Educare nel bosco: quando l’educazione incontra la natura

“In questo piccolo pezzo di mondo non è vietato sporcarsi, non è vietato salire sugli alberi, non è vietato urlare di gioia o saltare nelle pozzanghere, non è vietato ridere a crepapelle”

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“Un cantiere dove sperimentare il senso di libertà”

Nel bosco i bambini si muovono tra gli alberi, inventano dal nulla, giocano con i materiali naturali, imparano l’uno dall’altro in un ambiente ricco di stimoli, senza tempi e modalità imposti.

Sono gli anni ’50 quando l’educatrice Ella Flautau apre, in Danimarca, la prima scuola dell’infanzia nel bosco.

Nella sua vita quotidiana come madre, Ella, era solita trascorrere molto tempo a giocare con i suoi quattro bambini nel bosco dietro casa. Questa abitudine suscitò l’interesse e la curiosità di altri genitori.

Da qui nacque spontaneamente la prima esperienza di educazione nel bosco. Ella, in collaborazione con altri genitori, fondò quella che prese il nome di Skovbørnehave, Scuola Materna nel Bosco.

Fu questa un’esperienza pionieristica che portò alla nascita di una innovativa corrente pedagogica.

Da qui nel corso degli anni si svilupparono diverse esperienze di asili nel bosco, in Germania, in Svizzera e in anni recenti anche in Italia.

La natura produce sempre sensazioni positive nei bambini, sensazioni dipinte nei sorrisi dei loro volti quando possono sporcarsi le mani nella terra, saltare in una pozzanghera o osservare da vicino qualche abitante del bosco.

Dalle esperienze degli asili nel bosco possono essere tratti spunti per l’elaborazione di progetti educativi da svolgere con classi di tutte le età, progetti che permettano di sperimentare l’emozione unica data dal vivere a stretto contatto con la natura, sperimentarla per poterla conoscerla al meglio e saperla rispettare.

E’ necessaria una riflessione pedagogica che ripensi le pratiche nei servizi educativi e scolastici.

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“Il diritto all’ozio, il diritto a sporcarsi, il diritto agli odori, il diritto al dialogo, il diritto all’uso delle mani, il diritto ad un buon inizio, il diritto alla strada, il diritto al selvaggio, il diritto al silenzio, il diritto alle sfumature”

Oggigiorno poter osservare la natura con i suoi mutamenti e le sue meraviglie è cosa rara. L’educazione è spesso chiusa tra le quattro mura della scuola e della casa. Le stagioni che mutano passano spesso inosservate dalle finestre che affacciano su grandi città, colme di palazzi e giocare in luoghi aperti e sicuri è un qualcosa che si è completamente dimenticato.

E’ necessario quindi pensare ad un’educazione che si avvicini maggiormente alla natura e che permetta ai piccoli di scoprire le proprie origini. Un’educazione nella quale gli stimoli siano forniti direttamente dal luogo, non pensato e progettato nei dettagli dall’educatore ma che sia esso stesso un educatore. Luoghi che possano stimolare la fantasia, la creatività e l’iniziativa. Luoghi nei quali i piccoli possano creare mondi nuovi ed immaginari, inventare giochi e costruire giocattoli con gli oggetti che la natura mette loro a disposizione.

Il bambino che avrà l’opportunità di entrare in contatto la natura imparerà a conoscere i propri limiti e pertanto sperimenterà soluzioni sempre nuove per poterli superare in modo efficace.

La possibilità di giocare liberamente nella natura permette di sviluppare una perfetta armonia tra corpo e mente.

I bambini a contatto con la natura hanno la posibilità di essere pienamente bambini, liberi dai vincoli e dalle regole della città.

Sono i bambini che saltano in una pozzangghera, che si arrampicano su un albero, che raccolgono rami e costruiscono capanne il sogno di quella parte della pedagogia che faccia della scuola non l’industria dell’obbligo, ma un cantiere dove sperimentare il senso di libertà.

I disabili ai non disabili: 10 cose che i disabili vorrebbero dire ai non disabili

“La disabilità è un’arte. È un modo ingegnoso di vivere” Neil Marcus

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  1. Guarda me non la mia disabilità.
  2. Acettami.
  3. Chiedi a me per sapere qualcosa che mi riguarda, non ad altri.
  4. Non tenere i bambini lontani da me, la mia disabilità non è contagiosa.
  5. Prendimi sul serio, anche se CREDI di avere una marcia in più.
  6. Dammi tempo, ho tempo diversi dai tuoi.
  7. Aiutami, ma non escludermi dalle decisioni.
  8. Gioisci quando riesco senza il tuo aiuto.
  9. Rispetta la mia condizione, potrebbe diventare anche la tua.
  10. Trattami come vorresti essere trattato.

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La persona con disagio psichico. Tra storia e riflessione pedagogica

“Prima eravamo matti, adesso siamo malati, quando saremo considerate persone?”

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Questo inizio potrebbe essere già la conclusione. L’essenza è racchiusa in queste poche parole sopra scritte. Quando saremo considerate persone?

Troppo poco ancora la pedagogia si occupa di questo, di queste persone, prima matti, poi malati. Troppo poco ancora la pedagogia sta puntando il dito e lottando perché dal folle, dal matto, dal malato emerga la persona.

Ho conosciuto queste persone, con loro ho passato un anno, tra i muri scrostati del Centro Diurno di Salute Mentale.

Fissare negli occhi la follia è come guardare nella profondità del mare.

Tra le mura di quel vecchio palazzo nel centro della città ho incontrato le storie delle persone che lo abitavano. Racconti, i loro, fatti di frasi a volte difficili, frasi che hai bisogno di rileggere più volte prima di poterle capire davvero. Vite che sembravano portarsi dietro una parte di quella storia che ha accomunato molte persone. “Nelle molteplici espressioni di questi visi rosicchiati dal dolore, io riconosco la bellezza”.

“Una volta all’anno si prendeva uno scarcassone di nave ormai in disarmo e ci si cariavano sopra tutti i dementi, i folli, gli strambi, insomma tutti gli sballati che non ce la facevano a stare in riga con le regole e le leggi della società. La nave, senza pilota né timone veniva trascinata al largo e lasciata andare alla deriva. E tutto finiva li”.  Erano le Nave dei Folli.

La segregazione dei matti nasce nel Rinascimento. L’idea che i matti dovessero essere rinchiusi in luoghi speciali si diffuse nel ‘600, quando sorsero luoghi nei quali venivano rinchiusi coloro definiti “individui asociali“: oziosi, prostitute, vagabondi. Venne inoltre descritto un profilo del possibile Matto che doveva essere rinchiuso in manicomio.

“Cercarono i matti, li selezionarono e li etichettarono, poi li radunarono tutti in un recinto appositamente costudito: il Manicomio”.

E’ il medico Philippe Pinel, nel 1792, a definire una svolta nella costituzione dei manicomi. Aprì le celle di Salpetriere e decise che questo luogo non doveva più essere una prigione ma un ospedale. Pinel trattiene nell’Ospedale quelli che riconosce come “malati di mente”.

Nell’800 sorgono diversi manicomi, numerosi sono i cosiddetti “Ospedali dei pazzi”.

Le immagini e i racconti che risalgono a quest’epoca in merito al trattamento delle persone in questi luoghi sono scene di orrore. “Per la contenzione dei malati furiosi il metodo usato è la catena al collo. La camicia di forza, a detta dei custodi, è troppo fragile”.

Agli inizi dell’800 un indagine compiuta nei manicomi europei rivela che qui non vi erano i cosiddetti matti o “pazzerelli” ma anche persone sorde, mute o cieche o bambini con malformazioni fisiche.

“Nel Manicomio i pavimenti erano umidi, in pietra, con un breve canale che conduceva a un buco dove veniva fatto scolare lo sporco. Alle finestre le inferiate, non c’era riscaldamento. I letti erano in ferro, per lo più erano cassoni di legno con paglia per dormire. Inoltre c’erano gabbie per gli isterici. Distesi su poca paglia o su vecchi stracci, le mani e i piedi incatenati”.

In Italia una legge del 1904 diceva chiaramente che il Matto doveva essere curato e custodito.

Nel 1909 in un decreto successivo vengono previste due cause per le quali la persona può lasciare il Manicomio: “dimissione per guarigione clinica” e “dimissione in esperimento”. Il primo caso risultò poco applicabile in quanto vi era scarsa attenzione nei confronti dei singoli casi, con l’aggiunta della cultura emarginante che riguardava il problema della follia e anche la scarsa responsabilità assunta dai medici per definire l’avvenuta guarigione. Nel secondo caso un parente doveva assumersi la responsabilità della persona dimessa. Anche questo secondo punto riscontrò poco successo, molti erano gli orfani o gli abbandonati. “Non verificandosi le elencate condizioni previste dalla legge il paziente rimane in manicomio; se così non fosse non si giustificherebbero i ricoveri a vita di quaranta-cinquanta anni”.

“La città dei matti era come una cittadella fortificata dove regnava incontrastata la Signora Follia. Spesso si trovava un po’ fuori mano rispetto alla città dei “sani”. Il Manicomio doveva quindi essere per forza di cose autosufficiente, doveva bastare a se stesso e non poteva avere interferenze esterne. Nella gente comune il manicomio generava indifferenza, al massimo compassione. I matti venivano umiliati, non solo dal mistero della loro malattia ma anche dai trattamenti a loro riservati da medici e infermieri, senza alcun senso di umanità”.

Nel 1938 il medico Ugo Cerletti mette a punto l’elettroshock. Si sottoponevano le persone a scariche elettriche prima molto lievi e progressivamente di maggiore intensità. L’elettroshock venne introdotto in tutti i Manicomi.

La terapia dell’elettroshock, usata senza le dovute attenzioni, diviene il simbolo della violenza psichiatrica e l’emblema del controllo mentale.

Studi successivi dimostrarono che l’elettroshock produceva gravi danni, apatia, incapacità di apprendimento, perdita di creatività ecc…

Arriva poi la contenzione chimica, le pasticche e con questa si diffonde ““la cura del sonno”; una camicia di forza “chimica” che rendeva mansueto il paziente agitato e violento. La contenzione però era identica: nel pensiero, nei sentimenti, nelle idee”.

Sono le idee di Basaglia che portano, nel 1978, all’approvazione della legge 180 che conduce alla chiusura degli Ospedali Psichiatrici.

Vengono costituiti Centri di Igiene Mentale e piccole comunità assistite in apposite case-alloggio.

La persona con disagio psichico necessita di cure, come ogni persona in condizione di fragilità, ma soprattutto, come ogni persona, necessita di un rapporto umano. La persona deve essere considerata come soggetto e non come oggetto di cura.

“La follia, ovviamente, non è svanita con la chiusura dei manicomi. Si è decido di uccidere il manicomio, per dare vita al malato”.

In questo la pedagogia ha una grande responsabilità, non per dare vita al malato, come scrisse Vittorino Andreoli, ma per dare vita alla persona. E’ necessario che dalla follia emerga la persona, che il medico si sieda davanti alla persona e veda prima questa e solo poi la malattia.

E’ questo il compito della pedagogia, tenere il dito puntato sulla persona, perché questa non svanisca ancora sotto le ceneri di definizioni trascritte in cartelle cliniche che nulla sanno della persona, che nulla dicono di essa, schede nelle quali la persona viene annullata.

Forse la follia vera non è stata l’idea di creare il Manicomio, quanto la follia della razionalità della società moderna che ha rinchiuso le persone sofferenti, cercando di gestire e organizzare i loro bisogni come se, per ogni Matto, questi bisogni fossero identici per tutti, da soddisfare nello stesso modo. I Matti non erano persone e quindi divennero facilmente numeri; le cartelle cliniche furono le uniche depositarie di ciò che restava delle loro vite.

Lavorare con il disagio psichico significa compiere un percorso dalle mille sfaccettature e dalle molte fermate, un viaggio dis-organizzato nella dimensione dell’incontro. Significa compiere un viaggio nella sorprendente ricchezza di umanità di chi è considerato “diverso” mettendo in comunicazione mondi, vite, facce, espressioni e sensazioni nella speranza che nessuno possa più essere considerato “diverso” ma semplicemente considerato per ciò che è.

“La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia”.


Riferimenti bibliografici: Simone Cristicchi, “Centro di Igiene Mentale. Un cantastorie tra i matti”,  Mondadori Editore, 2007, Milano

Tutti al mare

“Senza occhiali molte persone sarebbero disabili. Le barrire sono il buio ma se esse vengono abbattute io potrò vedere ancora”.

Essere disabili è facile, basta vederci poco e non portare gli occhiali. Ma ecco che due lenti fanno scomparire questa disabilità.

Così è per le barriere. Se sono su una sedia a rotelle perché non posso camminare una barriera sarà il mio buio ma se essa viene abbattuta io potrò vedere ancora.

Quella di oggi è una storia di accessibilità, non di barriere e di rinunce ma un’opportunità, un’occasione di vacanza, di scoperta, di vita.

19Oggi vi parlo di un luogo in cui le barriere non esistono, un luogo nel quale ci sono occhiali per tutti ed è possibile trascorrere una vacanza spensierata, con la famiglia, in coppia o con un gruppo di amici, un luogo dove la disabilità può scomparire.

Oggi vi parlo di Hulpdienst  un team di persone speciali che offrono la possibilità di trascorrere una vacanza in un contesto integrato un villaggio vacanze nel cuore della Costa Azzurra, un soggiorno in case mobili completamente attrezzate ed equipaggiate per accogliere ospiti che presentano anche disabilità gravi.

17Spesso le famiglie per sollevarsi dal gravo dell’assistenza di un caro disabile cercano soluzioni di vacanza in contesti diversi, situazioni che però non sempre sono accolte con piacere. Per questo il servizio Hulpdienst offre oltre che strutture equipaggiate e predisposte nell’intero villaggio, bar, ristoranti, bagni pubblici ecc… anche un’assistenza di cura della persona, assistenza medico-infermieristica, trasposto negli ospedali più vicini per eventuali cure di routine necessarie. Questo permette alla persona disabile e a coloro che la assistono di trascorrere una vacanza in totale spensieratezza e relax.

15Hulpdienst non presta attenzione alla persona solo dal punto di vista assistenziale, il team organizza anche  giri in barca, giornate in spiaggia con la possibilità di utilizzo ausili adeguati per la spiaggia oltre che a gite giornaliere in piccolo gruppo con il pulmino della compagnia. Non mancano i momenti di festa e condivisione con gli altri ospiti.


Immagini  http://www.hd-cote-d-azur.com/fr/photos1.html#129

PDL 2656 su pedagogista&educatore

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“Da oltre vent’anni la professione di educatore e quella di pedagogista attendono di essere definite con criteri omogenei su tutto il territorio nazionale. Fino ad ora infatti queste professioni sono state penalizzate da una fragilità normativa e occupazionale. Occorre quindi potenziare il lavoro rivolto all’educazione in tutti gli ambiti in cui esso si espleta, anche per rendere i titoli di educatore e di pedagogista equiparabili e coerenti con quelli degli altri Paesi europei sulla base dell’European Quality Framework.

La proposta di legge 2656, che mira a disciplinare le professioni di educatore e pedagogista, punta al riconoscimento di questi profili professionali, garantendo un’uniformità di formazione, competenze, ambiti occupazionali in tutto il territorio nazionale, in conformità alle corrispondenti figure europee. Diversamente educatori e pedagogi-sti rischiano di rimanere in una condizione di minorità formativa, oc-cupazionale, retributiva, e anche scientifica. Una volta stabilita questa base ci si potrà muovere in direzione di ulteriori specifiche modifiche e miglioramenti. Ma l’importante, in questo momento, è approvare, possibilmente in tempi veloci, questo primo passo”.  Da un’intervista a V. Iori pubblicata su “Zeroseiup”, gennaio 2016 .

Il link del documento originale della proprosta di legge PDL2656_Educatore&Pedagogista_testo

“Bruchi e farfalle”

“Bisogna allenare l’occhio a non vedere il bruco ma la farfalla che verrà”.

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“Le farfalle non si allevano.

Se si vuole vederle volare in giardino bisogna piantare fiori, creare cioè le condizioni favorevoli.

Non si può integrare una persona disabile in modo diretto, magari con un atto amministrativo: bisogna crerare le condizioni affichè il disabile, i suoi compagni, il controllere del bus, la commessa del negozio si sentano parte di una stessa solidarietà.

Piantate fiori, aspettate le farfalle e poi godete dei loro movimenti e della loro libertà.

Sulle nostre scrivanie compaiono bruchi, mai farfalle.

Bisogna allenare l’occhio a non vedere il bruco ma la farfalla che verrà.

Ogni tanto la diagnosi, l’osservazione, la misurazione limita al bruco e impedisce di vedere la farfalla. Il bambino capisce se lo vedi come bruco o come farfalla e si comporta di conseguenza. 

Formare un educatore vuol dire allenarlo a veder farfalle”.

di Mauro Martinoni

Un “ti voglio bene” non è mai di troppo

12039576_1620562181543502_8587745075339620250_nQuando siamo stati bambini, quasi tutti abbiamo svolto un tema intitolato “Il giorno più felice della mia vita”. Nei collegi religiosi il successo era assicurato se raccontavi la tua prima comunione. Altri preferivano ricordare il regalo più grande e più costoso che avavano ricevuto per Natale, il viaggio in un paese lontano, la visita al parco dei divertimenti.

Col passare degli anni cambia la nostra prospettiva: gli oggetti si defirmano, e le persone raggiungono allora una statura insospettata. Il sorriso di nostra madre, l’abbraccio di nostro padre, la mano di un amico, una parola di conforto, gratitudine o perdono… Fai uno sforzo di memoria, amico lettore. Quali sono stati i giorni più più felici della tua infanzia?

Dovevo avere 6 o 7 anni quando, correndo al buio per la casa, andai a sbattere contro una porta di vetro che normalmente era sempre aperta. Rimase frantumata ai miei piedi. Mi presi uno spavento da morire, e mi feci un piccolo taglio sulla fronte. Ma non sentivo alcun dolore; la paura del castigo mi paralizzava. Mio padre arrivò correndo, mi tirò fuori dai vetri rotti, mi curò la ferita, mi guardò dall’alto in basso. Ma non mi rimproverò. All’inizio tremavo, aspettando da un momento all’altro delle grida tremende. Poi pensai che si era dimenticato di rimproverarmi, e feci finta di niente. Ma alla fine lo stupore e la curiosità ebbero la meglio e, ancora piangendo, gli chiesi: “non sei arrabbiato perchè ho rotto la porta?”, “no” rispose, “la porta non è importante”, l’unica cosa importante è che tu non ti sia fatto male”.

Adesso comprendo come tutti noi genitori diamo più valore ai notri figli che a qualsiasi altra cosa al mondo. Ma glielo diciamo raramente. Sono molto grato a mio padre per avermelo detto.


Dal libro “Besame Mucho. Come crescere i tuoi figli con amore” di Carlos Gonzàlez Immagine Roberta Terracchio Illustratrice

Quando la pedagogia incontra lo sport

“Cari genitori se siete venuti per vedermi giocare ricordatevi che l’allenatore ha il compito di allenare, l’arbitro di arbitrare e io di giocare. Divertitevi anche voi! Il vostro compito è quello di incitare la mia squadra, non pensate ai consigli tecnici, non urlate, mi mettete in confusione. Non insultare l’arbitro e gli avversari, sono ragazzi come me. Ricordate che ho il diritto di sbagliare. Perdere non è una tragedia, state sereni. Godetevi la partita”.

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Il legame tra sport ed educazione è possibile, oltre che necessario, un legame questo che nasce quale risultato di un progetto e di una consapevolezza critica.

Una valutazione equilibrata deve cominciare con il sapersi distanziare dalle facili posizioni negativistiche e riduttiviste nei confronti dello sport: è necessario allontanare l’idea che lo sport sia un’attività priva di contenuti mentali reali, una pura esaltazione fine a se stessa. Il recupero educativo dello sport è possibile solo se si eliminano quei caratteri di egoismo, spettacolarità e professionismo che lo allontanano dal modello ideale del gioco.

Educare nello sport e con lo sport è una strada da percorrere.

Ciascuna forma di sport contiene la sua intrinseca perfezione e può quindi contribuire alla costruzione formativa della personalità individuale e collettiva del soggetto.

E’ indispensabile collocare l’educazione sportiva in un ampio orizzonte, che non escluda dalla rilfessione pedagogica le famiglie di quell’alto numero di giovani che praticano discipine sportive. In questi casi lo sport risulta spesso ideato, diretto, promosso ed organizzato dagli adulti, i quali, a loro volta, non costituiscono certo un insignificante elemento problematico del quadro educativo inerente lo sport. Si tratta infatti di passare in molti casi da una situazione in cui è l’adulto stesso a rappresentare un elemento di difficoltà ad una nella quale egli si pone come una vera e propria risorsa.

Il messaggio che deve essere diffuso consiste nel far presente che l’organizzazione pedagogica dello sport deve affrontare anche una prospettiva di formazione nei confronti degli adulti in quanto è evidente il fatto che è l’adulto sigificativo, sia esso genitore, allenatore o dirigente, ad orientare e controllare la struttura motivazionale con cui i giovani si approcciano all’attività sportiva.

Non di rado le aspettative degli adulti possono provocare importanti deformazioni, come un’esasperata ambizione di successo, il desiderio di rivalersi delle proprie frustrazioni, il sovvertimento della scala morale dei valori, l’alterazione dell’approccio naturalemente ludico all’attività e la ricerca mascherata di protagonismo.

E’ per questo che è necessario badare al ruolo dell’adulto nella costruzione dell’evento sportivo perchè nello sport dei giovani non si riportino quelle modalità negative presenti nello sport professionistico di alta performance.

Ne viene, allora, la necessità di prevedere azioni formative ben finalizzate: educare ad una cultura critica dello sport, educare informalmente a riflettere sulle potenzialità dell’educazione informale uscendo dagli approcci pedanteschi e sostanzialmente moralistici e preparare a sapere, a vedere ed a ragionare di sport, considerando tutto ciò non una perdita di tempo.

Sarebbe opportuno pensare ad ore di sport per i bambini accompagante da ore formative per i loro genitori: ore nelle quali la pedagogia possa incontrare lo sport smontando così le sbagliate credenze degli adulti che spesso si annidano nelle loro aspettative. Un lavoro quello del pedagogista che ha il compito di far riflettere i genitori portandoli a riflessioni che, forse, se non accompagnati, non sarebbero emerse. Da non dimenticare è anche la necessità di non marginalizzare il ruolo di mediatore che il genitore deve rivestire, mediatore di emozioni, bisogni, ambienti e relazioni.

 

Lettere a una nonna speciale

“L’essenziale è invisibile agli occhi” 

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Tu sei qualla nonna lì, quella che ha il profumo dei nonni.

Siamo simili in tante cose, troppe.

Dopo aver impastato la pizza, prima di lasciarla lievitare nel canovaccio umido, ed avvolgerla nella coperta di lana, gli faccio una croce. Proprio come face tu. Non mi ero mai resa conto di farlo anch’io.

Ho una passione per i piatti e le pentole. Tu avevi una casa piena di pentole. Una casa in mezza al bosco, dove da un po’ vorrei poter tornare. In una casa come la tua, con le tendine ricamate alle finestre, come le case delle bambole. Io oggi in una casa così ci vorrei vivere.

Mi chiami sempre Nini, anche quando sembravo una pallina gigante, con i miei chili di troppo. Ancor prima di essere piccina come ora.

Sembra una forzatura pensare a te prima della disabilità, perchè tu sei qui, ancora, con me e io ti vedo e riconosco in te ancora quella nonna speciale…un po’ più speciale.

Tu sai riempire ogni giorno il mio presente e mi hai indicato la strada per il mio futuro.

Tu Nonna speciale, con le tue carezze, i tuoi sorrisi, il tuo coraggio e la tua allegria. Tu con la tua personalità unica e il tuo saper essere quella che sei, mai perfetta ma mai alla ricerca di compromessi, per la serie: “Io sono così, e questo è quanto”. In questo non ti somiglio molto ma spero me lo insegnerai. Però anch’io sono un po’ matta, proprio come te, e ne vado fiera.

Con questo voglio solo dirti grazie Nonna speciale. Grazie al tuo esserci, sempre e comunque, in tutti quei modi che solo noi possiamo conoscere e riconoscere. Grazie a Te Nonna speciale che rendi ogni giorno più pieno di gioia, oltre ogni ostacolo, oltre la malattia. Io e Te, ora, sempre e per sempre.

Crescere significa essere cacciatori di stelle

“Nessuno nasce perfetto, ne lo diventa, ma l’esistenza è un dono che non va sprecato”.

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Crescere, diventare una persona consapevole, è il mestiere più difficile, ma anche il più bello. Crescere è un mestiere senza fine.

In un mondo dove i punti di riferimento tendono a confondersi e dove è sempre più arduo trovare il proprio cammino, è importante riflettere su ciò a cui aspiriamo. Vogliamo divenatare una persona migliore in un mondo migliore?

Ogni grande avventura inizia con un primo passo, altrimenti che avventura sarebbe?

Nessuno nasce perfetto, né lo diventa. Importante è capire che la nostra esistenza è un dono che non va sprecato, ma assaporato istante dopo istante, nell’incontro con gli altri e alla ricerca di se stessi.

Se il saggio, che è nel cuore di ognuno di noi, ti indica una stella, non fermarti a guardare il dito, perchè ti sta indicando la giusta direzione.

Nel guardare le stelle gli antichi navigatori capirono come orientarsi, ma anche come esprimere desideri.