ma un ospedale. Pinel trattiene nell’Ospedale quelli che riconosce come “malati di mente”.

Nell’800 sorgono diversi manicomi, numerosi sono i cosiddetti “Ospedali dei pazzi”.

Le immagini e i racconti che risalgono a quest’epoca in merito al trattamento delle persone in questi luoghi sono scene di orrore. “Per la contenzione dei malati furiosi il metodo usato è la catena al collo. La camicia di forza, a detta dei custodi, è troppo fragile”.

Agli inizi dell’800 un indagine compiuta nei manicomi europei rivela che qui non vi erano i cosiddetti matti o “pazzerelli” ma anche persone sorde, mute o cieche o bambini con malformazioni fisiche.

“Nel Manicomio i pavimenti erano umidi, in pietra, con un breve canale che conduceva a un buco dove veniva fatto scolare lo sporco. Alle finestre le inferiate, non c’era riscaldamento. I letti erano in ferro, per lo più erano cassoni di legno con paglia per dormire. Inoltre c’erano gabbie per gli isterici. Distesi su poca paglia o su vecchi stracci, le mani e i piedi incatenati”.

In Italia una legge del 1904 diceva chiaramente che il Matto doveva essere curato e custodito.

Nel 1909 in un decreto successivo vengono previste due cause per le quali la persona può lasciare il Manicomio: “dimissione per guarigione clinica” e “dimissione in esperimento”. Il primo caso risultò poco applicabile in quanto vi era scarsa attenzione nei confronti dei singoli casi, con l’aggiunta della cultura emarginante che riguardava il problema della follia e anche la scarsa responsabilità assunta dai medici per definire l’avvenuta guarigione. Nel secondo caso un parente doveva assumersi la responsabilità della persona dimessa. Anche questo secondo punto riscontrò poco successo, molti erano gli orfani o gli abbandonati. “Non verificandosi le elencate condizioni previste dalla legge il paziente rimane in manicomio; se così non fosse non si giustificherebbero i ricoveri a vita di quaranta-cinquanta anni”.

“La città dei matti era come una cittadella fortificata dove regnava incontrastata la Signora Follia. Spesso si trovava un po’ fuori mano rispetto alla città dei “sani”. Il Manicomio doveva quindi essere per forza di cose autosufficiente, doveva bastare a se stesso e non poteva avere interferenze esterne. Nella gente comune il manicomio generava indifferenza, al massimo compassione. I matti venivano umiliati, non solo dal mistero della loro malattia ma anche dai trattamenti a loro riservati da medici e infermieri, senza alcun senso di umanità”.

Nel 1938 il medico Ugo Cerletti mette a punto l’elettroshock. Si sottoponevano le persone a scariche elettriche prima molto lievi e progressivamente di maggiore intensità. L’elettroshock venne introdotto in tutti i Manicomi.

La terapia dell’elettroshock, usata senza le dovute attenzioni, diviene il simbolo della violenza psichiatrica e l’emblema del controllo mentale.

Studi successivi dimostrarono che l’elettroshock produceva gravi danni, apatia, incapacità di apprendimento, perdita di creatività ecc…

Arriva poi la contenzione chimica, le pasticche e con questa si diffonde ““la cura del sonno”; una camicia di forza “chimica” che rendeva mansueto il paziente agitato e violento. La contenzione però era identica: nel pensiero, nei sentimenti, nelle idee”.

Sono le idee di Basaglia che portano, nel 1978, all’approvazione della legge 180 che conduce alla chiusura degli Ospedali Psichiatrici.

Vengono costituiti Centri di Igiene Mentale e piccole comunità assistite in apposite case-alloggio.

La persona con disagio psichico necessita di cure, come ogni persona in condizione di fragilità, ma soprattutto, come ogni persona, necessita di un rapporto umano. La persona deve essere considerata come soggetto e non come oggetto di cura.

“La follia, ovviamente, non è svanita con la chiusura dei manicomi. Si è decido di uccidere il manicomio, per dare vita al malato”.

In questo la pedagogia ha una grande responsabilità, non per dare vita al malato, come scrisse Vittorino Andreoli, ma per dare vita alla persona. E’ necessario che dalla follia emerga la persona, che il medico si sieda davanti alla persona e veda prima questa e solo poi la malattia.

E’ questo il compito della pedagogia, tenere il dito puntato sulla persona, perché questa non svanisca ancora sotto le ceneri di definizioni trascritte in cartelle cliniche che nulla sanno della persona, che nulla dicono di essa, schede nelle quali la persona viene annullata.

Forse la follia vera non è stata l’idea di creare il Manicomio, quanto la follia della razionalità della società moderna che ha rinchiuso le persone sofferenti, cercando di gestire e organizzare i loro bisogni come se, per ogni Matto, questi bisogni fossero identici per tutti, da soddisfare nello stesso modo. I Matti non erano persone e quindi divennero facilmente numeri; le cartelle cliniche furono le uniche depositarie di ciò che restava delle loro vite.

Lavorare con il disagio psichico significa compiere un percorso dalle mille sfaccettature e dalle molte fermate, un viaggio dis-organizzato nella dimensione dell’incontro. Significa compiere un viaggio nella sorprendente ricchezza di umanità di chi è considerato “diverso” mettendo in comunicazione mondi, vite, facce, espressioni e sensazioni nella speranza che nessuno possa più essere considerato “diverso” ma semplicemente considerato per ciò che è.

“La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia”.


Riferimenti bibliografici: Simone Cristicchi, “Centro di Igiene Mentale. Un cantastorie tra i matti”,  Mondadori Editore, 2007, Milano

Giacomo Rizzolatti il padre dei neuroni specchio. Ecco come funziona l’empatia

“Si, i sentimenti sono contagiosi”

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Sempre di più si parla, anche in pedagogia, di empatia, dal greco en e pathos, ossia “dento” e “sentire“,  si intende l’attitudine a sentire dentro di sé le emozioni, i sentimenti e le intenzioni che animano le persone con le quali entriamo in contatto.

Scientificamente questa deriverebbe dai cosiddetti neuroni specchio. Una teoria, quella dei neuroni specchio, che rappresenterebbe un incontro tra discipline umanistiche e scientifiche.

Giacomo Rizzolati, direttore del dipartimento di neuroscienze dell’Università di Parma è il padre dei neuroni specchio.

Scoperti negli anni novanta da Rizzolati i neuroni specchio sono una particolare classe di neuroni che si attiva quando una persona compie un’azione ma anche quando la vede fare. I neuroni specchio permettono, in altre parole, di capire subito quel che fanno gli altri. Un meccanismo importante non solo per apprendere mediante l’imitazione ma anche per rendere partecipe l’osservatore delle emozioni altrui.

Giacomo Rizzolati nasce a Kiev da madre e padre di origine italiana. Ancora bambino torna con la famiglia in Italia e qui segue “un destino segnato“: sulle orme dei genitori, entrambe medici, si laurea in medicina specializzandosi in neurologia. “Amavo la filosofia al classico. così pensai che un buon compromesso potesse essere neurologia, o psichiatria. Poi ho scelto neurologia”.

Rizzolati arrivò alla scoperta dei neuroni specchio studiando la visione e scoprendo per caso che un’area motoria rispondeva a stimoli visivi. “Così ho organizzato un gruppo, per rivedere l’anatomia e la fisiologia del sistema motorio. Un sorpresa. Negli esperimenti ci siamo accorti che alla scimmia non interessava l’oggeto, bensì il fatto che l’altro lo prendesse. E’ questo il neurone specchio: perchè rispecchia quello che tu fai. La scimmia vede “.

Questo non accade solo con gli stimoli visivi, come osservò Rizzolati, ma anche con quelli uditivi.

“La scimmia vede l’uomo che afferra il cibo e c’è una scarica del neurone, esattamente come quando la scimmia quando è la scimmia a prendere il cibo. Grazie ad un esperimento al San Raffaele abbiamo visto che nell’uomo è lo stesso. E poi, a Marsiglia, abbiamo fatto un esperimento sulle emozioni: se vedi un disgusto provi disgusto, lo stesso avviene per il riso”.

Il drammaturgo britannico Peter Brook affermò: “con la scoperta dei neuroni specchio le neuroscienze hanno cominciato a capire quello che il teatro sapeva da sempre”.

La scoperta dei neuroni specchi viene considerata rivoluzionaria in quanto indica una dei meccanismi attraverso cui si comprende l’altro, le sue azioni e le sue emozioni. “Questa dualità ha conseguenze sociali. Se ho il meccanismo di comprensione considero l’altro una persona, altrimenti, solo con il meccanismo cognitivo, senza partecipazione, l’altro può essere anche un oggetto. La comprensione emotiva è la più importante. E’ fondamentale ed è la base della nostra società” .

I neuroni specchio indicherebbero quindi scientificamente la presenza nell’uomo di un meccanismo che ci rende partecipi della vita altrui dimostrando la natura sociale della nostra specie.

Donne e uomini sarebbero quindi predisposti scientificamente per avere un rapporto empatico con gli altri. L’uomo non è fatto per vivere solo, ma per stare insieme agli altri e partecipare alle emozioni altrui. L’empatia è alla base dell’intera vita sociale: rende solide e proficue le relazioni di accudimento, fa in modo che le relazioni affettive attecchiscano e creino coppie, famiglie e amicizie. Una cattiva educazione sociale può però atrofizzare i meccanismi dei neuroni specchio, impedendoci di sentire quello che provano gli altri e quindi di entrare in empatia con l’altro.

Emerge anche qui il ruolo centrale dell’educazione. L’uomo ha, secondo le scoperte di Rizzolati, una predisposizione alla condivisione di sentimenti ed emozioni ma, anche in questo caso, senza lo stimolo educativo tutto ciò rischia di rimanere pura biologia.


Riferimenti bibliografici:

  • “Rizzolati: ecco perché i sentimenti sono contagiosi”, Leonetta Bentivoglio, La repubblica;
  • “I neuroni specchio e il dono dell’empatia”, Nicola Ghezzani, http://www.nicolaghezzani.altavista.org;
  • “Neuroni specchio: ecco perché ci immedesimiamo negli altri”, OK La salute prima di tutto;

Tutti al mare

“Senza occhiali molte persone sarebbero disabili. Le barrire sono il buio ma se esse vengono abbattute io potrò vedere ancora”.

Essere disabili è facile, basta vederci poco e non portare gli occhiali. Ma ecco che due lenti fanno scomparire questa disabilità.

Così è per le barriere. Se sono su una sedia a rotelle perché non posso camminare una barriera sarà il mio buio ma se essa viene abbattuta io potrò vedere ancora.

Quella di oggi è una storia di accessibilità, non di barriere e di rinunce ma un’opportunità, un’occasione di vacanza, di scoperta, di vita.

19Oggi vi parlo di un luogo in cui le barriere non esistono, un luogo nel quale ci sono occhiali per tutti ed è possibile trascorrere una vacanza spensierata, con la famiglia, in coppia o con un gruppo di amici, un luogo dove la disabilità può scomparire.

Oggi vi parlo di Hulpdienst  un team di persone speciali che offrono la possibilità di trascorrere una vacanza in un contesto integrato un villaggio vacanze nel cuore della Costa Azzurra, un soggiorno in case mobili completamente attrezzate ed equipaggiate per accogliere ospiti che presentano anche disabilità gravi.

17Spesso le famiglie per sollevarsi dal gravo dell’assistenza di un caro disabile cercano soluzioni di vacanza in contesti diversi, situazioni che però non sempre sono accolte con piacere. Per questo il servizio Hulpdienst offre oltre che strutture equipaggiate e predisposte nell’intero villaggio, bar, ristoranti, bagni pubblici ecc… anche un’assistenza di cura della persona, assistenza medico-infermieristica, trasposto negli ospedali più vicini per eventuali cure di routine necessarie. Questo permette alla persona disabile e a coloro che la assistono di trascorrere una vacanza in totale spensieratezza e relax.

15Hulpdienst non presta attenzione alla persona solo dal punto di vista assistenziale, il team organizza anche  giri in barca, giornate in spiaggia con la possibilità di utilizzo ausili adeguati per la spiaggia oltre che a gite giornaliere in piccolo gruppo con il pulmino della compagnia. Non mancano i momenti di festa e condivisione con gli altri ospiti.


Immagini  http://www.hd-cote-d-azur.com/fr/photos1.html#129